Silvio Pellico.
LE MIE PRIGIONI.
Torino: Societa Editrice Internazionale, stampa 1928.

SILVIO PELLICO: Patriota nato a Saluzzo. 
Collabor con il "Conciliatore" e fu scrittore e tragediografo.


    CAPO 1.

    Il venerd 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano,  e condotto a Santa
    Margherita.   Erano  le  tre  pomeridiane.   Mi  si  fece   un   lungo
    interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ci non
    dir  nulla.  Simile  ad  un  amante  maltrattato  dalla sue bella,  e
    dignitosamente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov'ella
    sta, e parlo d'altro.
    Alle nove della sera di quel povero venerd, l'attuario mi consegn al
    custode, e questi, condottomi nella stanza a me destinata,  si fece da
    me  rimettere  con  gentile invito,  per restituirmeli a tempo debito,
    orologio, denaro, e ogni altra cosa ch'io avessi in tasca,  e m'augur
    rispettosamente la buona notte.
    "Fermatevi, caro voi;" gli dissi "oggi non ho pranzato; fatemi portare
    qualche cosa."
    "Subito, la locanda   qui vicina; e sentir, signore, che buon vino!"
    "Vino, non ne bevo."
    A  questa  risposta,  il  signor  Angiolino  mi  guard spaventato,  e
    sperando ch'io scherzassi.  I custodi di carceri che tengono  bettola,
    inorridiscono d'un prigioniero astemio.
    "Non ne bevo, davvero."
    "M'incresce per lei; patir al doppio la solitudine..."
    E  vedendo  ch'io non mutava proposito,  usc;  ed in meno di mezz'ora
    ebbi il pranzo. Mangiai pochi bocconi,  tracannai un bicchier d'acqua,
    e fui lasciato solo.
    La stanza era a pian terreno,  e metteva sul cortile.  Carceri di qua,
    carceri di l, carceri di sopra, carceri dirimpetto. Mi appoggiai alla
    finestra,  e stetti qualche tempo ad ascoltare l'andare e  venire  de'
    carcerieri, ed il frenetico canto di parecchi de' rinchiusi.
    Pensava:  "Un  secolo  fa,  questo  era un monastero: avrebbero mai le
    sante e penitenti vergini che lo abitavano,  immaginato  che  le  loro
    celle sonerebbero oggi, non pi di femminei gemiti e d'inni divoti, ma
    di  bestemmie  e  di  canzoni invereconde,  e che conterrebbero uomini
    d'ogni fatta,  e per lo pi destinati agli ergastoli o alle forche?  E
    fra un secolo,  chi respirer in queste celle?  Oh fugacit del tempo!
    oh mobilit perpetua delle cose! Pu chi vi considera affliggersi,  se
    fortune cess di sorridergli,  se vien sepolto in prigione,  se gli si
    minaccia il patibolo?  Ieri,  io era uno de' pi  felici  mortali  del
    mondo:  oggi  non ho pi alcuna delle dolcezze che confortavano la mia
    vita;  non pi libert,  non pi consorzio d'amici,  non pi speranze!
    No;  il lusingarsi sarebbe follia. Di qui non uscir se non per essere
    gettato ne' pi orribili covili, o consegnato al carnefice! Ebbene, il
    giorno dopo la mia morte,  sar come s'io fossi spirato in un palazzo,
    e portato alla sepoltura co' pi grandi onori".
    Cos il riflettere alla fugacit del tempo m'invigoriva l'animo. Ma mi
    ricorsero alla mente il padre,  la madre,  due fratelli,  due sorelle,
    un'altra famiglia ch'io amava quasi fosse la mia;  ed  i  ragionamenti
    filosofici nulla pi valsero. M'intenerii, e piansi come un fanciullo.


    CAPO 2.

    Tre  mesi  prima,  io  era  andato  a Torino,  ed avea riveduto,  dopo
    parecchi anni di separazione, i miei cari genitori, uno de' fratelli e
    le due sorelle.  Tutta la nostra famiglia si era sempre  tanto  amata!
    Niun  figliuolo  era  stato  pi di me colmato di benefizi dal padre e
    dalla madre!  Oh come al rivedere i venerati vecchi io m'era commosso,
    trovandoli  notabilmente  pi aggravati dall'et che non m'immaginava!
    Quanto  avrei  allora  voluto  non  abbandonarli  pi,  consacrarmi  a
    sollevare colle mie cure la loro vecchiaia! Quanto mi dolse, ne' brevi
    giorni ch'io stetti a Torino, di aver parecchi doveri che mi portavano
    fuori del tetto paterno,  e di dare cos poca parte del mio tempo agli
    amati congiunti! La povera madre diceva con melanconica amarezza: "Ah,
    il nostro Silvio non  venuto a Torino per veder noi!". Il mattino che
    ripartii per Milano,  la separazione fu dolorosissima.  Il padre entr
    in  carrozza  con  me,  e  m'accompagn per un miglio;  torn indietro
    soletto.  Io mi voltava a guardarlo,  e piangeva,  e baciava un anello
    che  la  madre  m'avea  dato,  e  mai non mi sentii cos angosciato di
    allontanarmi da' parenti. Non credulo a' presentimenti,  io stupiva di
    non poter vincere il mio dolore, ed era forzato a dire con ispavento:
    "D'onde  questa  mia  straordinaria  inquietudine?".  Pareami  pur  di
    prevedere qualche grande sventura.
    Ora, nel carcere, mi risovvenivano quello spavento, quell'angoscia; mi
    risovvenivano tutte le parole udite,  tre mesi innanzi,  da' genitori.
    Quel lamento della madre: "Ah,  il nostro Silvio non  venuto a Torino
    per veder noi!" mi ripiombava sul cuore.  Io mi  rimproverava  di  non
    essermi mostrato loro mille volte pi tenero.  "Li amo cotanto,  e ci
    dissi loro cos debolmente!  Non dovea mai pi vederli,  e  mi  saziai
    cos  poco  de' loro cari volti!  e fui cos avaro delle testimonianze
    dell'amor mio!" Questi pensieri mi straziavano l'anima.
    Chiusi la finestra,  passeggiai un'ora,  credendo di non  aver  requie
    tutta la notte. Mi posi a letto, e la stanchezza m'addorment.


    CAPO 3.

    Lo  svegliarsi la prima notte in carcere  cosa orrenda!  "Possibile!"
    dissi ricordandomi dove io fossi "possibile!  Io qui?  E non  ora  un
    sogno  il  mio?  Ieri dunque m'arrestarono?  Ieri mi fecero quel lungo
    interrogatorio,  che domani,  e chi sa fin quando  dovr  continuarsi?
    Ieri sera,  avanti di addormentarmi, io piansi tanto, pensando a' miei
    genitori?"
    Il riposo, il perfetto silenzio,  il breve sonno che avea ristorato le
    mie  forze  mentali,  sembravano avere centuplicato in me la possa del
    dolore.  In quell'assenza totale di distrazioni,  l'affanno di tutti i
    miei  cari,  ed  in  particolare  del  padre  e  della  madre allorch
    udrebbero il mio arresto,  mi si pingea nella fantasia con  una  forza
    incredibile.
    "In  quest'istante"  diceva io "dormono ancora tranquilli,  o vegliano
    pensando forse con dolcezza a me,  non punto presaghi del luogo  ov'io
    sono!  Oh felici,  se Dio li togliesse dal mondo,  avanti che giunga a
    Torino la notizia della mia  sventura!  Chi  dar  loro  la  forza  di
    sostenere questo colpo?"
    Una  voce  interna  parea  rispondermi:  "Colui che tutti gli afflitti
    invocano ed amano e sentono in se stessi!  Colui che dava la forza  ad
    una  Madre  di  seguire il Figlio al Golgota,  e di stare sotto la sua
    croce! l'amico degl'infelici, l'amico dei mortali!".
    Quello fu il primo momento, che la religione trionf del mio cuore, ed
    all'amor filiale debbo questo benefizio.
    Per l'addietro, senza essere avverso alla religione, io poco e male la
    seguiva. Le volgari obbiezioni,  con cui suole essere combattuta,  non
    mi   parevano   un   gran  che,   e  tuttavia  mille  sofistici  dubbi
    infievolivano la mia  fede.  Gi  da  lungo  tempo  questi  dubbi  non
    cadevano  pi  sull'esistenza di Dio,  e m'andava ridicendo che se Dio
    esiste, una conseguenza necessaria della sua giustizia  un'altra vita
    per l'uomo,  che pat in un  mondo  cos  ingiusto:  quindi  la  somma
    ragionevolezza  di aspirare ai beni di quella seconda vita;  quindi un
    culto di  amore  di  Dio  e  del  prossimo,  un  perpetuo  aspirare  a
    nobilitarsi  con  generosi  sacrifizi.  Gi  da  lungo  tempo m'andava
    ridicendo tutto ci, e soggiungeva: "E che altro  il Cristianesimo se
    non questo perpetuo aspirare a nobilitarsi?".  E mi meravigliava  come
    s pura,  s filosofica, s inattaccabile manifestandosi l'essenza del
    Cristianesimo,  fosse venuta un'epoca in cui la filosofia osasse dire:
    "Far  io  d'or innanzi le sue veci".  Ed in qual modo farai tu le sue
    veci? Insegnando il vizio? No certo. Insegnando la virt?  Ebbene sar
    amore  di  Dio  e del prossimo;  sar ci che appunto il Cristianesimo
    insegna.
    Ad onta ch'io cos da parecchi anni sentissi, sfuggiva di conchiudere:
    "Sii dunque conseguente! sii cristiano!  non ti scandalezzar pi degli
    abusi!  non  malignar  pi  su  qualche punto difficile della dottrina
    della Chiesa, giacch il punto principale  questo,  ed  lucidissimo:
    ama Dio e il prossimo".
    In  prigione deliberai finalmente di stringere tale conclusione,  e la
    strinsi. Esitai alquanto,  pensando che se taluno veniva a sapermi pi
    religioso di prima,  si crederebbe in dovere di reputarmi bacchettone,
    ed avvilito dalla disgrazia.  Ma sentendo ch'io non era n bacchettone
    n avvilito, mi compiacqui di non punto curare i possibili biasimi non
    meritati, e fermai d'essere e di dichiararmi d'or in avanti cristiano.


    CAPO 4.

    Rimasi  stabile  in  questa  risoluzione  pi  tardi,  ma  cominciai a
    ruminarla e quasi volerla in quella prima notte di cattura.  Verso  il
    mattino  le mie smanie erano calmate,  ed io ne stupiva.  Ripensava a'
    genitori ed agli altri amati,  e non disperava pi  della  loro  forza
    d'animo, e la memoria de' virtuosi sentimenti, ch'io aveva altre volte
    conosciuti in essi, mi consolava.
    Perch dianzi cotanta perturbazione in me,  immaginando la loro, ed or
    cotanta fiducia nell'altezza del  loro  coraggio?  Era  questo  felice
    cangiamento  un prodigio?  era un naturale effetto della mia ravvivata
    credenza in Dio?  - E che importa  chiamar  prodigi,  o  no,  i  reali
    sublimi benefizi della religione?
    A  mezzanotte,  due  secondini (cos chiamansi i carcerieri dipendenti
    dal custode) erano venuti a visitarmi,  e m'aveano trovato di  pessimo
    umore.  All'alba  tornarono,  e  mi  trovarono  sereno  e cordialmente
    scherzoso.
    "Stanotte,  signore,  ella aveva una faccia  da  basilisco"  disse  il
    Tirola  "ora    tutt'altro,  e  ne godo,  segno che non ...  perdoni
    l'espressione...  un birbante: perch i birbanti (io sono vecchio  del
    mestiere,  e le mie osservazioni hanno qualche peso),  i birbanti sono
    pi arrabbiati il secondo giorno  del  loro  arresto,  che  il  primo.
    Prende tabacco?"
    "Non ne soglio prendere,  ma non vo' ricusare le vostre grazie. Quanto
    alla vostra osservazione,  scusatemi,  non    da  quel  sapiente  che
    sembrate.  Se stamane non ho pi faccia da basilisco, non potrebb'egli
    essere che il mutamento fosse prova  d'insensatezza,  di  facilit  ad
    illudermi, a sognar prossima la mia libert?"
    "Ne dubiterei,  signore, s'ella fosse in prigione per altri motivi; ma
    per queste cose di stato, al giorno d'oggi, non  possibile di credere
    che finiscano cos su due piedi.  Ed ella non  siffattamente gonzo da
    immaginarselo. Perdoni sa: vuole un'altra presa?"
    "Date qua.  Ma come si pu avere una faccia cos allegra,  come avete,
    vivendo sempre fra disgraziati?"
    "Creder che sia per indifferenza sui dolori altrui: non lo so nemmeno
    positivamente io, a dir vero;  ma l'assicuro che spesse volte il veder
    piangere mi fa male. E talora fingo d'essere allegro affinch i poveri
    prigionieri sorridano anch'essi."
    "Mi viene,  buon uomo,  un pensiero che non ho mai avuto: che si possa
    fare il carceriere ed essere d'ottima pasta."
    "Il mestiere non fa niente, signore.  Al di l di quel voltone ch'ella
    vede,  oltre il cortile,  v' un altro cortile ed altre carceri, tutte
    per donne. Sono...  non occorre dirlo...  donne di mala vita.  Ebbene,
    signore,  ve  n'  che  sono angeli,  quanto al cuore.  E s'ella fosse
    secondino..."
    "Io?" e scoppiai dal ridere.
    Tirola rest sconcertato dal mio riso, e non prosegu. Forse intendea,
    che s'io fossi stato secondino  mi  sarebbe  riuscito  malagevole  non
    affezionarmi ad alcuna di quelle disgraziate.
    Mi chiese ci ch'io volessi per colezione. Usc, e qualche minuto dopo
    mi port il caff.
    Io  lo  guardava  in  faccia fissamente,  con un sorriso malizioso che
    voleva dire: "Porteresti tu un mio viglietto ad altro infelice, al mio
    amico Pietro?".  Ed egli mi rispose con un altro  sorriso  che  voleva
    dire: "No,  signore;  e se vi dirigete ad alcuno de' miei compagni, il
    quale vi dica di si, badate che vi tradir".
    Non sono veramente certo ch'egli mi capisse, n ch'io capissi lui.  So
    bens ch'io fui dieci volte sul punto di dimandargli un pezzo di carta
    ed una matita,  e non ardii,  perch v'era alcun che negli occhi suoi,
    che sembrava avvertirmi di non fidarmi di alcuno,  e meno d'altri  che
    di lui.


    CAPO 5.

    Se  Tirola,  colla  sua  espressione di bont,  non avesse anche avuto
    quegli sguardi cos furbi,  se fosse stata una fisionomia pi  nobile,
    io avrei ceduto alla tentazione di farlo mio ambasciatore,  e forse un
    mio viglietto giunto a tempo all'amico gli avrebbe data  la  forza  di
    riparare qualche sbaglio,  - e forse ci salvava,  non lui, poveretto,
    che gi troppo era scoperto, ma parecchi altri e me!
    Pazienza! doveva andar cos.
    Fui chiamato alla continuazione dell'interrogatorio,  e ci dur tutto
    quel giorno,  e parecchi altri, con nessun altro intervallo che quello
    de' pranzi.
    Finch il processo non si chiuse,  i giorni volavano  rapidi  per  me,
    cotanto  era l'esercizio della mente in quell'interminabile rispondere
    a s varie dimande, e nel raccogliermi,  alle ore di pranzo ed a sera,
    per  riflettere  a  tutto  ci  che  mi  s'era  chiesto  e ch'io aveva
    risposto,   ed  a  tutto  ci  su  cui  probabilmente   sarei   ancora
    interrogato.
    Alla  fine della prima settimana m'accadde un gran dispiacere.  Il mio
    povero Piero,  bramoso,  quanto lo era io,  che potessimo metterci  in
    comunicazione,  mi  mand  un  viglietto,  e si serv non d'alcuno de'
    secondini,  ma d'un disgraziato prigioniero che veniva con essi a fare
    qualche servigio nelle nostre stanze.  Era questi un uomo dai sessanta
    ai settant'anni, condannato a non so quanti mesi di detenzione.
    Con una spilla ch'io aveva, mi forai un dito,  e feci col sangue poche
    linee di risposta, che rimisi al messaggero. Egli ebbe la mala ventura
    d'essere spiato, frugato, colto col viglietto addosso, e, se non erro,
    bastonato.  Intesi alte urla che mi parvero del misero vecchio,  e nol
    rividi mai pi.
    Chiamato a processo,  fremetti al vedermi presentata la mia  cartolina
    vergata  col  sangue (la quale,  grazie al cielo,  non parlava di cose
    nocive, ed avea l'aria d'un semplice saluto).  Mi si chiese con che mi
    fossi tratto sangue, mi si tolse la spilla, e si rise dei burlati. Ah,
    io non risi!  Io non poteva levarmi dagli occhi il vecchio messaggero.
    Avrei volentieri sofferto qualunque castigo,  purch gli perdonassero.
    E quando mi giunsero quelle urla,  che dubitai essere di lui, il cuore
    mi s'emp di lagrime.
    Invano chiesi parecchie volte di  esso  al  custode  e  a'  secondini.
    Crollavano il capo, e dicevano: "L'ha pagata cara colui... non ne far
    pi di simili...  gode un po' pi di riposo". N volea no spiegarsi di
    pi.
    Accennavano  essi  a  prigionia  ristretta  in   cui   veniva   tenuto
    quell'infelice,  o  parlavano  cos  perch'egli  fosse  morto sotto le
    bastonate od in conseguenza di quelle?
    Un giorno mi parve di vederlo, al di l del cortile, sotto il portico,
    con un fascio di legna sulle spalle.  Il cuore mi  palpit  come  s'io
    rivedessi un fratello.

    CAPO 6.

    Quando non fui pi martirato dagl'interrogatorii, e non ebbi pi nulla
    che occupasse le mie giornate,  allora sentii amaramente il peso della
    solitudine.
    Ben mi si permise ch'io avessi una Bibbia ed il Dante;  ben fu messa a
    mia disposizione dal custode la sua biblioteca,  consistente in alcuni
    romanzi di Scuderi, del Piazzi, e peggio; ma il mio spirito era troppo
    agitato,  da potersi applicare  a  qualsiasi  lettura.  Imparava  ogni
    giorno un canto di Dante a memoria, e questo esercizio era tuttavia s
    macchinale,  ch'io  lo  faceva  pensando meno a que' versi che a' casi
    miei.  Lo stesso mi avveniva leggendo altre  cose,  eccettuato  alcune
    volte  qualche  passo  della  Bibbia.  Questo divino libro ch'io aveva
    sempre amato molto,  anche quando pareami d'essere  incredulo,  veniva
    ora da me studiato con pi rispetto che mai.  Se non che,  ad onta del
    buon volere,  spessissimo io lo leggea colla mente  ad  altro,  e  non
    capiva. A poco a poco divenni capace di meditarvi pi fortemente, e di
    sempre meglio gustarlo.
    Siffatta  lettura  non  mi  diede  mai  la  minima  disposizione  alla
    bacchettoneria,   cio  a  quella  divozione   malintesa   che   rende
    pusillanime o fanatico.  Bens m'insegnava ad amar Dio e gli uomini, a
    bramare sempre pi il regno della giustizia,  ad abborrire l'iniquit,
    perdonando agl'iniqui.  Il Cristianesimo,  invece di disfare in me ci
    che la filosofia potea  avervi  fatto  di  buono,  lo  confermava,  lo
    avvalorava di ragioni pi alte, pi potenti.
    Un  giorno avendo letto che bisogna pregare incessantemente,  e che il
    vero pregare non  borbottare molte parole alla guisa de'  pagani,  ma
    adorar Dio con semplicit,  s in parole,  s in azioni, e fare che le
    une e le altre sieno l'adempimento del suo santo volere, mi proposi di
    cominciare davvero quest'incessante preghiera: cio di non permettermi
    pi neppure un  pensiero  che  non  fosse  animato  dal  desiderio  di
    conformarmi ai decreti di Dio.
    Le  formole  di  preghiera  da me recitate in adorazione furono sempre
    poche,  non gi per disprezzo (ch anzi le credo salutarissime,  a chi
    pi,  a chi meno, per fermare l'attenzione nel culto), ma perch io mi
    sento cos fatto, da non essere capace di recitarne molte senza vagare
    in distrazioni e porre l'idea del culto in obblio.
    L'intento di stare di continuo alla presenza di Dio,  invece di essere
    un faticoso sforzo della mente,  ed un soggetto di tremore, era per me
    soavissima cosa.  Non dimenticando che Dio    sempre  vicino  a  noi,
    ch'egli    in noi,  o piuttosto che noi siamo in esso,  la solitudine
    perdeva ogni giorno pi il suo orrore per me: "Non sono io  in  ottima
    compagnia?"  mi andava dicendo.  E mi rasserenava,  e canterellava,  e
    zufolava con piacere e con tenerezza.
    "Ebbene," pensai "non avrebbe potuto venirmi una febbre e portarmi  in
    sepoltura?  Tutti i miei cari, che si sarebbero abbandonati al pianto,
    perdendomi,  avrebbero pure acquistato a  poco  a  poco  la  forza  di
    rassegnarsi  alla  mia  mancanza.  Invece  d'una tomba,  mi divor una
    prigione: degg'io credere che Dio non li munisca d'egual forza?"
    Il mio cuore alzava i pi fervidi voti per loro,  talvolta con qualche
    lagrima;  ma le lagrime stesse erano miste di dolcezza. Io aveva piena
    fede che Dio sosterrebbe loro e me. Non mi sono ingannato.


    CAPO 7.

    Il vivere libero  assai pi bello  del  vivere  in  carcere;  chi  ne
    dubita?  Eppure anche nelle miserie d'un carcere,  quando ivi si pensa
    che Dio  presente,  che le gioie del mondo sono fugaci,  che il  vero
    bene  sta  nella  coscienza e non negli oggetti esteriori,  puossi con
    piacere sentire la vita. Io in meno d'un mese avea pigliato,  non dir
    perfettamente,  ma in comportevole guisa, il mio partito. Vidi che non
    volendo  commettere  l'indegna  azione  di  comprare  l'impunit   col
    procacciare la rovina altrui, la mia sorte non poteva essere se non il
    patibolo od una lunga prigionia. Era necessit adattarvisi. "Respirer
    finch  mi  lasciano fiato" dissi "e quando me lo torranno,  far come
    tutti i malati allorch son giunti all'ultimo momento. Morr."
    Mi studiava di non lagnarmi di nulla,  e di dare all'anima mia tutti i
    godimenti  possibili.  Il  pi  consueto  godimento  si era di andarmi
    rinnovando l'enumerazione  dei  beni  che  avevano  abbelliti  i  miei
    giorni:  un  ottimo  padre,   un'ottima  madre,   fratelli  e  sorelle
    eccellenti, i tali e tali amici,  una buona educazione,  l'amore delle
    lettere,  ecc.  Chi pi di me era stato dotato di felicit? Perch non
    ringraziarne Iddio,  sebbene ora mi fosse  temperata  dalla  sventura?
    Talora  facendo quell'enumerazione m'inteneriva e piangeva un istante;
    ma il coraggio e la letizia tornavano.
    Fin da' primi giorni io aveva acquistato un amico. Non era il custode,
    non alcuno de' secondini,  non alcuno de' signori  processanti.  Parlo
    per altro d'una creatura umana. Chi era? - Un fanciullo, sordo e muto,
    di cinque o sei anni. Il padre e la madre erano ladroni, e la legge li
    aveva colpiti.  Il misero orfanello veniva mantenuto dalla Polizia con
    parecchi altri fanciulli della stessa condizione.  Abitavano tutti  in
    una  stanza in faccia alla mia,  ed a certe ore aprivasi loro la porta
    affinch uscissero a prender aria nel cortile.
    Il sordo e muto veniva sotto  la  mia  finestra,  e  mi  sorrideva,  e
    gesticolava.  Io  gli  gettava  un  bel  pezzo di pane: ei lo prendeva
    facendo un salto di gioia, correva a' suoi compagni,  ne dava a tutti,
    e  poi  veniva  a mangiare la sua porzioncella presso la mia finestra,
    esprimendo la sua gratitudine col sorriso de' suoi begli occhi.
    Gli  altri  fanciulli  mi  guardavano  da  lontano,   ma  non  ardano
    avvicinarsi: il sordo-muto aveva una gran simpatia per me,  n gi per
    sola cagione d'interesse.  Alcune volte ei non sapea che fare del pane
    ch'io  gli  gettava,  e  facea  segni ch'egli e i suoi compagni aveano
    mangiato bene, e non potevano prendere maggior cibo. S'ei vedea venire
    un secondino nella mia stanza,  ei gli  dava  il  pane  perch  me  lo
    restituisse.  Bench  nulla  aspettasse allora da me,  ei continuava a
    ruzzare innanzi alla finestra,  con una grazia  amabilissima,  godendo
    ch'io  lo  vedessi.  Una  volta  un  secondino  permise  al  fanciullo
    d'entrare  nella  mia  prigione:  questi,  appena  entrato,  corse  ad
    abbracciarmi  le  gambe  mettendo  un grido di gioia.  Lo presi fra le
    braccia,  ed  indicibile il trasporto con cui mi colmava di  carezze.
    Quanto  amore  in quella cara animetta!  Come avrei voluto poterlo far
    educare e salvarlo dall'abbiezione in che si trovava!
    Non ho mai saputo il suo nome.  Egli stesso non sapeva di averne  uno.
    Era  sempre lieto,  e non lo vidi mai piangere se non una volta che fu
    battuto, non so perch, dal carceriere. Cosa strana!  Vivere in luoghi
    simili  sembra  il  colmo dell'infortunio,  eppure quel fanciullo avea
    certamente tanta felicit quanta possa averne a  quell'et  il  figlio
    d'un  principe.  Io  facea questa riflessione,  ed imparava che puossi
    rendere l'umore indipendente dal luogo.  Governiamo l'immaginativa,  e
    staremo bene quasi dappertutto.  Un giorno  presto passato,  e quando
    la sera uno si mette a letto senza fame  e  senza  acuti  dolori,  che
    importa se quel letto  piuttosto fra mura che si chiamino prigione, o
    fra mura che si chiamino casa o palazzo?
    Ottimo ragionamento!  Ma come si fa a governare l'immaginativa?  Io mi
    vi provava, e ben pareami talvolta di riuscirvi a meraviglia: ma altre
    volte la tirannia trionfava,  ed io  indispettito  stupiva  della  mia
    debolezza.


    CAPO 8.

    "Nella mia sventura sono pur fortunato," diceva io "che m'abbiano data
    una prigione a pian terreno, su questo cortile, ove a quattro passi da
    me  viene  quel  caro  fanciullo,   con  cui  converso  alla  muta  s
    dolcemente!  Mirabile intelligenza umana!  Quante cose ci diciamo egli
    ed  io  colle  infinite  espressioni degli sguardi e della fisionomia!
    Come compone i suoi moti con  grazia,  quando  gli  sorrido!  Come  li
    corregge  quando  vede  che  mi  spiacciono!  Come capisce che lo amo,
    quando accarezza o regala alcuno de' suoi compagni!  Nessuno al  mondo
    se  lo  immagina,  eppure io,  stando alla finestra,  posso essere una
    specie d'educatore per quella povera creaturina.  A forza di  ripetere
    il  mutuo  esercizio de' segni,  perfezioneremo la comunicazione delle
    nostre idee. Pi sentir d'istruirsi e di ingentilirsi con me,  pi mi
    s'affezioner.  Io  sar per lui il genio della ragione e della bont;
    egli imparer a confidarmi i suoi  dolori,  i  suoi  piaceri,  le  sue
    brame:  io  a consolarlo,  a nobilitarlo,  a dirigerlo in tutta la sua
    condotta.  Chi sa che tenendosi indecisa la mia sorte di mese in mese,
    non  mi  lascino invecchiar qui?  Chi sa che quel fanciullo non cresca
    sotto a' miei occhi,  e non sia adoperato a qualche servizio in questa
    casa?  Con  tanto  ingegno  quanto  mostra  d'avere,  che  potr  egli
    riuscire? Ahim!  niente di pi che un ottimo secondino o qualch'altra
    cosa  di  simile.  Ebbene,  non  avr  io  fatto  buon'opera,  se avr
    contribuito ad ispirargli il desiderio di piacere alla gente onesta ed
    a se stesso, a dargli l'abitudine de' sentimenti amorevoli?"
    Questo soliloquio era naturalissimo.  Ebbi sempre  molta  inclinazione
    pe' fanciulli,  e l'ufficio d'educatore mi parea sublime.  Io adempiva
    simile ufficio da qualche anno  verso  Giacomo  e  Giulio  Porro,  due
    giovinetti  di  belle speranze ch'io amava come figli miei e come tali
    amer sempre.  Dio sa,  quante volte in carcere io  pensassi  a  loro!
    quanto m'affliggessi di non poter compiere la loro educazione!  quanti
    ardenti voti formassi perch incontrassero un  nuovo  maestro  che  mi
    fosse eguale nell'amarli!
    Talvolta  esclamava  tra  me: "Che brutta parodia  questa!  Invece di
    Giacomo e Giulio,  fanciulli ornati  de'  pi  splendidi  incanti  che
    natura  e  fortuna possano dare,  mi tocca per discepolo un poveretto,
    sordo, muto,  stracciato,  figlio d'un ladrone!...  che al pi diverr
    secondino, il che in termine un po' meno garbato si direbbe sbirro.
    Queste riflessioni mi confondeano, mi sconfortavano. Ma appena sentiva
    io lo strillo del mio mutolino,  che mi si rimescolava il sangue, come
    ad un padre che sente la voce del figlio.  E quello strillo e  la  sua
    vista  dissipavano in me ogni idea di bassezza a suo riguardo.  "E che
    colpa ha egli s'  stracciato  e  difettoso,  e  di  razza  di  ladri?
    Un'anima umana,  nell'et dell'innocenza,  sempre rispettabile." Cos
    diceva io;  e lo guardava ogni giorno pi con amore,  e mi  parea  che
    crescesse  in  intelligenza,  e  confermavami  nel  dolce  divisamento
    d'applicarmi ad ingentilirlo; e fantasticando su tutte le possibilit,
    pensava che forse sarei un giorno uscito di  carcere  ed  avrei  avuto
    mezzo  di far mettere quel fanciullo nel collegio de' sordi e muti,  e
    di aprirgli cos la via ad una fortuna pi bella che d'essere sbirro.
    Mentre io m'occupava cos deliziosamente del suo bene,  un giorno  due
    secondini vengono a prendermi.
    "Si cangia alloggio, signore."
    "Che intendete dire?"
    "C' comandato di trasportarla in un'altra camera."
    "Perch?"
    "Qualch'altro  grosso  uccello    stato  preso,  e  questa essendo la
    miglior camera... capisce bene..."
    "Capisco:  la prima posa de' nuovi arrivati."
    E mi trasportarono alla parte del cortile opposta, ma, ohim!  non pi
    a pian terreno,  non pi atta al conversare col mutolino.  Traversando
    quel cortile, vidi quel caro ragazzo seduto a terra, attonito,  mesto:
    cap ch'ei mi perdeva.  Dopo un istante s'alz,  mi corse incontro;  i
    secondini volevano cacciarlo, io lo presi fra le braccia, e, sudicetto
    com'egli era, lo baciai e ribaciai con tenerezza,  e mi staccai da lui
    - debbo dirlo? - cogli occhi grondanti di lagrime.


    CAPO 9.

    Povero mio cuore! tu ami s facilmente e s caldamente, ed oh a quante
    separazioni  sei  gi  stato  condannato!  Questa  non fu certo la men
    dolorosa;  e la sentii  tanto  pi  che  il  nuovo  mio  alloggio  era
    tristissimo.  Una stanzaccia,  oscura, lurida, con finestra avente non
    vetri  alle  imposte,  ma  carta,  con  pareti  contaminate  da  goffe
    pitturacce  di  colore,  non  oso dir quale;  e ne' luoghi non dipinti
    erano iscrizioni. Molte portavano semplicemente nome, cognome e patria
    di qualche infelice,  colla data del giorno funesto della sua cattura.
    Altre  aggiungeano esclamazioni contro falsi amici,  contro se stesso,
    contro una  donna,  contro  il  giudice,  ecc.  Altre  erano  compendi
    d'autobiografia.  Altre  contenevano  sentenze morali.  V'erano queste
    parole di Pascal:
    "Coloro che combattono la religione imparino  almeno  qual  ella  sia,
    prima  di  combatterla.  Se  questa  religione si vantasse d'avere una
    veduta  chiara  di  Dio,  e  di  possederlo  senza  velo,  sarebbe  un
    combatterla il dire che non si vede niente nel mondo che lo mostri con
    tanta evidenza.  Ma poich dice, anzi, essere gli uomini nelle tenebre
    e lontani da Dio,  il quale s'  nascosto  alla  loro  cognizione,  ed
    essere   appunto   il  nome  ch'egli  si  d  nelle  Scritture,   Deus
    absconditus...  qual vantaggio possono  essi  trarre,  allorch  nella
    negligenza  che  professano quanto alla scienza della verit,  gridano
    che la verit non vien loro mostrata?"
    Pi sotto era scritto (parole dello stesso autore):
    "Non trattasi qui del lieve interesse di  qualche  persona  straniera;
    trattasi di noi medesimi e del nostro tutto.  L'immortalit dell'anima
     cosa che tanto importa, e che toccaci s profondamente,  che bisogna
    aver  perduto  ogni senno per essere nell'indifferenza di saper che ne
    sia."
    Un altro scritto diceva:
    "Benedico la prigione,  poich m'ha  fatto  conoscere  l'ingratitudine
    degli uomini, la mia miseria, e la bont di Dio."
    Accanto  a  queste  umili  parole  erano  le  pi  violente  e superbe
    imprecazioni d'uno che si diceva ateo,  e che si scagliava contro  Dio
    come se si dimenticasse di aver detto che non v'era Dio.
    Dopo una colonna di tai bestemmie, ne seguiva una di ingiurie contro i
    vigliacchi,  cos  li  chiamava  egli,  che la sventura del carcere fa
    religiosi.
    Mostrai quelle scelleratezze  ad  uno  de'  secondini,  e  chiesi  chi
    l'avesse scritte.
    "Ho  piacere d'aver trovata quest'iscrizione:" disse "ve ne son tante,
    ed ho s poco tempo da cercare!"
    E senz'altro,  diessi con un coltello a grattare  il  muro  per  farla
    sparire.
    "Perch ci?" dissi.
    "Perch  il  povero diavolo che l'ha scritta,  e fu condannato a morte
    per omicidio premeditato,  se ne pent,  e mi fece pregare  di  questa
    carit."
    "Dio gli perdoni!" sclamai. "Qual omicidio era il suo?"
    "Non  potendo  uccidere  un  suo  nemico,  si  vendic uccidendogli il
    figlio, il pi bel fanciullo che si desse sulla terra."
    Inorridii.  A tanto pu giungere la ferocia?  E siffatto mostro teneva
    il  linguaggio  insultante  d'un  uomo  superiore a tutte le debolezze
    umane! Uccidere un innocente! un fanciullo!


    CAPO 10.

    In quella mia nuova stanza,  cos tetra e cos  immonda,  privo  della
    compagnia del caro muto, io era oppresso di tristezza.
    Stava  molte ore alla finestra la quale metteva sopra una galleria,  e
    al di l della galleria vedeasi l'estremit del cortile e la  finestra
    della mia prima stanza. Chi erami succeduto col? Io vi vedeva un uomo
    che molto passeggiava colla rapidit di chi  pieno d'agitazione.  Due
    o tre giorni dappoi, vidi che gli avevano dato da scrivere,  ed allora
    se ne stava tutto il d al tavolino.
    Finalmente lo riconobbi. Egli usciva della sua stanza accompagnato dal
    custode: andava agli esami. Era Melchiorre Gioia!
    Mi  si  strinse  il cuore.  "Anche tu,  valentuomo,  sei qui!" (Fu pi
    fortunato di me.  Dopo alcuni mesi  di  detenzione  venne  rimesso  in
    libert.)
    La  vista di qualunque creatura buona mi consola,  m'affeziona,  mi fa
    pensare.  Ah!  pensare ed amare sono un gran bene.  Avrei dato la  mia
    vita per salvar Gioia di carcere; eppure il vederlo mi sollevava.
    Dopo  essere  stato  lungo tempo a guardarlo,  a congetturare da' suoi
    moti se fosse tranquillo d'animo od inquieto,  a far voti per lui,  io
    mi sentiva maggior forza, maggiore abbondanza d'idee, maggior contento
    di  me.  Ci  vuol  dire che lo spettacolo d'una creatura umana,  alla
    quale s'abbia amore,  basta a temprare la solitudine.  M'avea dapprima
    recato questo benefizio un povero bambino muto,  ed or me lo recava la
    lontana vista d'un uomo di gran merito.
    Forse qualche secondino gli disse dov'io era.  Un mattino,  aprendo la
    sua finestra,  fece sventolare il fazzoletto in atto di saluto. Io gli
    risposi collo stesso segno. Oh quale piacere mi inond l'anima in quel
    momento! Mi pareva che la distanza fosse sparita, che fossimo insieme.
    Il cuore  mi  balzava  come  ad  un  innamorato  che  rivede  l'amata.
    Gesticolavamo  senza  capirci,  e  colla  stessa  premura,  come se ci
    capissimo: o piuttosto ci capivamo realmente;  que' gesti voleano dire
    tutto ci che le nostre anime sentivano,  e l'una non ignorava ci che
    l'altra sentisse.
    Qual conforto sembravanmi dover essere  in  avvenire  quei  saluti!  E
    l'avvenire giunse, ma que' saluti non furono pi replicati! Ogni volta
    ch'io rivedea Gioia alla finestra, io faceva sventolare il fazzoletto.
    Invano! I secondini mi dissero che gli era stato proibito d'eccitare i
    miei  gesti  o  di  rispondervi.  Bens guardavami egli spesso,  ed io
    guardava lui, e cos ci dicevamo ancora molte cose.


    CAPO 11.

    Sulla galleria ch'era sotto la finestra, al livello medesimo della mia
    prigione, passavano e ripassavano da mattina a sera altri prigionieri,
    accompagnati da secondini; andavano agli esami,  e ritornavano.  Erano
    per lo pi gente bassa.  Vidi nondimeno anche qualcheduno che parea di
    condizione civile.  Bench non potessi gran fatto fissare gli occhi su
    loro,  tanto  era fuggevole il loro passaggio,  pure attraevano la mia
    attenzione;  tutti qual pi qual meno  mi  commoveano.  Questo  triste
    spettacolo,  a'  primi giorni,  accresceva i miei dolori;  ma a poco a
    poco mi v'assuefeci, e fin per diminuire anch'esso l'orrore della mia
    solitudine.
    Mi passavano parimente sotto  gli  occhi  molte  donne  arrestate.  Da
    quella galleria s'andava, per un voltone, sopra un altro cortile, e l
    erano  le  carceri  muliebri  e l'ospedale delle sifilitiche.  Un muro
    solo,  ed assai sottile,  mi dividea da una delle stanze delle  donne.
    Spesso le poverette mi assordavano colle loro canzoni,  talvolta colle
    loro risse. A tarda sera,  quando i romori erano cessati,  io le udiva
    conversare.
    Se avessi voluto entrare in colloquio, avrei potuto. Me n'astenni, non
    so perch.  Per timidit?  per alterezza? per prudente riguardo di non
    affezionarmi a donne degradate?  Dovevano esservi questi motivi  tutti
    tre.  La donna, quando  ci che debb'essere,  per me una creatura s
    sublime! Il vederla, l'udirla, il parlarle, mi arricchisce la mente di
    nobili fantasie. Ma avvilita, spregevole, mi perturba, m'affligge,  mi
    spoetizza iI cuore.
    Eppure...  (gli eppure sono indispensabili per dipingere l'uomo,  ente
    s composto) fra quelle voci femminili ve n'avea di soavi,  e queste -
    e  perch  non dirlo?  - m'erano care.  Ed una di quelle era pi soave
    delle altre, e s'udiva pi di rado,  e non proferiva pensieri volgari.
    Cantava poco, e per lo pi questi soli due patetici versi:
    Chi rende alla meschina la sua felicit?
    Alcune volte cantava le litanie. Le sue compagne la secondavano, ma io
    aveva il dono di discernere la voce di Maddalena dalle altre,  che pur
    troppo sembravano accanite a rapirmela.
    S,  quella disgraziata chiamavasi Maddalena.  Quando le sue  compagne
    raccontavano  i  loro dolori,  ella compativale e gemeva,  e ripeteva:
    "Coraggio, mia cara; il Signore non abbandona alcuno".
    Chi poteva impedirmi d'immaginarmela pi  bella  e  pi  infelice  che
    colpevole,   nata  per  la  virt,  capace  di  ritornarvi,  s'erasene
    scostata?  Chi potrebbe biasimarmi s'io  m'inteneriva  udendola,  s'io
    l'ascoltava  con  venerazione,  s'io  pregava  per  lei con un fervore
    particolare?
    L'innocenza  veneranda,  ma  quanto  lo    pure  il  pentimento!  Il
    migliore  degli  uomini,  l'uomo-Dio,  sdegnava  egli  di porre il suo
    pietoso sguardo sulle peccatrici,  di rispettare la  loro  confusione,
    d'aggregarle  fra le anime ch'ei pi onorava?  Perch disprezziamo noi
    tanto la donna caduta nell'ignominia?
    Ragionando cos,  fui cento volte tentato di alzar la voce e fare  una
    dichiarazione  d'amor  fraterno  a  Maddalena.   Una  volta  avea  gi
    cominciato la prima sillaba vocativa: "Mai!...". Cosa strana! il cuore
    mi batteva, come ad un ragazzo di quindici anni innamorato; e s ch'io
    n'avea trentuno, che non  pi l'et dei palpiti infantili.
    Non potei andar avanti. Ricominciai: "Mad!... Mad!...".  E fu inutile.
    Mi trovai ridicolo, e gridai dalla rabbia: "Matto! e non Mad!".


    CAPO 12.

    Cos  fin  il  mio  romanzo  con quella poveretta.  Se non che le fui
    debitore di dolcissimi sentimenti per parecchie settimane.  Spesso  io
    era  melanconico,  e  la  sue voce m'esilarava: spesso,  pensando alla
    vilt ed all'ingratitudine degli uomini, io m'irritava contro loro, io
    disamava l'universo,  e la voce di  Maddalena  tornava  a  dispormi  a
    compassione ed indulgenza.
    Possa tu,  o incognita peccatrice, non essere state condannata a grave
    pena!  Od  a  qualunque  pena  sii  tu  stata  condannata,   posse  tu
    profittarne e rinobilitarti,  e vivere e morir care al Signore!  Possa
    tu essere compianta e rispettata da tutti  quelli  che  ti  conoscono,
    come lo fosti da me che non ti conobbi!  Possa tu ispirare,  in ognuno
    che ti vegga,  la pazienza,  la dolcezza,  la brama  della  virt,  la
    fiducia in Dio, come le ispiravi in colui che ti am senza vederti! La
    mia  immaginativa  pu  errare figurandoti bella di corpo,  ma l'anima
    tua,   ne  son  certo,   era  bella.   Le   tue   compagne   parlavano
    grossolanamente,  e  tu con pudore e gentilezza;  bestemmiavano,  e tu
    benedicevi Dio; garrivano, e tu componevi le loro liti. Se alcuno t'ha
    porto la mano per sottrarti  dalla  carriera  del  disonore,  se  t'ha
    beneficata con delicatezza,  se ha asciugate le tue lagrime,  tutte le
    consolazioni piovano su lui,  su' suoi figli,  e sui  figli  de'  suoi
    figli!
    Contigua alla mia,  era una prigione abitata da parecchi uomini. Io li
    udiva anche parlare.  Uno di loro superava gli altri in autorit,  non
    forse  per maggiore finezza di condizione,  ma per maggior facondia ed
    audacia. Questi facea, come si dice, il dottore.  Rissava e metteva in
    silenzio  i contendenti coll'imperiosit della voce e colla foga delle
    parole; dettava loro ci che doveano pensare e sentire, e quelli, dopo
    qualche renitenza, finivano per dargli ragione in tutto.
    Infelici!  non uno di  loro  che  temperasse  le  spiacevolezze  della
    prigione   esprimendo  qualche  soave  sentimento,   qualche  poco  di
    religione e d'amore!
    Il caporione di que' vicini mi salut,  e risposi.  Mi chiese come  io
    passassi quella maledetta vita.  Gli dissi che,  sebben trista,  niuna
    vita  era  maledetta  per  me,  e  che,  sino  alla  morte,  bisognava
    procacciar di godere il piacer di pensare e d'amare.
    "Si spieghi, signore, si spieghi."
    Mi  spiegai,  e  non  fui  capito.  E  quando,  dopo  ingegnose ambagi
    preparatorie, ebbi il coraggio d'accennare, come esempio, la tenerezza
    carissima che in  me  veniva  destata  dalla  voce  di  Maddalena,  il
    caporione diede in una grandissima risata.
    "Che cos'?  che cos'?" gridarono i suoi compagni. Il profano ridisse
    con caricature le mie parole,  e le risate scoppiarono in coro,  ed io
    feci l pienamente la figure dello sciocco.
    Avviene in prigione come nel mondo. Quelli che pongono la lor saviezza
    nel  fremere,   nel  lagnarsi,  nel  vilipendere,  credono  follia  il
    compatire,  l'amare,  il consolarsi con  belle  fantasie  che  onorino
    l'umanit ed il suo Autore.


    CAPO 13.

    Lasciai ridere,  e non opposi sillaba. I vicini mi diressero due o tre
    volte la parole; io stetti zitto.
    "Non sar pi alla finestra... se ne sar ito... tender l'orecchio ai
    sospiri di Maddalena... si sar offeso delle nostre risa."
    Cos andarono dicendo per un poco.  E finalmente il  caporione  impose
    silenzio agli altri che susurravano sul mio conto.
    "Tacete,  bestioni,  che  non sapete quel che diavolo vi dite.  Qui il
    vicino non  un s grand'asino come credete.  Voi non siete capaci  di
    riflettere  su niente.  Io sghignazzo,  ma poi rifletto,  io.  Tutti i
    villani mascalzoni sanno far gli arrabbiati, come facciamo noi. Un po'
    pi di dolce allegria,  un po' pi di carit,  un po' pi di fede  ne'
    benefizi del Cielo, di che cosa vi pare sinceramente che sia indizio?"
    "Or  che  ci  rifletto  anch'io," rispose uno "mi pare che sia indizio
    d'essere alquanto meno mascalzone."
    "Bravo!" grid il caporione con urlo stentoreo "questa volta torno  ad
    aver qualche stima della tua zucca."
    Io  non  insuperbiva  molto  d'essere solamente reputato alquanto meno
    mascalzone di loro;  eppure provava una  specie  di  gioia,  che  que'
    disgraziati   si   ricredessero  circa  l'importanza  di  coltivare  i
    sentimenti benevoli.
    Mossi l'imposta della finestra, come se tornassi allora.  Il caporione
    mi chiam.  Risposi,  sperando che avesse voglia di moralizzare a modo
    mio. M'ingannai. Gli spiriti volgari sfuggono i ragionamenti serii: se
    una nobile verit traluce loro, sono capaci di applaudirla un istante,
    ma tosto dopo ritorcono da essa  lo  sguardo,  e  non  resistono  alla
    libidine   d'ostentar   senno   ponendo  quella  verit  in  dubbio  e
    scherzando.
    Mi chiese poscia s'io era in prigione per debiti.
    "No."
    "Forse accusato di truffa? Intendo accusato falsamente sa."
    "Sono accusato di tutt'altro."
    "Di cose d'amore?"
    "No."
    "D'omicidio?"
    "No."
    "Di carboneria?"
    "Appunto."
    "E che sono questi carbonari?"
    "Li conosco cos poco che non saprei dirvelo."
    Un secondino c'interruppe con gran  collera,  e  dopo  d'aver  colmato
    d'improperii  i  miei  vicini  si  volse  a me colla gravit non d'uno
    sbirro,  ma d'un maestro,  e disse: "Vergogna,  signore!  degnarsi  di
    conversare con ogni sorta di gente! Sa ella che costoro son ladri?".
    Arrossii  e poi arrossii d'aver arrossito,  e mi parve che il degnarsi
    di conversare con ogni  specie  d'infelici  sia  piuttosto  bont  che
    colpa.


    CAPO 14.

    Il  mattino  seguente andai alla finestra per vedere Melchiorre Gioia,
    ma non conversai pi co' ladri.  Risposi al loro saluto,  e dissi  che
    m'era vietato di parlare.
    Venne l'attuario che m'avea fatto gl'interrogatorii,  e m'annunci con
    mistero una visita che m'avrebbe recato piacere.  E quando  gli  parve
    d'avermi  abbastanza  preparato  disse:  "Insomma,    suo  padre;  si
    compiaccia di seguirmi".
    Lo seguii abbasso negli uffici, palpitando di contento e di tenerezza,
    e sforzandomi d'avere un  aspetto  sereno  che  tranquillasse  il  mio
    povero padre.
    Allorch  avea saputo il mio arresto,  egli avea sperato che ci fosse
    per sospetti da nulla,  e ch'io  tosto  uscissi.  Ma  vedendo  che  la
    detenzione  durava,  era venuto a sollecitare il Governo austriaco per
    la mia liberazione. Misere illusioni dell'amor paterno!  Ei non poteva
    credere  ch'io  fossi  stato  cos temerario da espormi al rigor delle
    leggi,  e la studiata ilarit con che gli parlai lo persuase ch'io non
    aveva sciagure a temere.
    Il  breve colloquio che ci fu conceduto m'agit indicibilmente;  tanto
    pi ch'io reprimeva ogni apparenza d'agitazione.  Il pi difficile  fu
    di non manifestarla quando convenne separarci.
    Nelle  circostanze  in  cui  era  l'Italia,  io  tenea  per  fermo che
    l'Austria avrebbe dato esempi straordinarii di rigore,  e ch'io  sarei
    stato  condannato  a  morte od a molti anni di prigionia.  Dissimulare
    questa credenza ad un padre! lusingarlo colla dimostrazione di fondate
    speranze   di   prossima   libert!    non   prorompere   in   lagrime
    abbracciandolo, parlandogli della madre, de' fratelli e delle sorelle,
    ch'io  pensava non riveder pi mai sulla terra!  pregarlo con voce non
    angosciata che venisse ancora a vedermi, se poteva! Nulla mai mi cost
    tanta violenza.
    Egli si divise consolatissimo da me,  ed io tornai nel mio carcere col
    cuore  straziato.  Appena  mi  vidi solo,  sperai di potermi sollevare
    abbandonandomi al pianto.  Questo sollievo mi manc.  Io scoppiava  in
    singhiozzi, e non potea versare una lagrima.
    La disgrazia di non piangere  una delle pi crudeli ne' sommi dolori,
    ed oh quante volte l'ho provata!
    Mi prese una febbre ardente con fortissimo mal di capo. Non inghiottii
    un  cucchiaio  di  minestra  in  tutto  il  giorno.  "Fosse questa una
    malattia mortale" diceva io "che abbreviasse i miei martirii!"
    Stolta e codarda brama! Iddio non l'esaud,  ed or ne lo ringrazio.  E
    ne  lo  ringrazio,  non  solo  perch  dopo  dieci  anni di carcere ho
    riveduto la mia cara famiglia e posso dirmi felice;  ma anche perch i
    patimenti  aggiungono valore all'uomo,  e voglio sperare che non sieno
    stati inutili per me.


    CAPO 15.

    Due giorni appresso, mio padre torn.  Io aveva dormito bene la notte,
    ed  era  senza  febbre.  Mi ricomposi a disinvolte e liete maniere,  e
    niuno dubit di ci che il  mio  cuore  avesse  sofferto  e  soffrisse
    ancora.
    "Confido"  mi  disse  il  padre  "che fra pochi giorni sarai mandato a
    Torino.  Gi t'abbiamo apparecchiata la  stanza,  e  t'aspettiamo  con
    grande  ansiet.  I  miei  doveri  d'impiego mi obbligano a ripartire.
    Procura, te ne prego, procura di raggiungermi presto."
    La sua tenera e melanconica amorevolezza  mi  squarciava  l'anima.  Il
    fingere mi pareva comandato da piet, eppure io fingeva con una specie
    di  rimorso.  Non  sarebbe  stata cosa pi degna di mio padre e di me,
    s'io gli avessi detto: "Probabilmente non ci  vedremo  pi  in  questo
    mondo!  Separiamoci da uomini,  senza mormorare, senza gemere; e ch'io
    oda pronunciare sul mio capo la paterna benedizione"?
    Questo linguaggio mi sarebbe mille volte pi piaciuto della  finzione.
    Ma io guardava gli occhi di quel venerando vecchio, i suoi lineamenti,
    i suoi grigi capelli, e non mi sembrava che l'infelice potesse aver la
    forza d'udire tai cose.
    E  se  per  non volerlo ingannare io l'avessi veduto abbandonarsi alla
    disperazione, forse svenire,  forse (orribile idea!) essere colpito da
    morte nelle mie braccia?
    Non potei dirgli il vero,  n lasciarglielo tralucere! La mia foggiata
    serenit  lo  illuse  pienamente.  Ci  dividemmo  senza  lagrime.   Ma
    ritornato  nel  carcere,  fui  angosciato  come  l'altra volta,  o pi
    fieramente ancora; ed invano pure invocai il dono del pianto.
    Rassegnarmi a tutto l'orrore d'una  lunga  prigionia,  rassegnarmi  al
    patibolo,  era nella mia forza.  Ma rassegnarmi all'immenso dolore che
    ne avrebbero provato padre, madre, fratelli e sorelle, ah!  questo era
    quello a cui la mia forza non bastava.
    Mi  prostrai  allora  in  terra  con un fervore quale io non aveva mai
    avuto si forte, e pronunciai questa preghiera:
    "Mio  Dio,   accetto  tutto  dalla  tua  mano;   ma   invigorisci   s
    prodigiosamente  i cuori a cui io era necessario,  ch'io cessi d'esser
    loro tale,  e la vita d'alcun di loro non abbia perci ad  abbreviarsi
    pur d'un giorno!"
    Oh  beneficio  della  preghiera!  Stetti pi ore colla mente elevata a
    Dio,  e la mia fiducia cresceva a misura ch'io  meditava  sulla  bont
    divina,  a  misura  ch'io  meditava  sulla grandezza dell'anima umana,
    quando esce del suo egoismo e si sforza di non aver pi  altro  volere
    che il volere dell'infinita Sapienza.
    S,  ci si pu!  ci  il dovere dell'uomo! La ragione, che  la voce
    di Dio, la ragione ne dice che bisogna tutto sacrificare alla virt. E
    sarebbe compiuto il sacrificio di cui siamo debitori  alla  virt,  se
    nei  casi pi dolorosi luttassimo contro il volere di Colui che d'ogni
    virt  il principio?
    Quando il patibolo  o  qualunque  altro  martirio    inevitabile,  il
    temerlo  codardamente,  il  non  saper  muovere ad esso benedicendo il
    Signore,   segno di miserabile degradazione od ignoranza.  Ed    non
    solamente d'uopo consentire alla propria morte,  ma all'afflizione che
    ne proveranno i nostri cari.  Altro non lice se non dimandare che  Dio
    la temperi, che Dio tutti ci regga: tal preghiera  sempre esaudita.


    CAPO 16.

    Volsero  alcuni  giorni,  ed  io  era nel medesimo stato;  cio in una
    mestizia dolce, piena di pace e di pensieri religiosi.  Pareami d'aver
    trionfato d'ogni debolezza,  e di non essere pi accessibile ad alcuna
    inquietudine.  Folle  illusione!  L'uomo  dee  tendere  alla  perfetta
    costanza,  ma  non vi giunge mai sulla terra.  Che mi turb?  La vista
    d'un amico infelice;  la vista del mio buon  Piero,  che  pass  pochi
    palmi di distanza da me,  sulla galleria,  mentr'io era alla finestra.
    L'aveano tratto dal suo covile per condurlo alle carceri criminali.
    Egli, e coloro che l'accompagnavano, passarono cos presto, che appena
    ebbi campo a riconoscerlo,  a vedere un suo  cenno  di  saluto,  ed  a
    restituirglielo.
    Povero  giovane!  Nel  fiore  dell'et,  con  un  ingegno di splendide
    speranze, con un carattere onesto,  delicato,  amantissimo,  fatto per
    godere  gloriosamente  della  vita,  precipitato  in prigione per cose
    politiche,  in tempo da non poter  certamente  evitare  i  pi  severi
    fulmini della legge!
    Mi prese tal compassione di lui, tale affanno di non poterlo redimere,
    di  non  poterlo  almeno  confortare  colla  mia  presenza e colle mie
    parole,  che nulla valeva a rendermi  un  poco  di  calma.  Io  sapeva
    quant'egli amasse sua madre, suo fratello, le sue sorelle, il cognato,
    i  nipotini;  quant'egli  agognasse  contribuire  alla  loro felicit,
    quanto fosse riamato da tutti  quei  cari  oggetti.  Io  sentiva  qual
    dovesse essere l'afflizione di ciascun di loro a tanta disgrazia.  Non
    vi sono termini per esprimere la smania che allora s'impadroni di  me.
    E questa smania si prolung cotanto, ch'io disperava di pi sedarla.
    Anche  questo  spavento era un'illusione.  O afflitti,  che vi credete
    preda d'un ineluttabile, orrendo, sempre crescente dolore,  pazientate
    alquanto,  e vi disingannerete!  N somma pace,  n somma inquietudine
    possono durare quaggi. Conviene persuadersi di questa verit, per non
    insuperbire  nelle  ore  felici  e  non  avvilirsi   in   quelle   del
    perturbamento.
    A lunga smania successe stanchezza ed apatia.  Ma l'apatia neppure non
     durevole, e temetti di dover, quindi in poi, alternare senza rifugio
    tra questa e l'opposto eccesso.  Inorridii alla prospettiva di  simile
    avvenire, e ricorsi anche questa volta ardentemente alla preghiera.
    Io  dimandai a Dio d'assistere il mio misero Pietro come me,  e la sua
    casa  come  la  mia.   Solo  ripetendo  questi  voti  potei  veramente
    tranquillarmi.


    CAPO 17.

    Ma  quando  l'animo era quetato io rifletteva alle smanie sofferte,  e
    adirandomi della mia debolezza, studiava il modo di guarirne. Giovommi
    a tal uopo questo espediente. Ogni mattina mia prima occupazione, dopo
    breve omaggio al Creatore,  era il fare  una  diligente  e  coraggiosa
    rassegna  d'ogni  possibile  evento  atto  a commuovermi.  Su ciascuno
    fermava vivamente la fantasia,  e mi  vi  preparava:  dalle  pi  care
    visite, fino alla visita del carnefice, io le immaginava tutte. Questo
    tristo  esercizio sembrava per alcuni giorni incomportevole,  ma volli
    essere perseverante, ed in breve ne fui contento.
    Al primo dell'anno (1821) il conte Luigi Porro ottenne  di  venirmi  a
    vedere.  La  tenera  e  calda amicizia ch'era tra noi,  il bisogno che
    avevamo di dirci tante cose,  l'impedimento che a questa effusione era
    posto  dalla  presenza d'un attuario,  il troppo breve tempo che ci fu
    dato di stare insieme,  i sinistri presentimenti che mi  angosciavano,
    lo sforzo che facevamo egli ed io di parer tranquilli, tutto ci parea
    dovermi  mettere una delle pi terribili tempeste nel cuore.  Separato
    da quel caro amico, mi sentii in calma; intenerito, ma in calma.
    Tale  l'efficacia del premunirsi contro le forti emozioni.
    Il mio impegno di acquistare una calma costante non  movea  tanto  dal
    desiderio  di  diminuire  la  mia  infelicit,  quanto  dall'apparirmi
    brutta,  indegna dell'uomo,  l'inquietudine.  Una  mente  agitata  non
    ragiona pi: avvolta fra un turbine irresistibile d'idee esagerate, si
    forma  una  logica  sciocca,   furibonda,  maligna:    in  uno  stato
    assolutamente antifilosofico, anticristiano.
    S'io fossi predicatore,  insisterei spesso sulla necessit di  bandire
    l'inquietudine:  non  si  pu  esser  buono  ad  altro patto.  Com'era
    pacifico con s e cogli altri Colui che dobbiamo  tutti  imitare!  Non
    v'  grandezza d'animo,  non v' giustizia senza idee moderate,  senza
    uno spirito tendente pi a sorridere che ad adirarsi degli avvenimenti
    di questa breve vita.  L'ira non ha qualche valore  se  non  nel  caso
    rarissimo  che  sia  presumibile  d'umiliare con essa un malvagio e di
    ritrarlo dall'iniquit.
    Forse si dnno smanie di natura diversa da  quelle  ch'io  conosco,  e
    meno condannevoli. Ma quella che m'aveva fin allora fatto suo schiavo,
    non  era  una  smania di pura afflizione: vi si mescolava sempre molto
    odio,  molto prurito di maledire,  di dipingermi la societ o questi o
    quegli  individui  coi  colori pi esecrabili.  Malattia epidemica nel
    mondo! L'uomo si reputa migliore, abborrendo gli altri. Pare che tutti
    gli  amici  si  dicano  all'orecchio:  "Amiamoci  solamente  fra  noi;
    gridando che tutti sono ciurmaglia, sembrer che siamo semidei".
    Curioso fatto,  che il vivere arrabbiato piaccia tanto! Vi si pone una
    specie d'eroismo. Se l'oggetto contro cui ieri si fremeva  morto,  se
    ne  cerca  subito  un  altro.  "Di chi mi lamenter oggi?  chi odier?
    sarebbe mai quello il  mostro?...  Oh  gioia!  l'ho  trovato.  Venite,
    amici, laceriamolo!"
    Cos va il mondo: e, senza lacerarlo, posso ben dire che va male.


    CAPO 18.

    Non  v'era  molta malignit nel lamentarmi dell'orridezza della stanza
    ove m'aveano posto. Per buona ventura,  rest vota una migliore,  e mi
    si fece l'amabile sorpresa di darmela.
    Non  avrei  io  dovuto esser contentissimo a tale annunzio?  Eppure...
    Tant';  non ho potuto pensare a Maddalena senza  rincrescimento.  Che
    fanciullaggine!  affezionarsi sempre a qualche cosa, anche con motivi,
    per verit,  non molto forti!  Uscendo di  quella  cameraccia,  voltai
    indietro  lo  sguardo,  verso la parete alla quale io m'era s sovente
    appoggiato, mentre, forse un palmo pi in l, vi s'appoggiava dal lato
    opposto la misera peccatrice.  Avrei voluto sentire ancora  una  volta
    que' due patetici versi:
    Chi rende alla meschina
    la sua felicit?
    Vano desiderio! Ecco una separazione di pi nella mia sciagurata vita.
    Non voglio parlarne lungamente,  per non far ridere di me; ma sarei un
    ipocrita se non confessassi che ne fui mesto per pi giorni.
    Nell'andarmene,  salutai due de' poveri ladri,  miei vicini,  ch'erano
    alla  finestra.  Il  caporione  non  v'era,  ma avvertito dai compagni
    v'accorse,  e mi risalut anch'egli.  Si mise  quindi  a  cantarellare
    l'aria:  "Chi  rende  alla  meschina...".  Voleva egli burlarsi di me?
    Scommetto  che  se  facessi  questa  dimanda  a   cinquanta   persone,
    quarantanove risponderebbero: "S". Ebbene, ad onta di tanta pluralit
    di  voti,  inclino  a  credere che il buon ladro intendea di farmi una
    gentilezza. Io la ricevetti come tale, e gliene fui grato, e gli diedi
    ancora un'occhiata: ed egli,  sporgendo il braccio fuori de' ferri col
    berretto   in  mano,   faceami  ancor  cenno  allorch'io  voltava  per
    discendere la scala.
    Quando fui nel cortile, ebbi una consolazione. V'era il mutolino sotto
    il portico.  Mi vide,  mi riconobbe,  e volea  corrermi  incontro.  La
    moglie del custode,  chi sa perch?  l'afferr pel collare e lo cacci
    in casa.  Mi spiacque di non poterlo abbracciare,  ma i saltetti ch'ei
    fece  per correre a me mi commossero deliziosamente.  E' cosa s dolce
    l'essere amato!
    Era giornata di grandi avventure.  Due passi pi in l,  mossi  vicino
    alla  finestra  della  stanza gi mia,  e nella quale ora stava Gioia.
    "Buon giorno,  Melchiorre!"  gli  dissi  passando.  Alz  il  capo,  e
    balzando verso me, grid: "Buon giorno, Silvio!"
    Ahi!  non mi fu dato di fermarmi un istante.  Voltai sotto il portone,
    salii una scaletta,  e venni posto in una  cameruccia  pulita,  al  di
    sopra di quella di Gioia.
    Fatto  portare  il  letto,  e  lasciato solo dai secondini,  mio primo
    affare fu di visitare i muri.  V'erano alcune memorie  scritte,  quali
    con  matita,  quali  con  carbone,  quali  con punta incisiva.  Trovai
    graziose due strofe francesi,  che or m'incresce di non avere imparate
    a  memoria.  Erano  firmate  Le  duc  de Normandie.  Presi a cantarle,
    adattandovi alla meglio l'aria della mia povera Maddalena: ma ecco una
    voce vicinissima che le ricanta con altr'aria.  Com'ebbe  finito,  gli
    gridai: "Bravo!".  Ed egli mi salut gentilmente, chiedendomi s'io era
    Francese.
    "No; sono Italiano, e mi chiamo Silvio Pellico."
    "L'autore della 'Francesca da Rimini'?"
    "Appunto."
    E qui un gentile complimento,  e  le  naturali  condoglianze  sentendo
    ch'io fossi in carcere.
    Mi dimand di qual parte d'Italia fossi nativo.
    "Di Piemonte," dissi "sono Saluzzese."
    E  qui  nuovo  gentile  complimento  sul  carattere e sull'ingegno de'
    Piemontesi,  e particolare menzione de' valentuomini Saluzzesi,  e  in
    ispecie di Bodoni.
    Quelle  poche  lodi  erano  fine,  come  si  fanno da persona di buona
    educazione.
    "Or mi sia lecito" gli dissi "di chiedere a voi, signore, chi siete."
    "Avete cantata una mia canzoncina."
    "Quelle due belle strofette che stanno sul muro, sono vostre?"
    "S, signore."
    "Voi siete dunque..."
    "L'infelice duca di Normandia."


    CAPO 19.

    Il custode passava sotto le nostre finestre, e ci fece tacere.
    "Quale infelice duca di Normandia?" andava io ruminando. "Non  questo
    il titolo che davasi al figlio di Luigi  Sedicesimo?  Ma  quel  povero
    fanciullo  indubitatamente morto.  Ebbene, il mio vicino sar uno dei
    disgraziati che si sono provati a  farlo  rivivere.  Gi  parecchi  si
    spacciarono   per   Luigi   Diciassettesimo,   e  furono  riconosciuti
    impostori: qual maggior credenza dovrebbe questi ottenere?"
    Sebbene io cercassi di stare  in  dubbio,  un'invincibile  incredulit
    prevaleva in me,  ed ognor continu a prevalere.  Nondimeno determinai
    di  non  mortificare  l'infelice,   qualunque   frottola   fosse   per
    raccontarmi.
    Pochi  istanti  dappoi,  ricominci  a  cantare,  indi  ripigliammo la
    conversazione.
    Alla mia dimanda sull'esser suo,  rispose ch'egli  era  appunto  Luigi
    Diciassettesimo,  e  si  diede  a  declamare  con  forza  contro Luigi
    Diciottesimo, suo zio, usurpatore de' suoi diritti.
    "Ma questi  diritti,  come  non  li  faceste  valere  al  tempo  della
    Ristorazione?"
    "Io mi trovava allora mortalmente ammalato a Bologna. Appena risanato,
    volai a Parigi,  mi presentai alle Alte Potenze,  ma quel ch'era fatto
    era fatto: l'iniquo mio zio non volle riconoscermi;  mia sorella s'un
    a  lui  per  opprimermi.  Il  solo  buon principe di Cond m'accolse a
    braccia aperte, ma la sua amicizia nulla poteva. Una sera,  per le vie
    di Parigi,  fui assalito da sicarii armati di pugnali,  ed a stento mi
    sottrassi a' loro colpi.  Dopo aver vagato qualche tempo in Normandia,
    tornai   in  Italia,   e  mi  fermai  a  Modena.   Di  l,   scrivendo
    incessantemente ai monarchi d'Europa, e particolarmente all'imperatore
    Alessandro,  che  mi  rispondea  colla  massima  gentilezza,   io  non
    disperava d'ottenere finalmente giustizia, o se, per politica, voleano
    sacrificare  i  miei  diritti  al  trono  di  Francia,  che  almeno mi
    s'assegnasse un decente  appannaggio.  Venni  arrestato,  condotto  ai
    confini del ducato di Modena,  e consegnato al Governo austriaco.  Or,
    da otto mesi, sono qui sepolto, e Dio sa quando uscir!"
    Non prestai fede a tutte le sue parole.  Ma ch'ei fosse l sepolto era
    una verit, e m'ispir una viva compassione.
    Lo  pregai  di  raccontarmi  in  compendio  la sua vita.  Mi disse con
    minutezza  tutti  i  particolari  ch'io  gi  sapeva   intorno   Luigi
    Diciassettesimo,  quando lo misero collo scellerato Simon,  calzolaio;
    quando lo indussero ad attestare un'infame calunnia contro  i  costumi
    della povera regina sua madre, ecc., ecc. E finalmente, che essendo in
    carcere,  venne gente una notte a prenderlo;  un fanciullo stupido per
    nome Mathurin fu posto in sua vece,  ed ei fu trafugato.  V'era  nella
    strada  una  carrozza  a  quattro cavalli,  ed uno de' cavalli era una
    macchina di legno,  nella quale ei fu celato.  Andarono felicemente al
    Reno, e passati i confini, il generale... (mi disse il nome, ma non me
    lo  ricordo)  che  l'avea  liberato  gli  fece  per  qualche  tempo da
    educatore,  da padre;  lo mand o condusse quindi in  America.  L  il
    giovine re senza regno ebbe molte peripezie, pat la fame ne' deserti,
    milit,  visse  onorato  e  felice  alla corte del re del Brasile,  fu
    calunniato, perseguitato, costretto a fuggire.  Torn in Europa in sul
    finire  dell'impero  napoleonico;  fu  tenuto  prigione  a  Napoli  da
    Giovacchino Murat,  e quando  si  rivide  libero  ed  in  procinto  di
    reclamare  il  trono  di  Francia,  lo  colp a Bologna quella funesta
    malattia, durante la quale Luigi Diciottesimo fu incoronato.


    CAPO 20.

    Ei raccontava questa storia con una sorprendente aria di  verit.  Io,
    non potendo crederlo,  pur l'ammirava. Tutti i fatti della rivoluzione
    francese  gli  erano  notissimi;   ne  parlava  con  molta   spontanea
    eloquenza,  e riferiva ad ogni proposito aneddoti curiosissimi.  V'era
    alcun che di soldatesco nel suo  dire,  ma  senza  mancare  di  quella
    eleganza ch' data dall'uso della fina societ.
    "Mi permetterete" gli dissi "ch'io vi tratti alla buona,  ch'io non vi
    dia titoli."
    "Questo  ci che desidero" rispose.  "Dalla sventura ho almeno tratto
    questo guadagno,  che so sorridere di tutte le vanit.  V'assicuro che
    mi pregio pi d'esser uomo che d'esser re."
    Mattina e sera,  conversavamo lungamente insieme;  e,  ad onta di  ci
    ch'io  reputava  esser  commedia in lui,  l'anima sua mi pareva buona,
    candida,  desiderosa d'ogni bene morale.  Pi volte  fui  per  dirgli:
    "Perdonate,  io  vorrei  credere  che foste Luigi Diciassettesimo,  ma
    sinceramente vi confesso che la persuasione contraria  domina  in  me,
    abbiate tanta franchezza da rinunciare a questa finzione".  E ruminava
    tra me una bella predicuccia da  fargli  sulla  vanit  d'ogni  bugia,
    anche delle bugie che sembrano innocue.
    Di giorno in giorno differiva;  sempre aspettava che l'intimit nostra
    crescesse ancora di qualche grado, e mai non ebbi ardire d'eseguire il
    mio intento.
    Quando rifletto a questa mancanza d'ardire,  talvolta  la  scuso  come
    urbanit  necessaria,  onesto  timore  d'affliggere,  e che so io.  Ma
    queste scuse non m'accontentano, e non posso dissimulare che sarei pi
    soddisfatto  di  me  se  non  mi  fossi  tenuta  nel  gozzo   l'ideata
    predicuccia.   Fingere   di   prestar   fede   ad  una  impostura,   
    pusillanimit: parmi che nol farei pi.
    S,  pusillanimit!  Certo,  che  per  quanto  s'involva  in  delicati
    preamboli,    aspra  cosa  il  dire  ad  uno:  "Non vi credo".  Ei si
    sdegner,  perderemo il piacere della sua amicizia,  ci colmer  forse
    d'ingiurie. Ma ogni perdita  pi onorevole del mentire.
    E  forse  il  disgraziato che ci colmerebbe d'ingiurie vedendo che una
    sua impostura non  creduta,  ammirerebbe poscia in secreto la  nostra
    sincerit,  e gli sarebbe motivo di riflessioni che il ritrarrebbero a
    miglior via.
    I  secondini  inclinavano  a  credere  ch'ei  fosse  veramente   Luigi
    Diciassettesimo,  ed avendo gi veduto tante mutazioni di fortune, non
    disperavano che costui non fosse per ascendere un giorno al  trono  di
    Francia e si ricordasse della loro devotissima servit.
    Tranne  il  favorire  la sua fuga,  gli usavano tutti i riguardi ch'ei
    desiderava.
    Fui debitore a ci,  dell'onore di vedere il gran personaggio.  Era di
    statura  mediocre,  dai  quaranta  ai  quarantacinque  anni,  alquanto
    pingue, e di fisionomia propriamente borbonica.  Egli  verosimile che
    un'accidentale somiglianza coi Borboni l'abbia indotto a rappresentare
    quella trista parte.


    CAPO 21.

    D'un  altro  indegno  rispetto  umano  bisogna ch'io m'accusi.  Il mio
    vicino non era ateo, ed anzi parlava talvolta dei sentimenti religiosi
    come uomo che li apprezza e non v'  straniero;  ma  serbava  tuttavia
    molte  prevenzioni irragionevoli contro il Cristianesimo,  il quale ei
    guardava  meno  nella  sua  vera  essenza,  che  nei  suoi  abusi.  La
    superficiale   filosofia   che   in  Francia  precedette  e  segu  la
    rivoluzione, l'aveva abbagliato.  Gli pareva che si potesse adorar Dio
    con maggior purezza,  che secondo la religione del Vangelo. Senza aver
    gran cognizione di Condillac  e  di  Tracy,  li  venerava  come  sommi
    pensatori, e s'immaginava che quest'ultimo avesse dato il compimento a
    tutte le possibili indagini metafisiche.
    Io che aveva spinto pi oltre i miei studi filosofici,  che sentiva la
    debolezza della dottrina  sperimentale,  che  conosceva  i  grossolani
    errori  di  critica  con cui il secolo di Voltaire aveva preso a voler
    diffamare il Cristianesimo;  io che avea letto Gune ed altri valenti
    smascheratori di quella falsa critica;  io ch'era persuaso non potersi
    con rigore di logica ammettere Dio  e  ricusare  il  Vangelo;  io  che
    trovava  tanto  volgar  cosa  il  seguire  la  corrente delle opinioni
    anticristiane  e  non  sapersi   elevare   a   conoscere   quanto   il
    cattolicismo,  non  veduto in caricatura,  sia semplice e sublime;  io
    ebbi la vilt di sacrificare al rispetto umano.  Le  facezie  del  mio
    vicino  mi  confondevano,   sebbene  non  potesse  sfuggirmi  la  loro
    leggerezza.
    Dissimulai la mia credenza, esitai, riflettei se fosse o no tempestivo
    il contraddire, mi dissi ch'era inutile,  e volli persuadermi d'essere
    giustificato.
    Vilt! vilt! Che importa il baldanzoso vigore d'opinioni accreditate,
    ma   senza   fondamento?   E'   vero   che  uno  zelo  intempestivo  
    indiscrezione,  e pu maggiormente  irritare  chi  non  crede.  Ma  il
    confessare con franchezza,  e modestia ad un tempo, ci che fermamente
    si tiene per importante verit,  il confessarlo anche  laddove  non  
    presumibile d'essere approvato,  n d'evitare un poco di scherno, egli
     preciso dovere.  E siffatta nobile confessione pu sempre adempirsi,
    senza prendere inopportunamente il carattere di missionario.
    Egli    dovere  di  confessare  un'importante  verit  in ogni tempo,
    perocch se non  sperabile che venga subito  riconosciuta,  pu  pure
    dare  tal  preparamento  all'anima altrui,  il quale produca un giorno
    maggiore imparzialit di giudizi ed il conseguente trionfo della luce.


    CAPO 22.

    Stetti in quella stanza un mese e qualche d. La notte dai 18 ai 19 di
    febbraio (1821) sono svegliato da romore di  catenacci  e  di  chiavi;
    vedo  entrare  parecchi  uomini  con lanterna: la prima idea che mi si
    present,  fu  che  venissero  a  scannarmi.  Ma  mentre  io  guardava
    perplesso  quelle figure,  ecco avanzarsi gentilmente il conte B.,  il
    quale mi dice ch'io  abbia  la  compiacenza  di  vestirmi  presto  per
    partire.
    Quest'annunzio  mi  sorprese,  ed  ebbi la follia di sperare che mi si
    conducesse ai confini del Piemonte.  Possibile che s gran tempesta si
    dileguasse cos?  Io racquisterei ancora la dolce libert? Io rivedrei
    i miei carissimi genitori, i fratelli, le sorelle?
    Questi lusinghevoli pensieri m'agitarono brevi istanti.  Mi vestii con
    grande  celerit,  e  seguii  i  miei  accompagnatori  senza pur poter
    salutare ancora il mio vicino.  Mi pare d'aver udito la  sua  voce,  e
    m'increbbe di non potergli rispondere.
    "Dove  si  va?" dissi al conte,  montando in carrozza con lui e con un
    uffiziale di gendarmeria.
    "Non posso significarglielo finch non siamo un miglio  al  di  l  di
    Milano."
    Vidi  che  la  carrozza  non  andava verso porta Vercellina,  e le mie
    speranze furono svanite!
    Tacqui. Era una bellissima notte con lume di luna.  Io guardava quelle
    care  vie,  nelle  quali  io aveva passeggiato tanti anni cos felice;
    quelle  case,   quelle  chiese.   Tutto  mi  rinnovava   mille   soavi
    rimembranze.
    Oh corsia di porta Orientale!  Oh pubblici giardini,  ov'io avea tante
    volte vagato con Foscolo, con Monti, con Lodovico di Breme, con Pietro
    Borsieri,  con Porro e co' suoi figliuoli,  con  tanti  altri  diletti
    mortali,  conversando  in  s gran pienezza di vita e di speranze!  Oh
    come nel dirmi ch'io vi vedeva per l'ultima volta,  oh come al  vostro
    rapido fuggire a' miei sguardi,  io sentiva d'avervi amato e d'amarvi!
    Quando fummo usciti dalla porta,  tirai  alquanto  il  cappello  sugli
    occhi, e piansi, non osservato.
    Lasciai passare pi d'un miglio, poi dissi al conte B.:
    "Suppongo che si vada a Verona."
    "Si  va pi in l;" rispose "andiamo a Venezia,  ove debbo consegnarla
    ad una Commissione speciale."
    Viaggiammo per posta senza fermarci,  e giungemmo  il  20  febbraio  a
    Venezia.
    Nel settembre dell'anno precedente,  un mese prima che m'arrestassero,
    io era a Venezia,  ed aveva fatto un pranzo in numerosa  e  lietissima
    compagnia all'albergo della Luna.  Cosa strana! Sono appunto dal conte
    e dal gendarme condotto all'albergo della Luna.
    Un cameriere strabili vedendomi, ed accorgendosi (sebbene il gendarme
    e  i  due  satelliti,   che  faceano  figura  di  servitori,   fossero
    travestiti)  ch'io  era  nelle  mani  della  forza.  Mi  rallegrai  di
    quest'incontro,  persuaso che il cameriere parlerebbe del mio arrivo a
    pi d'uno.
    Pranzammo,  indi  fui  condotto  al  palazzo del Doge,  ove ora sono i
    tribunali.  Passai sotto quei cari portici delle Procuratie ed innanzi
    al  caff  Florian,  ov'io  avea  goduto  s  belle  sere nell'autunno
    trascorso: non m'imbattei in alcuno de' miei conoscenti.
    Si traversa la piazzetta...  E  su  quella  piazzetta,  nel  settembre
    addietro,  un  mendico  mi avea detto queste singolari parole "Si vede
    ch'ella  forestiero,  signore;  ma io non capisco com'ella e tutti  i
    forestieri ammirino questo luogo: per me  un luogo di disgrazia, e vi
    passo unicamente per necessit".
    "Vi sar qui accaduto qualche malanno?"
    "S,  signore;  un malanno orribile, e non a me solo. Iddio la scampi,
    signore, Iddio la scampi!"
    E se n'and in fretta.
    Or,  ripassando io col,  era impossibile che non mi  sovvenissero  le
    parole  del  mendico.  E  fu  ancora  su quella piazzetta,  che l'anno
    seguente io ascesi il palco donde intesi leggermi la sentenza di morte
    e la commutazione di questa pena in quindici anni di carcere duro!
    S'io fossi testa un po' delirante di misticismo,  farei gran  caso  di
    quel mendico, predicentemi cos energicamente esser quello un luogo di
    disgrazia. Io non noto questo fatto se non come uno strano accidente.
    Salimmo al palazzo; il conte B. parl co' giudici, indi mi consegn al
    carceriere, e, congedandosi da me, m'abbracci intenerito.


    CAPO 23.

    Seguii in silenzio il carceriere. Dopo aver traversato parecchi nditi
    e  parecchie  sale,  arrivammo ad una scaletta che ci condusse sotto i
    Piombi,  famose prigioni di  Stato  fin  dal  tempo  della  Repubblica
    Veneta.
    Ivi  il  carceriere prese registro del mio nome,  indi mi chiuse nella
    stanza destinatami.
    I cos detti Piombi sono la parte superiore del gi palazzo del  Doge,
    coperta tutta di piombo.
    La  mia  stanza  avea  una  gran  finestra,  con enorme inferriata,  e
    guardava sul tetto parimente di piombo della chiesa di San  Marco.  Al
    di l della chiesa, io vedeva in lontananza il termine della piazza, e
    da  tutte  parti  un'infinit di cupole e di campanili.  Il gigantesco
    campanile di San Marco era solamente separato da  me  dalla  lunghezza
    della  chiesa,  ed  io  udiva  coloro  che  in  cima di esso parlavano
    alquanto forte.  Vedevasi anche,  al lato sinistro della  chiesa,  una
    porzione del gran cortile del palazzo ed una delle entrate.  In quella
    porzione di cortile sta un pozzo pubblico, ed ivi continuamente veniva
    gente a cavare acqua. Ma la mia prigione essendo cos alta, gli uomini
    laggi mi parevano fanciulli,  ed io non discerneva le loro parole  se
    non  quando  gridavano.  Io mi trovava assai pi solitario che non era
    nelle carceri di Milano.
    Ne' primi giorni le cure del processo criminale che dalla  Commissione
    speciale mi veniva intentato m'attristarono alquanto, e vi s'aggiungea
    forse quel penoso sentimento di maggior solitudine. Inoltre io era pi
    lontano dalla mia famiglia,  e non avea pi di essa notizie.  Le facce
    nuove ch'io vedeva non m'erano antipatiche,  ma serbavano una  seriet
    quasi spaventata. La fama aveva esagerato loro le trame dei Milanesi e
    del  resto  d'Italia per l'indipendenza,  e dubitavano ch'io fossi uno
    dei pi imperdonabili motori di quel delirio. La mia piccola celebrit
    letteraria era nota al custode,  a sua moglie,  alla  figlia,  ai  due
    figli  maschi,  e persino ai due secondini: i quali tutti,  chi sa che
    non s'immaginassero che un autore di  tragedie  fosse  una  specie  di
    mago?
    Erano  serii,  diffidenti,  avidi ch'io loro dessi maggior contezza di
    me, ma pieni di garbo.
    Dopo i primi giorni si mansuefecero  tutti,  e  li  trovai  buoni.  La
    moglie  era  quella  che  pi manteneva il contegno ed il carattere di
    carceriere.  Era  una  donna  di  viso  asciutto  asciutto,   verso  i
    quarant'anni,  di parole asciutte asciutte,  non dante il minimo segno
    d'essere capace di qualche benevolenza ad altri che ai suoi figli.
    Solea portarmi il caff,  mattina e dopo  pranzo,  acqua,  biancheria,
    ecc.  La  seguivano  ordinariamente sua figlia,  fanciulla di quindici
    anni,  non bella ma di pietosi sguardi,  e i  due  figliuoli,  uno  di
    tredici,  l'altro di dieci. Si ritiravano quindi colla madre, ed i tre
    giovani sembianti si rivoltavano dolcemente a guardarmi  chiudendo  la
    porta.  Il  custode  non  veniva da me se non quando aveva da condurmi
    nella sala ove si adunava la Commissione per esaminarmi.  I  secondini
    venivano  poco perch attendevano alle prigioni di polizia,  collocate
    ad un piano inferiore,  ov'erano  sempre  molti  ladri.  Uno  di  que'
    secondini  era  un  vecchio  di pi di settant'anni,  ma atto ancora a
    quella faticosa vita di correre sempre  su  e  gi  per  le  scale  ai
    diversi   carceri.   L'altro  era  un  giovinotto  di  ventiquattro  o
    venticinque anni,  pi voglioso di raccontare  i  suoi  amori  che  di
    badare al suo servizio,


    CAPO 24.

    Ah s!  le cure d'un processo criminale sono orribili per un prevenuto
    d'inimicizia allo Stato!  Quanto  timore  di  nuocere  altrui!  quanta
    difficolt  di  lottare  contro  tante accuse,  contro tanti sospetti!
    quanta  verosimiglianza  che   tutto   non   s'intrichi   sempre   pi
    funestamente,  se  il  processo  non termina presto,  se nuovi arresti
    vengono fatti,  se nuove imprudenze si scoprono,  anche di persone non
    conosciute ma della fazione medesima!
    Ho fermato di non parlare di politica, e bisogna quindi ch'io sopprima
    ogni  relazione  concernente il processo.  Solo dir che spesso,  dopo
    essere stato lunghe ore al costituto, io tornava nella mia stanza cos
    esacerbato,  cos fremente,  che mi sarei ucciso,  se  la  voce  della
    religione e la memoria de' cari parenti non m'avessero contenuto.
    L'abitudine  di  tranquillit,  che  gi  mi  pareva  a Milano d'avere
    acquistato, era disfatta. Per alcuni giorni disperai di ripigliarla, e
    furono giorni d'inferno.  Allora  cessai  di  pregare,  dubitai  della
    giustizia  di  Dio,  maledissi agli uomini ed all'universo,  e rivolsi
    nella mente tutti i possibili sofismi sulla vanit della virt.
    L'uomo infelice ed arrabbiato  tremendamente ingegnoso a calunniare i
    suoi simili e lo stesso Creatore. L'ira  pi immorale, pi scellerata
    che generalmente non si  pensa.  Siccome  non  si  pu  ruggire  dalla
    mattina  alla  sera,  per  settimane,  e l'anima,  la pi dominata dal
    furore, ha di necessit i suoi intervalli di riposo, quegli intervalli
    sogliono risentirsi dell'immoralit che li ha preceduti. Allora sembra
    d'essere in pace,  ma  una  pace  maligna,  irreligiosa;  un  sorriso
    selvaggio,  senza  carit,  senza  dignit;  un  umore  di  disordine,
    d'ebbrezza, di scherno.
    In simile stato io cantava per ore intere con una specie  d'allegrezza
    affatto  sterile di buoni sentimenti;  io celiava con tutti quelli che
    entravano nella mia stanza;  io mi sforzava di  considerare  tutte  le
    cose con una sapienza volgare, la sapienza de' cinici.
    Quell'infame tempo dur poco: sei o sette giorni.
    La   mia   Bibbia   era  polverosa.   Uno  de'  ragazzi  del  custode,
    accarezzandomi, disse: "Dacch ella non legge pi quel libraccio,  non
    ha pi tanta melanconia, mi pare".
    "Ti pare?" gli dissi.
    E presa la Bibbia,  ne tolsi col fazzoletto la polvere, e sbadatamente
    apertala,  mi caddero sotto  gli  occhi  queste  parole:  "Et  ait  ad
    discipulos  suos:  Impossibile est ut non veniant scandala;  vae autem
    illi per quem veniunt!  Utilius est illi,  si lapis molaris  imponatur
    circa collum eius et projiciatur in mare,  quam ut scandalizet unum de
    pusillis istis".
    Fui colpito di trovare queste parole,  ed arrossii che quel ragazzo si
    fosse  accorto,  dalla  polvere  ch'ei  sopra  vedeavi,  ch'io pi non
    leggeva la Bibbia, e ch'ei presumesse ch'io fossi divenuto pi amabile
    divenendo incurante di Dio.
    "Scapestratello!" gli  dissi  con  amorevole  rimprovero  e  dolendomi
    d'averlo scandalezzato. "Questo non  un libraccio, e da alcuni giorni
    che nol leggo, sto assai peggio. Quando tua madre ti permette di stare
    un momento con me,  m'industrio di cacciar via il mal umore;  ma se tu
    sapessi come questo mi vince,  allorch son solo,  allorch  tu  m'odi
    cantare qual forsennato!"


    CAPO 25.

    Il  ragazzo  era  uscito;  ed  io  provava  un certo godimento di aver
    ripreso in mano la Bibbia;  d'aver confessato ch'io stava peggio senza
    di  lei.  Mi  parea  d'aver  dato  soddisfazione ad un amico generoso,
    ingiustamente offeso; d'essermi riconciliato con esso.
    "E t'aveva abbandonato, mio Dio?" gridai. "E m'era pervertito? Ed avea
    potuto credere che l'infame  riso  del  cinismo  convenisse  alla  mia
    disperata situazione?"
    "E  disse  ai  suoi  discepoli:  "E'  impossibile  che  non  avvengano
    scandali;  ma guai a colui  per  colpa  del  quale  avvengono,  Meglio
    sarebbe  per lui che gli si legasse una macina da mulino al collo e lo
    si gettasse in mare,  piuttosto che esser di scandalo a  uno  solo  di
    questi fanciulli"" (Luca, XVII).
    Pronunciai  queste parole con una emozione indicibile;  posi la Bibbia
    sopra una sedia, m'inginocchiai in terra a leggere,  e quell'io che s
    difficilmente piango, proruppi in lagrime.
    Quelle  lagrime  erano  mille  volte  pi  dolci  di  ogni  allegrezza
    bestiale.  Io sentiva di nuovo Dio!  lo  amava!  mi  pentiva  d'averlo
    oltraggiato  degradandomi!  e  protestava  di non separarmi mai pi da
    lui, mai pi!
    Oh come un ritorno sincero alla religione consola ed eleva lo spirito!
    Lessi e piansi pi d'un'ora;  e m'alzai pieno di fiducia che Dio fosse
    con  me,  che  Dio  mi avesse perdonato ogni stoltezza.  Allora le mie
    sventure,   i  tormenti  del  processo,   il  verosimile  patibolo  mi
    sembrarono  poca  cosa.  Esultai  di  soffrire,  poich  ci  mi  dava
    occasione d'adempiere qualche dovere; poich, soffrendo con rassegnato
    animo, io obbediva al Signore.
    La Bibbia,  grazie al Cielo,  io sapea leggerla.  Non era pi il tempo
    ch'io  la  giudicava colla meschina critica di Voltaire,  vilipendendo
    espressioni,  le quali non sono risibili o false se  non  quando,  per
    vera  ignoranza  o  per  malizia,  non  si  penetra  nel  loro  senso.
    M'appariva chiaramente quanto foss'ella il  codice  della  santit,  e
    quindi della verit; quanto l'offendersi per certe sue imperfezioni di
    stile fosse cosa infilosofica,  e simile all'orgoglio di chi disprezza
    tutto ci che  non  ha  forme  eleganti;  quanto  fosse  cosa  assurda
    l'immaginare  che  una tal collezione di libri religiosamente venerati
    avessero un principio non autentico;  quanto la  superiorit  di  tali
    scritture sul Corano e sulla teologia degl'Indi fosse innegabile.
    Molti ne abusarono,  molti vollero farne un codice d'ingiustizia,  una
    sanzione alle loro passioni scellerate.  Ci  vero;  ma siamo  sempre
    l: di tutto puossi abusare: e quando mai l'abuso di cosa ottima dovr
    far dire ch'ella  in se stessa malvagia?
    Ges  Cristo  lo  dichiar: Tutta la legge ed i Profeti,  tutta questa
    collezione di sacri libri,  si riduce al precetto  d'amar  Dio  e  gli
    uomini. E tali scritture non sarebbero verit adatta a tutti i secoli?
    non sarebbero la parola sempre viva dello Spirito Santo?
    Ridestate  in  me  queste  riflessioni,  rinnovai  il  proponimento di
    coordinare alla religione tutti i  miei  pensieri  sulle  cose  umane,
    tutte  le  mie  opinioni  sui  progressi  dell'incivilimento,  la  mia
    filantropia, il mio amor patrio, tutti gli affetti dell'anima mia.
    I  pochi  giorni  ch'io  aveva  passati  nel  cinismo  m'aveano  molto
    contaminato. Ne sentii gli effetti per lungo tempo, e dovetti faticare
    per  vincerli.  Ogni volta che l'uomo cede alquanto alla tentazione di
    snobilitare il suo intelletto,  di guardare  le  opere  di  Dio  colla
    infernal lente dello scherno,  di cessare dal benefico esercizio della
    preghiera,  il guasto ch'egli opera nella propria ragione lo dispone a
    facilmente  ricadere.  Per  pi  settimane  fui  assalito,  quasi ogni
    giorno,  da forti pensieri d'incredulit;  volsi tutta la potenza  del
    mio spirito a respingerli.


    CAPO 26.

    Quando  questi  combattimenti  furono cessati,  e sembrommi d'esser di
    nuovo fermo nell'abitudine di onorar Dio  in  tutte  le  mie  volont,
    gustai  per  qualche  tempo  una  dolcissima  pace.  Gli esami,  a cui
    sottoponeami ogni due o tre giorni la Commissione,  per quanto fossero
    tormentosi, non mi traevano pi a durevole inquietudine. Io procurava,
    in  quell'ardua  posizione,  di  non mancare a' miei doveri d'onest e
    d'amicizia, e poi dicea: "Faccia Dio il resto".
    Tornava ad essere esatto nella pratica di prevedere giornalmente  ogni
    sorpresa,   ogni  emozione,  ogni  sventura  supponibile;  e  siffatto
    esercizio giovavami novamente assai.
    La mia solitudine intanto s'accrebbe. I due figliuoli del custode, che
    dapprima mi faceano talvolta un  po'  di  compagnia,  furono  messi  a
    scuola, e stando quindi pochissimo in casa, non venivano pi da me. La
    madre e la sorella,  che allorch c'erano i ragazzi si fermavano anche
    spesso a favellar meco,  or non comparivano pi se non per portarmi il
    caff,  e mi lasciavano.  Per la madre mi rincresceva poco, perch non
    mostrava animo compassionevole.  Ma la figlia,  bench bruttina,  avea
    certa soavit di sguardi e di parole che non erano per me senza pregio
    Quando questa mi portava il caff e diceva: "L'ho fatto io", mi pareva
    sempre  eccellente.  Quando  diceva: "L'ha fatto la mamma",  era acqua
    calda.
    Vedendo s di rado creature umane,  diedi retta ad alcune formiche che
    venivano sulla mia finestra, le cibai sontuosamente, quelle andarono a
    chiamare  un esercito di compagne,  e la finestra fu piena di siffatti
    animali.  Diedi parimente retta ad un bel  ragno  che  tappezzava  una
    delle mie pareti.  Cibai questo con moscerini e zanzare, e mi si amic
    sino a venirmi sul letto e sulla mano e prendere la  preda  dalle  mie
    dita.
    Fossero  quelli stati i soli insetti che m'avessero visitato!  Eravamo
    ancora in primavera, e gi le zanzare si moltiplicavano, posso proprio
    dire,  spaventosamente.  L'inverno  era  stato  di  una  straordinaria
    dolcezza,  e,  dopo  pochi  venti  in marzo,  segu il caldo.  E' cosa
    indicibile,  come s'infoc l'aria del covile ch'io abitava.  Situato a
    pretto  mezzogiorno,  sotto  un tetto di piombo,  e colla finestra sul
    tetto di S. Marco, pure di piombo,  il cui riverbero era tremendo,  io
    soffocava.  Io  non  avea mai avuto idea d'un calore s opprimente.  A
    tanto supplizio s'aggiungeano le zanzare in tal moltitudine,  che  per
    quanto  io m'agitassi e ne struggessi io n'era coperto;  il letto,  il
    tavolino,  la sedia,  il suolo,  le  pareti,  la  volta,  tutto  n'era
    coperto, e l'ambiente ne conteneva infinite, sempre andanti e venienti
    per  la finestra e facienti un ronzio infernale.  Le punture di quegli
    animali sono dolorose,  e quando se ne riceve da mattina a sera  e  da
    sera  a  mattina,  e  si  dee  avere  la perenne molestia di pensare a
    diminuirne il numero,  si soffre veramente  assai  e  di  corpo  e  di
    spirito.
    Allorch,  veduto simile flagello, ne conobbi la gravezza, e non potei
    conseguire che mi mutassero di carcere, qualche tentazione di suicidio
    mi prese,  e talvolta temei d'impazzare.  Ma,  grazie al Cielo,  erano
    smanie non durevoli,  e la religione continuava a sostenermi.  Essa mi
    persuadeva che l'uomo dee patire, e patire con forza; mi facea sentire
    una certa volutt del dolore,  la compiacenza di  non  soggiacere,  di
    vincer tutto.
    Io  dicea:  "Quanto  pi  dolorosa  mi si fa la vita,  tanto meno sar
    atterrito,  se,  giovane come sono mi vedr condannato  al  supplicio.
    Senza  questi patimenti preliminari sarei forse morto codardamente.  E
    poi, ho io tali virt da meritare felicit? Dove son esse?".
    Ed esaminandomi con giusto  rigore,  non  trovava  negli  anni  da  me
    vissuti  se non pochi tratti alquanto plausibili: tutto il resto erano
    passioni  stolte,  idolatrie,  orgogliosa  e  falsa  virt.   "Ebbene"
    concludeva   io  "soffri,   indegno!   Se  gli  uomini  e  le  zanzare
    t'uccidessero anche per furore e senza diritto,  riconoscili stromenti
    della giustizia divina, e taci!"


    CAPO 27.

    Ha l'uomo bisogno di sforzo per umiliarsi sinceramente? per ravvisarsi
    peccatore?  Non  egli vero, che in generale sprechiamo la giovent in
    vanit, ed invece d'adoprare le forze tutte ad avanzare nella carriera
    del bene, ne adopriamo gran parte a degradarci?  Vi saranno eccezioni,
    ma confesso che queste non riguardano la mia povera persona.  E non ho
    alcun merito ad essere scontento di me: quando si vede una lucerna dar
    pi fumo che fuoco,  non vi vuol gran sincerit a dire  che  non  arde
    come dovrebbe.
    S;  senza avvilimento,  senza scrupoli di pinzochero, guardandomi con
    tutta la tranquillit possibile d'intelletto, io mi scorgeva degno dei
    castighi di Dio. Una voce interna mi diceva: "Simili castighi,  se non
    per  questo,  ti  sono  dovuti per quello;  valgano a ricondurti verso
    Colui ch' perfetto, e che i mortali sono chiamati,  secondo le finite
    loro forze, ad imitare".
    Con  qual  ragione,  mentr'io  era  costretto  a  condannarmi di mille
    infedelt a Dio,  mi sarei lagnato se alcuni uomini mi pareano vili ed
    alcuni altri iniqui;  se le prosperit del mondo mi erano rapite; s'io
    dovea consumarmi in carcere, o perire di morte violenta?
    Procacciai d'imprimermi bene nel cuore tali riflessioni s giuste e s
    sentite: e ci fatto,  io vedeva che bisognava essere  conseguente,  e
    che  non  poteva  esserlo  in  altra  guisa se non benedicendo i retti
    giudizi di Dio,  amandoli ed estinguendo in me ogni volont  contraria
    ad essi.
    Per viemeglio divenir costante in questo proposito, pensai di svolgere
    con  diligenza d'or innanzi tutti i miei sentimenti,  scrivendoli.  Il
    male si era che la Commissione,  permettendo ch'io avessi  calamaio  e
    carta,  mi numerava i fogli di questa, con proibizione di distruggerne
    alcuno,  e riservandosi ad esaminare in che li avessi  adoperati.  Per
    supplire  alla carta,  ricorsi all'innocente artifizio di levigare con
    un pezzo di vetro un rozzo tavolino ch'io aveva,  e su  quello  quindi
    scriveva ogni giorno lunghe meditazioni intorno ai doveri degli uomini
    e di me in particola
    Non  esagero  dicendo  che  le  ore  cos  impiegate  m'erano talvolta
    deliziose, malgrado la difficolt di respiro ch'io pativa per l'enorme
    caldo e le morsicature dolorosissime delle zanzare.  Per diminuire  la
    moltiplicit  di queste ultime,  io era obbligato,  ad onta del caldo,
    d'involgermi bene il capo e le gambe,  e di  scrivere,  non  solo  co'
    guanti,  ma fasciato i polsi, affinch le zanzare non entrassero nelle
    maniche
    Quelle mie meditazioni avevano un carattere piuttosto  biografico.  Io
    faceva la storia di tutto il bene ed il male che in me s'erano formati
    dall'infanzia in poi,  discutendo meco stesso, ingegnandomi di sciorre
    ogni dubbio, ordinando quanto meglio io sapea tutte le mie cognizioni,
    tutte le mie idee sopra ogni cosa.
    Quando tutta la  superficie  adoprabile  del  tavolino  era  piena  di
    scrittura,  io  leggeva  e  rileggeva,  meditava sul gi meditato,  ed
    alfine mi risolveva (sovente con rincrescimento) a raschiar  via  ogni
    cosa  col  vetro,  per  riavere  atta  quella  superficie  a  ricevere
    nuovamente i miei pensieri.
    Continuava quindi la mia  storia,  sempre  rallentata  da  digressioni
    d'ogni specie, da analisi or di questo or di quel punto di metafisica,
    di  morale,  di  politica,  di  religione,  e  quando tutto era pieno,
    tornava a leggere e rileggere, poi a raschiare.
    Non volendo avere alcuna ragione d'impedimento nel ridire a me  stesso
    colla pi libera fedelt i fatti ch'io ricordava e le opinioni mie,  e
    prevedendo possibile  qualche  visita  inquisitoria,  io  scriveva  in
    gergo,  cio con trasposizioni di lettere ed abbreviazioni, alle quali
    io era avvezzatissimo.  Non m'accadde per mai alcuna visita siffatta,
    e niuno s'accorgeva ch'io passassi cos bene il mio tristissimo tempo.
    Quand'io udiva il custode o altri aprire la porta, copriva il tavolino
    con  una  tovaglia,  e  vi  mettea  sopra  il  calamaio  ed  il legale
    quinternetto di carta.


    CAPO 28.

    Quel quinternetto aveva anche alcune delle mie ore a lui consacrate, e
    talvolta un intero giorno od un'intera notte.  Ivi scriveva io di cose
    letterarie.  Composi allora l''Ester d'Engaddi' e l''Iginia d'Asti', e
    le cantiche intitolate: 'Tancreda',  'Rosilde',  'Eligi e  Valafrido',
    'Adello',  oltre parecchi scheletri di tragedie e di altre produzioni,
    e fra altri quello d'un poema sulla Lega lombarda,  e  d'un  altro  su
    Cristoforo Colombo.
    Siccome  l'ottenere  che  mi si rinnovasse il quinternetto,  quand'era
    finito, non era sempre cosa facile e pronta,  io faceva il primo getto
    d'ogni  componimento  sul  tavolino  o  su  cartaccia  in cui mi facea
    portare fichi secchi o altri frutti.  Talvolta dando il mio pranzo  ad
    uno  dei  secondini,  e  facendogli  credere  ch'io  non  aveva  punto
    appetito,  io l'induceva a regalarmi  qualche  foglio  di  carta.  Ci
    avveniva  solo  in  certi  casi,  che  il tavolino era gi ingombro di
    scrittura,  e non poteva ancora  decidermi  a  raschiarla.  Allora  io
    pativa  la fame,  e sebbene il custode avesse in deposito denari miei,
    non gli chiedea in tutto il  giorno  da  mangiare,  parte  perch  non
    sospettasse  ch'io avea dato via il pranzo,  parte perch il secondino
    non  s'accorgesse  ch'io  aveva  mentito   assicurandolo   della   mia
    inappetenza.  A  sera mi sosteneva con un potente caff,  e supplicava
    che lo facesse la siora Zanze. Questa era la figliuola del custode, la
    quale,   se  potea  farlo  di  nascosto   della   mamma,   lo   faceva
    straordinariamente carico; tale, che, stante la votezza dello stomaco,
    mi cagionava una specie di convulsione non dolorosa, che teneami desto
    tutta notte.
    In  questo  stato  di mite ebbrezza io sentiva raddoppiarmisi le forze
    intellettuali,  e poetava e filosofava e  pregava  fino  all'alba  con
    meraviglioso  piacere.  Una  repentina  spossatezza m'assaliva quindi:
    allora io mi gettava sul letto, e malgrado le zanzare, a cui riusciva,
    bench'io m'inviluppassi,  di venirmi a suggere il sangue,  io  dormiva
    profondamente un'ora o due.
    Siffatte  notti,  agitate  da  forte  caff  preso a stomaco vuoto,  e
    passate in s dolce esaltazione,  mi pareano troppo benefiche,  da non
    dovermele procurare sovente. Perci, anche senza aver bisogno di carta
    dal  secondino,  prendeva  non  di  rado  il partito di non gustare un
    boccone a pranzo,  per ottenere a sera  il  desiderato  incanto  della
    magica  bevanda.  Felice  me  quand'io conseguiva lo scopo!  Pi d'una
    volta mi accadde che il caff non era fatto dalla  pietosa  Zanze,  ed
    era broda inefficace.
    Allora  la  burla  mi  metteva un poco di mal umore.  Invece di venire
    elettrizzato, languiva, sbadigliava,  sentiva la fame,  mi gettava sul
    letto, e non potea dormire.
    Io poi me ne lagnava colla Zanze,  ed ella mi compativa. Un giorno che
    ne la sgridai aspramente,  quasi che m'avesse ingannato,  la poveretta
    pianse,  e mi disse: "Signore, io non ho mai ingannato alcuno, e tutti
    mi dnno dell'ingannatrice".
    "Tutti? Oh sta a vedere che non sono il solo che s'arrabbii per quella
    broda."
    "Non voglio dir questo,  signore.  Ah s'ella  sapesse!...  Se  potessi
    versare il mio misero cuore nel suo!..."
    "Ma non piangete cos.  Che diamine avete? Vi domando perdono, se v'ho
    sgridata a torto.  Credo benissimo che non sia per  vostra  colpa  che
    m'ebbi un caff cos cattivo."
    "Eh! non piango per ci, signore."
    Il mio amor proprio rest alquanto mortificato, ma sorrisi.
    "Piangete   adunque   all'occasione   della   mia  sgridata,   ma  per
    tutt'altro?"
    "Veramente s."
    "Chi v'ha dato dell'ingannatrice?"
    "Un amante."
    E si coperse il volto dal rossore.  E nella  sua  ingenua  fiducia  mi
    raccont un idillio comico-serio che mi commosse.


    CAPO 29.

    Da quel giorno divenni,  non so perch, il confidente della fanciulla,
    e torn a trattenersi lungamente con me.
    Mi diceva: "Signore, ella  tanto buona, ch'io la guardo come potrebbe
    una figlia guardare suo padre".
    "Voi mi fate un brutto complimento;" rispondeva io, respingendo la sua
    mano "ho appena trentadue anni, e gi mi guardate come vostro padre."
    "Via, signore, dir: come fratello."
    E mi prendeva per forza la mano,  e me la  toccava  con  affezione.  E
    tutto ci era innocentissimo.
    Io  diceva  poi  tra  me: "Fortuna che non  una bellezza!  altrimenti
    quest'innocente famigliarit potrebbe sconcertarmi".
    Altre volte diceva: "Fortuna ch' cos immatura!  Di ragazze  di  tale
    et non vi sarebbe pericolo ch'io m'innamorassi".
    Altre volte mi veniva un po' d'inquietudine,  parendomi ch'io mi fossi
    ingannato nel giudicarla bruttina, ed era obbligato di convenire che i
    contorni e le forme non erano irregolari.
    "Se non fosse cos pallida," diceva io  "e  non  avesse  quelle  poche
    lenti sul volto, potrebbe passare per bella."
    Il  vero    che  non  possibile di non trovare qualche incanto nella
    presenza,  negli sguardi,  nella favella d'una  giovinetta  vivace  ed
    affettuosa.  Io  poi  non  avea  fatto  nulla  per  cattivarmi  la sua
    benevolenza,  e le era caro come padre o come fratello,  a mia scelta.
    Perch? Perch ella avea letto la Francesca da Rimini e l'Eufemio, e i
    miei versi la faceano piangere tanto!  e poi perch'io era prigioniero,
    senza avere, diceva ella, n rubato n ammazzato!
    Insomma,  io che m'era affezionato a  Maddalena  senza  vederla,  come
    avrei  potuto  essere  indifferente  alle  sorellevoli  premure,  alle
    graziose  adulazioncelle,   agli  ottimi   caff   della   Venezianina
    adolescente sbirra?
    Sarei  un  impostore  se  attribuissi  a  saviezza  il  non  essermene
    innamorato Non me ne innamorai, unicamente perch ella avea un amante,
    del quale era pazza. Guai a me, se fosse stato altrimenti!
    Ma se il sentimento ch'ella mi dest  non  fu  quello  che  si  chiama
    amore,  confesso  che alquanto vi s'avvicinava.  Io desiderava ch'ella
    fosse felice, ch'ella riuscisse a farsi sposare da colui che piaceale;
    non avea la minima gelosia,  la minima idea che potesse  scegliere  me
    per oggetto dell'amor suo. Ma quando io udiva aprir la porta, il cuore
    mi battea,  sperando che fosse la Zanze; e se non era ella, io non era
    contento; e se era, il cuore mi battea pi forte e si rallegrava.
    I suoi genitori,  che gi avevano preso un  buon  concetto  di  me,  e
    sapeano  ch'ell'era  pazzamente  invaghita d'un altro,  non si faceano
    verun riguardo di lasciarla venire quasi sempre a  portarmi  il  caff
    del mattino, e talor quello della sera.
    Ella  aveva  una  semplicit ed un'amorevolezza seducenti.  Mi diceva:
    "Sono tanto innamorata d'un altro, eppure sto cos volentieri con lei!
    Quando non vedo il mio amante, mi annoio dappertutto fuorch qui".
    "Ne sai tu il perch?"
    "Non lo so."
    "Te lo dir io: perch ti lascio parlare del tuo amante."
    "Sar benissimo; ma parmi che sia anche perch la stimo tanto tanto!"
    Povera ragazza!  ella avea quel benedetto vizio di prendermi sempre la
    mano, e stringermela, e non s'accorgeva che ci ad un tempo mi piaceva
    e mi turbava.
    Sia  ringraziato il Cielo che posso rammemorare quella buona creatura,
    senza il minimo rimorso!


    CAPO 30.

    Queste carte sarebbero certamente pi dilettevoli se  la  Zanze  fosse
    stata  innamorata  di  me,  o s'io almeno avessi farneticato per essa.
    Eppure quella qualit di semplice benevolenza che ci univa  m'era  pi
    cara dell'amore.  E se in qualche momento io temea che potesse,  nello
    stolto mio cuore, mutar natura, allor seriamente me n'attristava.
    Una volta,  nel dubbio  che  ci  stesse  per  accadere,  desolato  di
    trovarla  (non  sapea per quale incanto) cento volte pi bella che non
    m'era sembrata da principio,  sorpreso della melanconia ch'io talvolta
    provava  lontano  da lei,  e della gioia che recavami la sua presenza,
    presi a fare  per  due  giorni  il  burbero,  immaginando  ch'ella  si
    divezzerebbe  alquanto  dalla famigliarit contratta meco.  Il ripiego
    valea poco:  quella  ragazza  era  s  paziente,  s  compassionevole!
    Appoggiava  il  suo  gomito  sulla  finestra,  e  stava a guardarmi in
    silenzio. Poi mi diceva:
    "Signore,  ella par seccata della mia compagnia;  eppure,  se  potessi
    starei qui tutto il giorno,  appunto perch vedo ch'ella ha bisogno di
    distrazione.  Quel cattiv'umore  l'effetto naturale della solitudine.
    Ma si provi a ciarlare alquanto,  ed il cattivo umore si dissiper.  E
    s'ella non vuol ciarlare, ciarler io."
    "Del vostro amante, eh?"
    "Eh no! non sempre di lui; so anche parlar d'altro."
    E cominciava infatti a raccontarmi  de'  suoi  interessucci  di  casa,
    dell'asprezza della madre,  della bonariet del padre, delle ragazzate
    dei fratelli;  ed i suoi racconti  erano  pieni  di  semplicit  e  di
    grazia.   Ma,   senza  avvedersene,   ricadeva  poi  sempre  nel  tema
    prediletto, il suo sventurato amore.
    Io  non  volea  cessare  d'esser  burbero,   e  sperava  che   se   ne
    indispettisse.  Ella,  fosse ci inavvedutezza od arte, non se ne dava
    per intesa,  e bisognava ch'io finissi  per  rasserenarmi,  sorridere,
    commuovermi, ringraziarla della sua dolce pazienza con me.
    Lasciai andare l'ingrato pensiero di volerla indispettire, ed a poco a
    poco  i  miei  timori si calmarono.  Veramente io non erane invaghito.
    Esaminai lungo tempo i miei scrupoli;  scrissi le mie  riflessioni  su
    questo soggetto, e lo svolgimento di esse mi giovava.
    L'uomo  talvolta  s'atterrisce  di spauracchi da nulla.  A fine di non
    temerli, bisogna considerarli con pi attenzione e pi da vicino.
    E che colpa v'era s'io  desiderava  con  tenera  inquietudine  le  sue
    visite,  s'io ne apprezzava la dolcezza, s'io godea d'essere compianto
    da lei,  e di retribuirle piet per piet,  dacch i  nostri  pensieri
    relativi   uno   all'altro   erano  puri  come  i  pi  puri  pensieri
    dell'infanzia,  dacch le sue stesse toccate di mano  ed  i  suoi  pi
    amorevoli sguardi, turbandomi, m'empieano di salutare riverenza?
    Una sera,  effondendo nel mio cuore una grande afflizione ch'ella avea
    provato,  l'infelice mi gett le braccia al collo,  e  mi  coperse  il
    volto  delle  sue lagrime.  In quest'amplesso non v'era la minima idea
    profana. Una figlia non pu abbracciare con pi rispetto il suo padre.
    Se non che,  dopo il fatto,  la  mia  immaginativa  ne  rimase  troppo
    colpita.  Quell'amplesso mi tornava spesso alla mente, e allora io non
    potea pi pensare ad altro.
    Un'altra  volta  ch'ella  s'abbandon  a  simile  slancio  di  filiale
    confidenza,  io  tosto  mi  svincolai  dalle  sue care braccia,  senza
    stringerla a me, senza baciarla, e le dissi balbettando:
    "Vi prego, Zanze, non m'abbracciate mai; ci non va bene."
    M'affiss gli occhi in volto,  li abbass,  arross;  - e certo fu  la
    prima  volta  che  lesse  nell'anima  mia  la  possibilit  di qualche
    debolezza a suo riguardo.
    Non  cess  d'esser  meco  famigliare  d'allora  in  poi,  ma  la  sua
    famigliarit divenne pi rispettosa,  pi conforme al mio desiderio, e
    gliene fui grato.


    CAPO 31.

    Io non posso parlare del male che affligge gli altri uomini; ma quanto
    a quello che tocc in sorte a me dacch vivo,  bisogna ch'io  confessi
    che,  esaminatolo  bene,  lo  trovai  sempre  ordinato  a  qualche mio
    giovamento.  S,  perfino quell'orribile  calore  che  m'opprimeva,  e
    quegli eserciti di zanzare che mi facean guerra s feroce! Mille volte
    vi ho riflettuto.  Senza uno stato di perenne tormento com'era quello,
    avrei  io  avuta  la  costante  vigilanza  necessaria   per   serbarmi
    invulnerabile   ai   dardi  d'un  amore  che  mi  minacciava,   e  che
    difficilmente  sarebbe  stato  un  amore  abbastanza  rispettoso,  con
    un'indole  s allegra ed accarezzante qual'era quella della fanciulla?
    Se io talora tremava di  me  in  tale  stato,  come  avrei  io  potuto
    governare  le vanit della mia fantasia in un aere alquanto piacevole,
    alquanto consentaneo alla letizia?
    Stante l'imprudenza de' genitori della Zanze,  che cotanto si fidavano
    di me; stante l'imprudenza di lei, che non prevedeva di potermi essere
    cagione  di  colpevole  ebbrezza;  stante  la poca sicurezza della mia
    virt,  non v'ha dubbio che il soffocante calore di quel  forno  e  le
    crudeli zanzare erano salutar cosa.
    Questo pensiero mi riconciliava alquanto con que' flagelli.  Ed allora
    io mi domandava: "Vorresti tu esserne libero,  e passare in una  buona
    stanza   consolata  da  qualche  fresco  respiro,   e  non  veder  pi
    quell'affettuosa creatura?".
    Debbo dire il vero? Io non avea coraggio di rispondere al quesito.
    Quando si vuole un po' di bene a qualcheduno,   indicibile il piacere
    che  fanno  le  cose  in apparenza pi nulle.  Spesso una parola della
    Zanze, un sorriso, una lagrima, una grazia del suo dialetto veneziano,
    l'agilit del suo braccio in parare col fazzoletto o col ventaglio  le
    zanzare  a  s  ed  a  me,  m'infondeano  nell'animo  una  contentezza
    fanciullesca che durava tutto il giorno. Principalmente m'era dolce il
    vedere che le sue afflizioni scemassero parlandomi,  che la mia  piet
    le  fosse  cara,  che  i miei consigli la persuadessero,  e che il suo
    cuore s'infiammasse allorch ragionavamo di virt e di Dio.
    "Quando abbiamo parlato insieme di religione," diceva ella  "io  prego
    pi volentieri e con pi fede."
    E  talvolta troncando ad un tratto un ragionamento frivolo prendeva la
    Bibbia,  l'apriva,  baciava a caso un versetto,  e volea quindi  ch'io
    gliel traducessi e commentassi. E dicea:
    "Vorrei  che  ogni  volta  che  rilegger  questo  versetto,  ella  si
    ricordasse che v'ho impresso un bacio."
    Non sempre per verit i suoi baci cadeano a proposito, massimamente se
    capitava aprire il  'Cantico  de'  Cantici'.  Allora,  per  non  farla
    arrossire,  io  profittava  della  sua  ignoranza  del  latino,  e  mi
    prevaleva di frasi in cui,  salva la santit di quel volume,  salvassi
    pur   l'innocenza  di  lei,   ambe  le  quali  m'ispiravano  altissima
    venerazione.  In tali casi  non  mi  permisi  mai  di  sorridere.  Era
    tuttavia  non  picciolo  imbarazzo  per me,  quando alcune volte,  non
    intendendo ella bene la mia pseudo-versione, mi pregava di tradurle il
    periodo parola per parola,  e non mi lasciava passare fuggevolmente ad
    altro soggetto.
    Nulla  durevole quaggi!  La Zanze ammal. Ne' primi giorni della sua
    malattia,  veniva a vedermi  lagnandosi  di  grandi  dolori  di  capo.
    Piangeva,  e  non mi spiegava il motivo del suo pianto.  Solo balbett
    qualche lagnanza contro l'amante. "E' uno scellerato," diceva ella "ma
    Dio gli perdoni!"
    Per quanto io la pregassi di sfogare, come soleva,  il suo cuore,  non
    potei sapere ci che a tal segno l'addolorasse.
    "Torner  domattina" mi disse una sera.  Ma il d seguente il caff mi
    fu portato da sua madre,  gli altri giorni da' secondini,  e la  Zanze
    era gravemente inferma.
    I  secondini  mi dicean cose ambigue dell'amore di quella ragazza,  le
    quali mi faceano drizzare i capelli. Una seduzione?
    Ma  forse  erano  calunnie.  Confesso  che  vi  prestai  fede,  e  fui
    conturbatissimo  di  tanta  sventura.  Mi  giova  tuttavia sperare che
    mentissero.
    Dopo pi d'un mese di malattia,  la poveretta fu condotta in campagna,
    e non la vidi pi.
    E'  indicibile  quant'io  gemessi di questa perdita.  Oh,  come la mia
    solitudine divenne pi orrenda!  Oh come cento volte pi  amaro  della
    sua  lontananza  erami  il  pensiero  che  quella buona creatura fosse
    infelice!  Ella aveami tanto colla  sua  dolce  compassione  consolato
    nelle mie miserie;  e la mia compassione era sterile per lei! Ma certo
    sar stata persuasa ch'io la piangeva;  ch'io avrei  fatto  non  lievi
    sacrifizi  per  recarle,  se fosse stato possibile,  qualche conforto;
    ch'io non cesserei mai di benedirla e di far voti per la sua felicit!
    A' tempi della Zanze,  le sue visite,  bench pur sempre troppo brevi,
    rompendo amabilmente la monotonia del mio perpetuo meditare e studiare
    in silenzio,  intessendo alle mie idee altre idee, eccitandomi qualche
    affetto soave, abbellivano veramente la mia avversit, e mi doppiavano
    la vita.
    Dopo,  torn la prigione ad essere per me una  tomba.  Fui  per  molti
    giorni  oppresso di mestizia,  a segno di non trovar pi nemmeno alcun
    piacere nello scrivere.  La mia mestizia era per altro tranquilla,  in
    paragone  delle smanie ch'io aveva per l'addietro provate.  Voleva ci
    dire ch'io fossi gi pi addimesticato coll'infortunio?  pi filosofo?
    pi  cristiano?  ovvero solamente che quel soffocante calore della mia
    stanza valesse a prostrare persino le forze del mio dolore? Ah! non le
    forze del dolore!  Mi sovviene ch'io lo sentiva potentemente nel fondo
    dell'anima,  -  e  forse  pi potentemente,  perch io non avea voglia
    d'espanderlo gridando e agitandomi.
    Certo il lungo tirocinio m'avea gi fatto pi capace di  patire  nuove
    afflizioni,  rassegnandomi  alla  volont  di Dio.  Io m'era s spesso
    detto,  essere vilt il lagnarsi,  che finalmente sapea  contenere  le
    lagnanze  vicine  a prorompere,  e vergognava che pur fossero vicine a
    prorompere.
    L'esercizio di scrivere i miei pensieri avea contribuito a rinforzarmi
    l'animo,  a disingannarmi delle vanit,  a ridurre la  pi  parte  de'
    ragionamenti  a  queste  conclusioni:  "V' un Dio: dunque infallibile
    giustizia: dunque tutto ci che avviene   ordinato  ad  ottimo  fine:
    dunque il patire dell'uomo sulla terra  pel bene dell'uomo".
    Anche   la   conoscenza  della  Zanze  m'era  stata  benefica:  m'avea
    raddolcito l'indole.  Il suo soave applauso erami stato impulso a  non
    ismentire  per  qualche mese il dovere ch'io sentiva incombere ad ogni
    uomo d'essere superiore alla fortuna,  e quindi  paziente.  E  qualche
    mese di costanza mi pieg alla rassegnazione.
    La  Zanze mi vide due sole volte andare in collera.  Una fu quella che
    gi notai, pel cattivo caff; l'altra fu nel caso seguente.
    Ogni due o tre settimane,  m'era portata dal custode una lettera della
    mia famiglia;  lettera passata prima per le mani della Commissione,  e
    rigorosamente mutilata  con  cassature  di  nerissimo  inchiostro.  Un
    giorno  accadde  che,  invece di cassarmi solo alcune frasi,  tirarono
    l'orribile riga su tutta quanta  la  lettera,  eccettuate  le  parole:
    "Carissimo  Silvio"  che  stavano  a principio,  e il saluto ch'era in
    fine: "T'abbracciamo tutti di cuore".
    Fui cos arrabbiato di ci,  che alla presenza della Zanze proruppi in
    urla, e maledissi non so chi. La povera fanciulla mi compat, ma nello
    stesso  tempo  mi sgrid d'incoerenza a' miei principii.  Vidi ch'ella
    aveva ragione, e non maledissi pi alcuno.


    CAPO 33.

    Un  giorno,   uno  de'  secondini  entr  nel  mio  carcere  con  aria
    misteriosa, e mi disse:
    "Quando v'era la siora Zanze...  siccome il caff le veniva portato da
    essa...  e si fermava lungo tempo a discorrere...  ed io temeva che la
    furbaccia esplorasse tutti i suoi secreti, signore..."
    "Non n'esplor pur uno" gli dissi in collera "ed io, se ne avessi, non
    sarei gonzo da lasciarmeli trar fuori. Continuate."
    "Perdoni,  sa;  non  dico gi ch'ella sia un gonzo,  ma io della siora
    Zanze non mi fidava.  Ed ora,  signore,  ch'ella non ha pi alcuno che
    venga a tenerle compagnia... mi fido... di..."
    "Di che? Spiegatevi una volta."
    "Ma giuri prima di non tradirmi."
    "Eh,  per  giurare  di  non  tradirvi,  lo  posso:  non ho mai tradito
    alcuno."
    "Dice dunque davvero, che giura, eh?"
    "S, giuro di non tradirvi. Ma sappiate, bestia che siete,  che uno il
    quale  fosse  capace  di  tradire,  sarebbe anche capace di violare un
    giuramento."
    Trasse  di  tasca  una  lettera,   e  me  la  consegn   tremando,   e
    scongiurandomi di distruggerla, quand'io l'avessi letta.
    "Fermatevi;"  gli  dissi  aprendola  "appena letta,  la distrugger in
    vostra presenza."
    "Ma,  signore,  bisognerebbe ch'ella  rispondesse,  ed  io  non  posso
    aspettare.  Faccia  con  suo  comodo.  Soltanto  mettiamoci  in questa
    intelligenza.  Quando ella sente venire alcuno,  badi che se sono  io,
    cantereller sempre l'aria: "Sognai, mi gera un gato". Allora ella non
    ha a temere di sorpresa, e pu tenersi in tasca qualunque carta. Ma se
    non  ode  questa  cantilena,  sar  segno  che o non sono io,  o vengo
    accompagnato.  In tal caso non si fidi  mai  di  tenere  alcuna  carta
    nascosta,  perch potrebb'esservi perquisizione,  ma se ne avesse una,
    la stracci sollecitamente e la getti dalla finestra."
    "State tranquillo: vedo che siete accorto, e lo sar ancor io."
    "Eppure ella m'ha dato della bestia."
    "Fate  bene  a  rimproverarmelo"  gli  dissi  stringendogli  la  mano.
    "Perdonate."
    Se n'and, e lessi:
    "Sono..." e qui diceva il nome "uno dei vostri ammiratori: so tutta la
    vostra  Francesca  da  Rimini a memoria.  Mi arrestarono per..." e qui
    diceva la causa della sua cattura e la data "e  darei  non  so  quante
    libbre  del  mio sangue per avere il bene d'essere con voi,  o d'avere
    almeno un carcere  contiguo  al  vostro,  affinch  potessimo  parlare
    insieme.  Dacch  intesi  da Tremerello" cos chiameremo il confidente
    "che voi, signore, eravate preso, e per qual motivo, arsi di desiderio
    di dirvi che nessuno vi compiange pi di me, che nessuno vi ama pi di
    me.  Sareste voi tanto buono da accettare  la  seguente  proposizione,
    cio  che  alleggerissimo  entrambi  il  peso della nostra solitudine,
    scrivendoci? Vi prometto da uomo d'onore, che anima al mondo da me nol
    saprebbe mai,  persuaso che la stessa  secretezza,  se  accettate,  mi
    posso sperare da voi.  - Intanto, perch abbiate qualche conoscenza di
    me, vi dar un sunto della mia storia, ecc."
    Seguiva il sunto.


    CAPO 34.

    Ogni lettore che abbia un po' d'immaginativa capir agevolmente quanto
    un foglio simile debba essere elettrico  per  un  povero  prigioniero,
    massimamente  per un prigioniero d'indole niente affatto selvatica,  e
    di  cuore  amante.   Il  mio  primo  sentimento  fu  d'affezionarmi  a
    quell'incognito,  di commuovermi sulle sue sventure,  d'esser pieno di
    gratitudine per la benevolenza  ch'ei  mi  dimostrava.  "S,"  sclamai
    "accetto la tua proposizione, o generoso. Possano le mie lettere darti
    egual  conforto  a  quel che mi daranno le tue,  a quel che gi traggo
    dalla tua prima!"
    E lessi e  rilessi  quella  lettera  con  un  giubilo  da  ragazzo,  e
    benedissi  cento  volte  chi  l'avea  scritta,  e  pareami ch'ogni sua
    espressione rivelasse un'anima schietta e nobile.
    Il sole tramontava; era l'ora della mia preghiera.  Oh come io sentiva
    Dio!  com'io lo ringraziava di trovar sempre nuovo modo di non lasciar
    languire le potenze della mia mente  e  del  mio  cuore!  Come  mi  si
    ravvivava la memoria di tutti i preziosi suoi doni!
    Io  era  ritto  sul  finestrone,  le  braccia  tra le sbarre,  le mani
    incrocicchiate:  la  chiesa  di  San  Marco  era  sotto  di  me,   una
    moltitudine    prodigiosa   di   colombi   indipendenti   amoreggiava,
    svolazzava, nidificava su quel tetto di piombo: il pi magnifico cielo
    mi stava dinanzi: io dominava tutta quella  parte  di  Venezia  ch'era
    visibile  dal  mio  carcere: un romore lontano di voci umane mi feriva
    dolcemente  l'orecchio.  In  quel  luogo  infelice  ma  stupendo,   io
    conversava  con  Colui,  gli  occhi  soli  del  quale mi vedeano,  gli
    raccomandava mio padre, mia madre,  e ad una ad una tutte le persone a
    me care e sembravami ch'ei mi rispondesse: "T'affidi la mia bont!" ed
    io esclamava: "Si, la tua bont m'affida!".
    E chiudea la mia orazione intenerito, confortato, e poco curante delle
    morsicature che frattanto m'aveano allegramente dato le zanzare.
    Quella  sera,  dopo  tanta  esaltazione,  la  fantasia  cominciando  a
    calmarsi, le zanzare cominciando a divenirmi insoffribili,  il bisogno
    d'avvolgermi  faccia  e  mani  tornando  a farmisi sentire un pensiero
    volgare e maligno m'entr ad un tratto nel  capo,  mi  fece  ribrezzo,
    volli cacciarlo e non potei.
    Tremerello m'aveva accennato un infame sospetto, intorno la Zanze: che
    fosse un'esploratrice de' miei secreti, ella! quell'anima candida! che
    nulla sapeva di politica! che nulla volea saperne!
    Di  lei  m'era  impossibile  dubitare;  ma mi chiesi: "Ho io la stessa
    certezza intorno  Tremerello?  E  se  quel  mariuolo  fosse  stromento
    d'indagini subdole?  Se la lettera fosse fabbricata da chi sa chi, per
    indurmi a fare  importanti  confidenze  al  novello  amico?  Forse  il
    preteso prigione che mi scrive, non esiste neppure; - forse esiste, ed
      un  perfido  che cerca d'acquistare secreti,  per far la sua salute
    rivelandoli; - forse  un galantuomo, s,  ma il perfido  Tremerello,
    che  vuol  rovinarci  tutti  e  due per guadagnare un'appendice al suo
    salario".
    Oh brutta cosa,  ma troppo naturale a chi geme in carcere,  il  temere
    dappertutto inimicizia e frode!
    Tai dubbi m'angustiavano,  m'avvilivano.  No; per la Zanze io non avea
    mai  potuto  averli  un  momento!  Tuttavia,  dacch  Tremerello  avea
    scagliata  quella  parola  riguardo  a  lei,  un  mezzo  dubbio pur mi
    crucciava, non sovr'essa,  ma su coloro che la lasciavano venire nella
    mia  stanza.  Le  avessero,  per proprio zelo o per volont superiore,
    dato l'incarico di esploratrice? Oh,  se ci fosse stato,  come furono
    mal serviti!
    Ma circa la lettera dell'incognito,  che fare?  Appigliarsi ai severi,
    gretti consigli  della  paura  che  s'intitola  prudenza?  Rendere  la
    lettera a Tremerello,  e dirgli: "Non voglio rischiare la mia pace"? E
    se non  vi  fosse  alcuna  frode?  E  se  l'incognito  fosse  un  uomo
    degnissimo  della  mia amicizia,  degnissimo ch'io rischiassi alcunch
    per temprargli le angosce della solitudine? Vile!  tu stai forse a due
    passi  dalla  morte,  la  feral sentenza pu pronunciarsi da un giorno
    all'altro,  e ricuseresti di fare ancora un atto d'amore?  Rispondere,
    rispondere  io  debbo!  Ma  venendo  per  disgrazia a scoprirsi questo
    carteggio, e nessuno potesse pure in coscienza farcene delitto,  non 
    egli   vero   tuttavia  che  un  fiero  castigo  cadrebbe  sul  povero
    Tremerello?
    Questa considerazione non  ella bastante  ad  impormi  come  assoluto
    dovere il non imprendere carteggio clandestino?


    CAPO 35.

    Fui  agitato  tutta  sera,  non  chiusi  occhio la notte,  e fra tante
    incertezze non sapea che risolvere.
    Balzai dal letto prima dell'alba, salii sul finestrone, e pregai.  Nei
    casi ardui bisogna consultarsi fiducialmente con Dio, ascoltare le sue
    ispirazioni, e attenervisi.
    Cos  feci,  e  dopo  lunga  preghiera,  discesi,  scossi  le zanzare,
    m'accarezzai colle mani le guance morsicate,  ed il partito era preso:
    esporre a Tremerello il mio timore che da quel carteggio potesse a lui
    tornar danno;  rinunciarvi, s'egli ondeggiava; accettare, se i terrori
    non vinceano lui.
    Passeggiai, finch intesi canterellare: "Sognai, mi gera an gato, E ti
    me carezzevi". Tremerello mi portava il caff.
    Gli dissi il mio scrupolo,  non risparmiai parola per mettergli paura.
    Lo  trovai  saldo  nella  volont  di servire,  diceva egli,  due cos
    compiti signori. Ci era assai in opposizione colla faccia di coniglio
    ch'egli aveva e col nome di Tremerello che  gli  davamo.  Ebbene,  fui
    saldo anch'io.
    "Io  vi lascer il mio vino;" gli dissi "fornitemi la carta necessaria
    a questa corrispondenza,  e fidatevi che se odo sonare le chiavi senza
    la cantilena vostra, distrugger sempre in un attimo qualunque oggetto
    clandestino."
    "Eccole appunto un foglio di carta;  gliene dar sempre, finch vuole,
    e riposo perfettamente sulla sua accortezza."
    Mi bruciai il palato per ingoiar presto il  caff,  Tremerello  se  ne
    and, e mi posi a scrivere.
    Faceva io bene? Era, la risoluzione ch'io prendeva, ispirata veramente
    da Dio?  Non era piuttosto un trionfo del mio naturale ardimento,  del
    mio  anteporre  ci  che  mi  piace  a  penosi  sacrifizi?   un  misto
    d'orgogliosa compiacenza per la stima che l'incognito m'attestava e di
    timore di parere un pusillanime,  s'io preferissi un prudente silenzio
    ad una corrispondenza alquanto rischiosa?
    Come sciogliere questi dubbi?  Io li esposi candidamente al concaptivo
    rispondendogli,  e  soggiunsi nondimeno essere mio avviso,  che quando
    sembra  a  taluno  d'operare  con  buone  ragioni  e  senza  manifesta
    ripugnanza della coscienza,  ei non debba pi paventare di colpa. Egli
    tuttavia riflettesse parimente con tutta la  seriet  all'assunto  che
    imprendevamo,  e  mi dicesse schietto con qual grado di tranquillit o
    d'inquietudine vi si determinasse.  Che,  se per nuove riflessioni  ei
    giudicava   l'assunto   troppo  temerario,   facessimo  lo  sforzo  di
    rinunciare al conforto promessoci dal carteggio,  e  ci  contentassimo
    d'esserci  conosciuti  collo  scambio  di poche parole ma indelebili e
    mallevadrici di alta amicizia.
    Scrissi quattro pagine caldissime del pi  sincero  affetto,  accennai
    brevemente  il  soggetto della mia prigionia,  parlai con effusione di
    cuore della mia famiglia e d'alcuni altri miei particolari,  e mirai a
    farmi conoscere nel fondo dell'anima.
    A  sera  la  mia  lettera  fu  portata.  Non  avendo  dormito la notte
    precedente,  era stanchissimo;  il sonno non si fece  invocare,  e  mi
    svegliai  la  mattina seguente ristorato,  lieto,  palpitante al dolce
    pensiero d'aver forse a momenti la risposta dell'amico.


    CAPO 36.

    La risposta venne col caff.  Saltai al collo  di  Tremerello,  e  gli
    dissi  con  tenerezza:  "Iddio  ti rimuneri di tanta carit!".  I miei
    sospetti su lui e sull'incognito s'erano dissipati,  non so  n  anche
    dir  perch;  perch  m'erano odiosi;  perch avendo la cautela di non
    parlar mai follemente di politica, m'apparivano inutili; perch mentre
    sono ammiratore dell'ingegno di Tacito,  ho tuttavia  pochissima  fede
    nella giustezza del taciteggiare, del veder molto le cose in nero.
    Giuliano  (cos  piacque  allo  scrivente  di  firmarsi) cominciava la
    lettera con un preambolo di  gentilezze,  e  si  diceva  senza  alcuna
    inquietudine   sull'impreso   carteggio.   Indi   scherzava   dapprima
    moderatamente sul mio esitare,  poi lo scherzo acquistava alcun che di
    pungente.  Alfine,  dopo  un  eloquente  elogio  sulla  sincerit,  mi
    dimandava perdono se non potea  nascondermi  il  dispiacere  che  avea
    provato,   ravvisando  in  me,   diceva  egli,  una  certa  scrupolosa
    titubanza, una certa cristiana sottigliezza di coscienza,  che non pu
    accordarsi con vera filosofia.
    "Vi   stimer  sempre"  soggiungeva  egli  "quand'anche  non  possiamo
    accordarci su ci; ma la sincerit che professo mi obbliga a dirvi che
    non ho religione,  che le abborro tutte,  che prendo per  modestia  il
    nome di Giuliano perch quel buon imperatore era nemico de' Cristiani,
    ma che realmente io vado molto pi in l di lui.  Il coronato Giuliano
    credeva in Dio,  ed aveva certe sue bigotterie.  Io non ne ho  alcuna,
    non  credo  in  Dio,  pongo  ogni  virt nell'amare la verit e chi la
    cerca, e nell'odiare chi non mi piace."
    E di questa foggia continuando, non recava ragioni di nulla, inveiva a
    dritto e a  rovescio  contro  il  Cristianesimo,  lodava  con  pomposa
    energia l'altezza della virt irreligiosa, e prendeva con istile parte
    serio  e  parte  faceto a far l'elogio dell'imperatore Giuliano per la
    sua apostasia e pel filantropico tentativo di cancellare  dalla  terra
    tutte le tracce del Vangelo.
    Temendo  quindi  d'aver  troppo  urtate  le  mie  opinioni,  tornava a
    dimandarmi perdono e a declamare contro la tanto frequente mancanza di
    sincerit. Ripeteva il suo grandissimo desiderio di stare in relazione
    con me, e mi salutava.
    Una poscritta diceva: "Non ho altri scrupoli,  se non  di  non  essere
    schietto  abbastanza.  Non  posso  quindi tacervi di sospettare che il
    linguaggio  cristiano  che  teneste  meco  sia  finzione.   Lo   bramo
    ardentemente. In tal caso gettate la maschera; v'ho dato l'esempio".
    Non  saprei  dire  l'effetto  strano  che  mi fece quella lettera.  Io
    palpitava come un innamorato ai primi periodi: una  mano  di  ghiaccio
    sembr   quindi   stringermi   il  cuore.   Quel  sarcasmo  sulla  mia
    coscienziosit m'offese.  Mi pentii d'aver aperta  una  relazione  con
    siffatt'uomo:  io  che dispregio tanto il cinismo!  io che lo credo la
    pi infilosofica,  la pi villana di tutte  le  tendenze!  io,  a  cui
    l'arroganza impone si poco!
    Letta  l'ultima  parola,  pigliai la lettera fra il pollice e l'indice
    d'una mano,  e il pollice e l'indice dell'altra,  ed alzando  la  mano
    sinistra tirai gi rapidamente la destra,  cosicch ciascuna delle due
    mani rimase in possesso d'una mezza lettera.


    CAPO 37.

    Guardai que' due brani,  e meditai un  istante  sull'incostanza  delle
    cose umane e sulla falsit delle loro apparenze. "Poc'anzi tanta brama
    di  questa  lettera,  ed  ora la straccio per isdegno!  Poc'anzi tanto
    presentimento di futura amicizia  con  questo  compagno  di  sventura,
    tanta  persuasione  di mutuo conforto,  tanta disposizione a mostrarmi
    con lui affettuosissimo, ed ora lo chiamo insolente!"
    Stesi i due brani un sull'altro,  e  collocato  di  nuovo  come  prima
    l'indice e il pollice di una mano, e l'indice e il pollice dell'altra,
    tornai ad alzare la sinistra ed a tirar gi rapidamente la destra.
    Era per replicare la stessa operazione,  ma uno dei quarti mi cadde di
    mano;  mi chinai per prenderlo,  e  nel  breve  spazio  di  tempo  del
    chinarmi  e del rialzarmi,  mutai proposito e m'invogliai di rileggere
    quella superba scritta.
    Siedo, fo combaciare i quattro pezzi sulla Bibbia e rileggo. Li lascio
    in quello stato, passeggio, rileggo ancora ed intanto penso:
    "S'io non  gli  rispondo,  ei  giudicher  ch'io  sia  annichilato  di
    confusione,  ch'io  non  osi  ricomparire al cospetto di tanto Ercole.
    Rispondiamogli,  facciamogli vedere che non temiamo il confronto delle
    dottrine.  Dimostriamogli  con  buona maniera non esservi alcuna vilt
    nel maturare  i  consigli,  nell'ondeggiare  quando  si  tratta  d'una
    risoluzione  alquanto  pericolosa,  e pi pericolosa per altri che per
    noi. Impari che il vero coraggio non ist nel ridersi della coscienza,
    che  la  vera  dignit  non  ist  nell'orgoglio.   Spieghiamogli   la
    ragionevolezza del Cristianesimo e l'insussistenza dell'incredulit. -
    E  finalmente se codesto Giuliano si manifesta d'opinioni cos opposte
    alle mie, se non mi risparmia pungenti sarcasmi, se degna cos poco di
    cattivarmi, non  ci prova almeno ch'ei non  una spia?  - Se non che
    non potrebb'egli essere un raffinamento d'arte, quel menar ruvidamente
    la frusta addosso al mio amor proprio? - Eppur no; non posso crederlo.
    Sono un maligno che, perch mi sento offeso da quei temerarii scherzi,
    vorrei  persuadermi  che  chi  li  scagli  non  pu essere che il pi
    abbietto degli uomini. Malignit volgare, che condannai mille volte in
    altri, via dal mio cuore! No, Giuliano  quel che ,  e non pi,   un
    insolente,  e  non  una spia.  - Ed ho io veramente il diritto di dare
    l'odioso nome d'insolenza a ci ch'egli reputa sincerit?  -  Ecco  la
    tua umilt,  o ipocrita!  Basta che uno, per errore di mente, sostenga
    opinioni false e derida la tua fede, subito t'arroghi di vilipenderlo.
    - Dio sa se questa umilt rabbiosa e questo zelo malevolo,  nel  petto
    di   me   cristiano,   non      peggiore   dell'audace  sincerit  di
    quell'incredulo!  - Forse non gli manca se non un raggio della grazia,
    perch  quel  suo  energico  amore  del  vero si muti in religione pi
    solida della mia.  - Non farei io  meglio  di  pregare  per  lui,  che
    d'adirarmi e di suppormi migliore?  - Chi sa, che mentre io stracciava
    furentemente la sua lettera,  ei non rileggesse con dolce amorevolezza
    la  mia,  e  si  fidasse  tanto  della  mia bont da credermi incapace
    d'offendermi delle sue schiette parole?  - Qual sarebbe il pi  iniquo
    dei  due,  uno  che  ama e dice: 'Non sono cristiano',  ovvero uno che
    dice: 'Son cristiano' e non ama?  - E'  cosa  difficile  conoscere  un
    uomo,  dopo avere vissuto con lui lunghi anni;  ed io vorrei giudicare
    costui da una lettera?  Fra tante possibilit,  non havvi egli  quella
    che,  senza confessarlo a s medesimo, ei non sia punto tranquillo del
    suo ateismo,  e che indi mi stuzzichi  a  combatterlo,  colla  secreta
    speranza di dover cedere?  Oh fosse pure!  Oh gran Dio, in mano di cui
    tutti gli stromenti pi indegni  possono  essere  efficaci,  sceglimi,
    sceglimi  a  quest'opera!  Detta  a me tai potenti e sante ragioni che
    convincano quell'infelice!  che lo traggano a benedirti e ad  imparare
    che, lungi da te, non v' virt la quale non sia contraddizione!"


    CAPO 38.

    Stracciai  pi  minutamente,  ma  senza residuo di collera,  i quattro
    pezzi di lettera,  andai alla finestra,  stesi la mano,  e mi fermai a
    guardare  la sorte dei diversi bocconcini di carta in balia del vento.
    Alcuni si posarono sui piombi della chiesa,  altri girarono lungamente
    per aria,  e discesero a terra.  Vidi che andavano tanto dispersi,  da
    non esservi pericolo che  alcuno  li  raccogliesse  e  ne  capisse  il
    mistero.
    Scrissi poscia a Giuliano,  e presi tutta la cura per non essere e per
    non apparire indispettito.
    Scherzai sul suo timore ch'io portassi la sottigliezza di coscienza ad
    un grado non accordabile colla  filosofia,  e  dissi  che  sospendesse
    almeno intorno a ci i suoi giudizi. Lodai la professione ch'ei faceva
    di sincerit,  l'assicurai che m'avrebbe trovato eguale a s in questo
    riguardo,  e soggiunsi  che  per  dargliene  prova  io  m'accingeva  a
    difendere il Cristianesimo;  "ben persuaso" diceva io "che,  come sar
    sempre pronto ad udire amichevolmente tutte le vostre  opinioni,  cos
    abbiate la liberalit d'udire in pace le mie".
    Quella difesa,  io mi proponeva di farla a poco a poco,  ed intanto la
    incominciava,  analizzando con fedelt l'essenza del Cristianesimo:  -
    culto di Dio,  spoglio di superstizioni, - fratellanza fra gli uomini,
    - aspirazione perpetua alla virt, - umilt senza bassezza,  - dignit
    senza orgoglio,  - tipo,  un uomo-Dio!  Che di pi filosofico e di pi
    grande?
    Intendeva poscia di dimostrare,  come tanta sapienza era  pi  o  meno
    debolmente  trasparsa a tutti coloro che coi lumi della ragione aveano
    cercato il vero,  ma non s'era mai diffusa  nell'universale:  e  come,
    venuto  il  divin  Maestro  sulla  terra,  diede segno stupendo di s,
    operando coi mezzi umanamente pi deboli quella  diffusione.  Ci  che
    sommi filosofi mai non poterono,  l'abbattimento dell'idolatria,  e la
    predicazione generale della fratellanza,  s'eseguisce con pochi  rozzi
    messaggeri.  Allora  l'emancipazione  degli  schiavi diviene ognor pi
    frequente,  e finalmente appare una civilt senza  schiavi,  stato  di
    societ che agli antichi filosofi pareva impossibile.
    Una  rassegna  della storia,  da Ges Cristo in qua,  dovea per ultimo
    dimostrare come la religione da lui  stabilita  s'era  sempre  trovata
    adattata  a  tutti  i  possibili gradi d'incivilimento.  Quindi essere
    falso che,  l'incivilimento continuando a progredire,  il Vangelo  non
    sia pi accordabile con esso.
    Scrissi  a  minutissimo  carattere  ed assai lungamente,  ma non potei
    tuttavia andar molto oltre;  ch mi manc la carta.  Lessi  e  rilessi
    quella  mia  introduzione,  e  mi parve ben fatta.  Non v'era pure una
    frase di risentimento sui sarcasmi di Giuliano,  e le  espressioni  di
    benevolenza  abbondavano,  ed  aveale  dettate il cuore gi pienamente
    ricondotto a tolleranza.
    Spedii la lettera,  ed il mattino seguente ne aspettava con ansiet la
    risposta.
    Tremerello venne, e mi disse:
    "Quel signore non ha potuto scrivere, ma la prega di continuare il suo
    scherzo."
    "Scherzo?"  sclamai.  "Eh,  che non avr detto scherzo!  avrete capito
    male."
    Tremerello si strinse nelle spalle "Avr capito male".
    "Ma vi par proprio che abbia detto scherzo?"
    "Come mi pare di sentire in  questo  punto  i  colpi  di  San  Marco."
    (Sonava appunto il campanone.) Bevvi il caff e tacqui.
    "Ma ditemi: avea quel signore gi letta tutta la mia lettera?"
    "Mi  figuro  di s;  perch rideva,  rideva come un matto,  e facea di
    quella lettera una palla,  e la gettava per aria,  e quando gli  dissi
    che non dimenticasse poi di distruggerla, la distrusse subito."
    "Va benissimo."
    E restituii a Tremerello la chicchera, dicendogli che si conosceva che
    il caff era stato fatto dalla siora Bettina.
    "L'ha trovato cattivo?"
    "Pessimo."
    "Eppur  l'ho  fatto  io,  e  l'assicuro  che l'ho fatto carico,  e non
    v'erano fondi."
    "Non avr forse la bocca buona."


    CAPO 39.

    Passeggiai  tutta  mattina  fremendo.   "Che  razza  d'uomo    questo
    Giuliano?  Perch chiamare la mia lettera uno scherzo? Perch ridere e
    giocare alla palla con essa?  Perch non rispondermi  pure  una  riga?
    Tutti  gl'increduli  son  cos!   Sentendo  la  debolezza  delle  loro
    opinioni,  se alcuno s'accinge a  confutarle  non  ascoltano,  ridono,
    ostentano  una  superiorit  d'ingegno  la  quale  non  ha pi bisogno
    d'esaminar nulla.  Sciagurati!  E quando mai  vi  fu  filosofia  senza
    esame, senza seriet? Se  vero che Democrito ridesse sempre, egli era
    un  buffone!  Ma  ben mi sta: perch imprendere questa corrispondenza?
    Ch'io mi facessi illusione un momento, era perdonabile. Ma quando vidi
    che colui insolentiva, non fui io uno stolto di scrivergli ancora?"
    Era risoluto di non pi scrivergli. A pranzo,  Tremerello prese il mio
    vino, se lo vers in un fiasco, e mettendoselo in saccoccia:
    "Oh,  mi  accorgo"  disse  "che  ho qui della carta da darle." E me la
    porse.
    Se n'and;  ed io guardando quella carta bianca mi sentiva  venire  la
    tentazione  di scrivere un'ultima volta a Giuliano,  di congedarlo con
    una buona lezione sulla turpitudine dell'insolenza.
    "Bella tentazione!" dissi  poi  "rendergli  disprezzo  per  disprezzo!
    fargli  odiare vieppi il Cristianesimo,  mostrandogli in me cristiano
    impazienza ed  orgoglio!  -  No,  ci  non  va.  Cessiamo  affatto  il
    carteggio.  -  E  se  lo cesso cos asciuttamente,  non dir colui del
    pari,  che impazienza ed orgoglio mi vinsero?  -  Conviene  scrivergli
    ancora una volta,  e senza fiele.  - Ma se posso scrivere senza fiele,
    non sarebbe meglio non darmi per inteso delle sue risate e del nome di
    scherzo ch'egli ha gratificato alla mia lettera?  Non  sarebbe  meglio
    continuar buonamente la mia apologia del Cristianesimo?"
    Ci pensai un poco, e poi m'attenni a questo partito.
    La  sera spedii il mio piego,  ed il mattino seguente ricevetti alcune
    righe di ringraziamento, molto fredde, per senza espressioni mordaci,
    ma  anche  senza  il  minimo  cenno  d'approvazione  n   d'invito   a
    proseguire.
    Tal  biglietto mi spiacque.  Nondimeno fermai di non desistere sino al
    fine.
    La mia tesi non potea trattarsi in breve,  e fu soggetto di  cinque  o
    sei altre lunghe lettere, a ciascuna delle quali mi veniva risposto un
    laconico ringraziamento, accompagnato da qualche declamazione estranea
    al tema, ora imprecando i suoi nemici, ora ridendo d'averli imprecati,
    e  dicendo  esser  naturale  che  i  forti  opprimano i deboli,  e non
    rincrescergli altro che di non essere forte,  ora confidandomi i  suoi
    amori,  e  l'impero  che  questi  esercitavano  sulla  sua  tormentata
    immaginativa.
    Nondimeno, all'ultima mia lettera sul Cristianesimo,  ei diceva che mi
    stava apparecchiando una lunga risposta. Aspettai pi d'una settimana,
    ed  intanto  ei  mi  scriveva ogni giorno di tutt'altro,  e per lo pi
    d'oscenit.
    Lo pregai di ricordarsi la risposta di cui  mi  era  debitore,  e  gli
    raccomandai  di voler applicare il suo ingegno a pesar veramente tutte
    le ragioni ch'io gli avea portate.
    Mi rispose  alquanto  rabbiosamente,  prodigandosi  gli  attributi  di
    filosofo,  d'uomo sicuro,  d'uomo che non avea bisogno di pesare tanto
    per capire che le lucciole non  erano  lanterne.  E  torn  a  parlare
    allegramente d'avventure scandalose.

    CAPO 40.

    Io  pazientava  per non farmi dare del bigotto e dell'intollerante,  e
    perch non disperava che,  dopo quella febbre di erotiche  buffonerie,
    venisse un periodo di seriet.  Intanto gli andava manifestando la mia
    disapprovazione alla sua irriverenza per le donne, al suo profano modo
    di fare all'amore,  e compiangeva  quelle  infelici  ch'ei  mi  diceva
    essere state sue vittime.
    Ei  fingeva  di  creder  poco  alla  mia  disapprovazione,  e ripeteva
    "Checch borbottiate d'immoralit,  sono certo di divertirvi co'  miei
    racconti; - tutti gli uomini amano il piacere come io, ma non hanno la
    franchezza di parlarne senza velo; ve ne dir tante che v'incanter, e
    vi sentirete obbligato in coscienza d'applaudirmi".
    Ma di settimana in settimana,  ei non desisteva mai da queste infamie,
    ed io (sperando sempre ad  ogni  lettera  di  trovare  altro  tema,  e
    lasciandomi  attrarre  dalla  curiosit) leggeva tutto,  e l'anima mia
    restava - non gi sedotta - ma pur conturbata, allontanata da pensieri
    nobili e santi.  Il conversare cogli uomini degradati degrada,  se non
    si ha una virt molto maggiore della comune, molto maggiore della mia.
    "Eccoti punito" diceva io a me stesso "della tua presunzione! Ecco ci
    che si guadagna a voler fare il missionario senza la santit da ci!"
    Un giorno mi risolsi a scrivergli queste parole:
    "Mi  sono  sforzato  finora  di chiamarvi ad altri soggetti,  e voi mi
    mandate sempre novelle che  vi  dissi  schiettamente  dispiacermi.  Se
    v'aggrada   che   favelliamo   di   cose  pi  degne  continueremo  la
    corrispondenza, altrimenti tocchiamoci la mano,  e ciascuno se ne stia
    con s."
    Fui per due giorni senza risposta,  e dapprima ne gioii. "Oh benedetta
    solitudine!"  andava  sclamando  "quanto  meno  amara  tu  sei   d'una
    conversazione inarmonica e snobilitante! Invece di crucciarmi leggendo
    impudenze,  invece  di faticarmi invano ad oppor loro l'espressione di
    aneliti che onorino l'umanit,  torner a conversare  con  Dio,  colle
    care  memorie  della  mia  famiglia  e de' miei veri amici.  Torner a
    leggere maggiormente la Bibbia,  a  scrivere  i  miei  pensieri  sulla
    tavola studiando il fondo del mio cuore e procacciando di migliorarlo,
    a  gustare  le  dolcezze  d'una  melanconia  innocente,   mille  volte
    preferibili ad immagini liete ed inique."
    Tutte le volte che Tremerello entrava nel mio carcere mi diceva:
    "Non ho ancor risposta."
    "Va bene" rispondeva io.
    Il terzo giorno mi disse:
    "Il signor N.N.  mezzo ammalato."
    "Che ha?"
    "Non lo dice, ma  sempre steso sul letto, non mangia,  non bee,  ed 
    di mal umore."
    Mi  commossi,  pensando  ch'egli  pativa  e  non  aveva  alcuno che lo
    confortasse.
    Mi sfugg dalle labbra, o piuttosto dal cuore:
    "Gli scriver due righe."
    "Le porter stassera" disse Tremerello; e se ne and.
    Io era alquanto imbarazzato,  mettendomi al tavolino.  "Fo io  bene  a
    ripigliare  il carteggio?  Non benediceva io dianzi la solitudine come
    un tesoro riacquistato?  Che incostanza   dunque  la  mia!  -  Eppure
    quell'infelice non mangia, non beve; sicuramente  ammalato. E' questo
    il  momento  d'abbandonarlo?  L'ultimo  mio  viglietto era aspro: avr
    contribuito ad affliggerlo. Forse,  ad onta dei nostri diversi modi di
    sentire,  ei  non  avrebbe  mai  disciolta la nostra amicizia.  Il mio
    viglietto gli sar sembrato pi malevolo che non era: ei l'avr  preso
    per un assoluto sprezzante congedo."


    CAPO 41.

    Scrissi cos:
    "Sento che non istate bene,  e me ne duole vivamente.  Vorrei di tutto
    cuore esservi vicino, e prestarvi tutti gli uffici d'amico.  Spero che
    la  vostra  poco  buona  salute  sar  stata l'unico motivo del vostro
    silenzio,  da tre giorni in qua.  Non vi sareste gi  offeso  del  mio
    viglietto  dell'altro  di?  Lo  scrissi,  v'assicuro,  senza la minima
    malevolenza,  e col solo scopo di  trarvi  a  pi  serii  soggetti  di
    ragionamento.  Se  lo  scrivere  vi fa male,  mandatemi soltanto nuove
    esatte della vostra salute: io vi scriver ogni giorno qualcosetta per
    distrarvi, e perch vi sovvenga che vi voglio bene."
    Non mi sarei mai aspettato la lettera  ch'ei  mi  rispose.  Cominciava
    cos:
    "Ti disdico l'amicizia;  se non sai che fare della mia,  io non so che
    fare della tua.  Non sono uomo che perdoni offese,  non sono uomo che,
    rigettato  una  volta,  ritorni.  Perch mi sai infermo,  ti riaccosti
    ipocritamente a me,  sperando  che  la  malattia  indebolisca  il  mio
    spirito  e mi tragga ad ascoltare le tue prediche..." E andava innanzi
    di questo modo, vituperandomi con violenza,  schernendomi,  ponendo in
    caricatura  tutto  ci  ch'io gli avea detto di religione e di morale,
    protestando di vivere e di morire  sempre  lo  stesso,  cio  col  pi
    grand'odio  e col pi gran disprezzo contro tutte le filosofie diverse
    dalla sua.
    Restai sbalordito!
    "Le belle conversioni ch'io fo!" dicev'io con dolore  ed  inorridendo.
    "Dio m' testimonio se le mie intenzioni non erano pure!  - No, queste
    ingiurie non le ho meritate!  - Ebbene,  pazienza;   un disinganno di
    pi. Tal sia di colui, se s'immagina offese per aver la volutt di non
    perdonarle! Pi di quel che ho fatto non sono obbligato di fare."
    Tuttavia, dopo alcuni giorni il mio sdegno si mitig, e pensai che una
    lettera  frenetica  poteva  essere  stato  frutto d'un esaltamento non
    durevole.  "Forse ei gi se ne vergogna" diceva io "ma  troppo altero
    da confessare il suo torto.  Non sarebbe opera generosa, or ch'egli ha
    avuto tempo di calmarsi, lo scrivergli ancora?"
    Mi costava assai far tanto sacrifizio d'amor proprio, ma lo feci.  Chi
    s'umilia senza bassi fini,  non si degrada, qualunque ingiusto spregio
    gliene torni.
    Ebbi per risposta una lettera meno violenta,  ma non meno  insultante.
    L'implacato mi diceva ch'egli ammirava la mia evangelica moderazione.
    "Or dunque ripigliamo pure" proseguiva egli "la nostra corrispondenza;
    ma parliamo chiaro.  Noi non ci amiamo.  Ci scriveremo per trastullare
    ciascuno se stesso,  mettendo sulla carta liberamente tutto ci che ci
    viene  in  capo:  voi  le  vostre immaginazioni serafiche ed io le mie
    bestemmie; voi le vostre estasi sulla dignit dell'uomo e della donna,
    io l'ingenuo racconto delle mie profanazioni; sperando io di convertir
    voi, e voi di convertir me. Rispondetemi se vi piaccia il patto."
    Risposi: "Il vostro non  un patto,  ma uno scherno.  Abbondai in buon
    volere  con  voi.  La  coscienza  non  mi  obbliga pi ad altro che ad
    augurarvi tutte le felicit per questa e per l'altra vita".
    Cos fin la mia clandestina relazione con  quell'uomo  -  chi  sa?  -
    forse  pi inasprito dalla sventura e delirante per disperazione,  che
    malvagio.



    CAPO 42.

    Benedissi un'altra volta davvero  la  solitudine,  ed  i  miei  giorni
    passarono di nuovo per alcun tempo senza vicende.
    Fin  la  state;  nell'ultima  met  di  settembre,  il caldo scemava.
    Ottobre venne;  io mi rallegrava allora d'avere  una  stanza  che  nel
    verno  doveva  esser  buona.  Ecco  una mattina il custode che mi dice
    avere ordine di mutarmi di carcere.
    "E dove si va?"
    "A pochi passi, in una camera pi fresca."
    "E perch non pensarci quand'io moriva dal caldo,  e l'aria era  tutta
    zanzare, ed il letto era tutto cimici?"
    "Il comando non  venuto prima."
    "Pazienza, andiamo."
    Bench'io  avessi assai patito in quel carcere,  mi dolse di lasciarlo;
    non soltanto perch nella fredda stagione doveva essere ottimo, ma per
    tanti perch.  Io v'avea quelle formiche,  ch'io amava e  nutriva  con
    sollecitudine, se non fosse espressione ridicola, direi quasi paterna.
    Da  pochi giorni quel caro ragno di cui parlai,  era,  non so per qual
    motivo, emigrato; ma io diceva: "Chi sa che non si ricordi di me e non
    ritorni? Ed or che me ne vado, ritorner forse,  e trover la prigione
    vota,  o se vi sar qualch'altro ospite, potrebbe essere un nemico de'
    ragni, e raschiar gi colla pantofola quella bella tela, e schiacciare
    la povera bestia!  Inoltre quella  trista  prigione  non  m'era  stata
    abbellita  dalla piet della Zanze?  A quella finestra s'appoggiava s
    spesso,  e lasciava cadere generosamente i bricioli de' buzzolai  alle
    mie formiche. L solea sedere; qui mi fece il tal racconto; qui il tal
    altro;   l   s'inchinava  sul  mio  tavolino  e  le  sue  lagrime  vi
    grondarono!".
    Il luogo ove mi posero era pur sotto  i  Piombi,  ma  a  tramontana  e
    ponente,  con due finestre,  una di qua,  l'altra di l;  soggiorno di
    perpetui raffreddori, e d'orribile ghiaccio ne' mesi rigidi.
    La finestra a ponente era grandissima; quella a tramontana era piccola
    ed alta, al disopra del mio letto.
    M'affacciai prima a quella,  e vidi che metteva verso il  palazzo  del
    patriarca.  Altre  prigioni  erano  presso  la mia,  in un'ala di poca
    estensione a destra,  ed in uno sporgimento di fabbricato che mi stava
    dirimpetto. In quello sporgimento stavano due carceri, una sull'altra.
    La  inferiore  aveva  un finestrone enorme,  pel quale io vedea dentro
    passeggiare un uomo signorilmente vestito.  Era il signor Caporali  di
    Cesena.  Questi mi vide,  mi fece qualche segno, e ci dicemmo i nostri
    nomi.
    Volli quindi esaminare dove guardasse l'altra mia  finestra.  Posi  il
    tavolino  sul  letto e sul tavolino una sedia,  m'arrampicai sopra,  e
    vidi essere a livello d'una parte del tetto del palazzo.  Al di l del
    palazzo appariva un bel tratto della citt e della laguna.
    Mi fermai a considerare quella bella veduta,  e udendo che s'apriva la
    porta,  non mi mossi.  Era il  custode,  il  quale  scorgendomi  lass
    arrampicato,  dimentic  ch'io  non  poteva  passare  come  un  sorcio
    attraverso le sbarre,  pens ch'io tentassi di fuggire,  e nel  rapido
    istante  del  suo turbamento salt sul letto,  ad onta di una sciatica
    che lo tormentava, e m'afferr per le gambe, gridando come un'aquila.
    "Ma non vedete," gli dissi "o smemorato,  che non si pu  fuggire  per
    causa di queste sbarre? Non capite che salii per sola curiosit?"
    "Vedo,  sior,  vedo, capisco, ma la cali gi, le digo, la cali, queste
    le son tentazion de scappar."
    E mi convenne discendere, e ridere.


    CAPO 43.

    Alle finestre delle prigioni laterali conobbi sei altri  detenuti  per
    cose politiche.
    Ecco dunque che, mentre io mi disponeva ad una solitudine maggiore che
    in  passato,  io  mi  trovo  in  una  specie  di  mondo.  A  principio
    m'increbbe,  sia che il lungo vivere romito avesse gi fatto  alquanto
    insocievole  l'indole  mia,  sia  che  il  dispiacente esito della mia
    conoscenza con Giuliano mi rendesse diffidente.
    Nondimeno quel poco di conversazione che prendemmo  a  fare,  parte  a
    voce  e  parte  a  segni,  parvemi in breve un beneficio,  se non come
    stimolo ad allegrezza,  almeno come divagamento.  Della mia  relazione
    con  Giuliano  non  feci  motto con alcuno.  C'eravamo egli ed io dato
    parola d'onore che il segreto resterebbe sepolto in noi. Se ne favello
    in queste carte, gli  perch,  sotto gli occhi di chiunque andassero,
    gli  sarebbe  impossibile  indovinare  chi,  di tanti che giacevano in
    quelle carceri, fosse Giuliano.
    Alle nuove mentovate conoscenze di concaptivi s'aggiunse un'altra  che
    mi fu pure dolcissima.
    Dalla  finestra grande io vedeva,  oltre lo sporgimento di carceri che
    mi stava in  faccia,  una  estensione  di  tetti,  ornata  di  camini,
    d'altane,  di campanili,  di cupole,  la quale andava a perdersi colla
    prospettiva del mare e del cielo.  Nella casa pi vicina a me,  ch'era
    un'ala  del  patriarcato,  abitava  una  buona famiglia,  che acquist
    diritti alla mia riconoscenza mostrandomi coi  suoi  saluti  la  piet
    ch'io le ispirava.
    Un saluto, una parola d'amore agl'infelici,  una gran carit!
    Cominci  col,  da una finestra,  ad alzare le sue manine verso me un
    ragazzetto di nove o dieci anni, e l'intesi gridare:
    "Mamma,  mamma,  han posto qualcheduno  lass  ne'  Piombi.  O  povero
    prigioniero, chi sei?"
    "Io sono Silvio Pellico" risposi.
    Un  altro  ragazzo  pi  grandicello corse anch'egli alla finestra,  e
    grid:
    "Tu sei Silvio Pellico?"
    "S, e voi cari fanciulli?"
    "Io mi chiamo Antonio S..., e mio fratello Giuseppe."
    Poi si voltava indietro, e diceva: "Che cos'altro debbo dimandargli?".
    Ed una donna,  che suppongo essere stata  lor  madre,  e  stava  mezzo
    nascosta,  suggeriva parole gentili a que' cari figliuoli,  ed essi le
    diceano, ed io ne li ringraziava colla pi viva tenerezza.
    Quelle conversazioni erano piccola cosa,  e non bisognava abusarne per
    non far gridare il custode,  ma ogni giorno ripetevansi con mia grande
    consolazione,  all'alba,  a mezzod e a sera.  Quando  accendevano  il
    lume, quella donna chiudeva la finestra, i fanciulli gridavano: "Buona
    notte,  Silvio!" ed ella,  fatta coraggiosa dall'oscurit, ripetea con
    voce commossa: "Buona notte, Silvio! coraggio!".
    Quando que' fanciulli faceano colezione o merenda, mi diceano:
    "Oh se potessimo darti del nostro caff e latte! Oh se potessimo darti
    de' nostri buzzolai!  Il giorno che andrai in  libert  sovvengati  di
    venirci a vedere. Ti daremo dei buzzolai belli e caldi, e tanti baci!"


    CAPO 44.

    Il   mese  d'ottobre  era  la  ricorrenza  del  pi  brutto  de'  miei
    anniversari.  Io era stato arrestato il  13  di  esso  mese  dell'anno
    antecedente.  Parecchie  tristi memorie mi ricorrevano inoltre in quel
    mese. Due anni prima, in ottobre, s'era per funesto accidente annegato
    nel Ticino un valentuomo ch'io  molto  onorava.  Tre  anni  prima,  in
    ottobre,  s'era  involontariamente  ucciso  con  uno  schioppo Odoardo
    Briche, giovinetto ch'io amava quasi fosse stato mio figlio.  A' tempi
    della mia prima giovent, in ottobre, un'altra grave afflizione m'avea
    colpito.
    Bench'io  non  sia  superstizioso,  il rincontrarsi fatalmente in quel
    mese ricordanze cos infelici, mi rendea tristissimo.
    Favellando dalla finestra con que' fanciulli e co' miei concaptivi, io
    mi  fingea  lieto,   ma  appena  rientrato  nel  mio  antro  un   peso
    inenarrabile di dolore mi piombava sull'anima.
    Prendea  la  penna per comporre qualche verso o per attendere ad altra
    cosa letteraria,  ed una  forza  irresistibile  parea  costringermi  a
    scrivere  tutt'altro.  Che?  lunghe  lettere ch'io non poteva mandare;
    lunghe lettere alla mia cara famiglia, nelle quali io versava tutto il
    mio cuore.  Io le scriveva sul tavolino,  e poi  le  raschiava.  Erano
    calde  espressioni  di  tenerezza,  e rimembranze della felicit ch'io
    aveva goduto presso genitori, fratelli e sorelle cos indulgenti, cos
    amanti.  Il desiderio ch'io sentiva di loro m'ispirava un'infinit  di
    cose appassionate.  Dopo avere scritto ore ed ore, mi restavano sempre
    altri sentimenti a svolgere.
    Questo era, sotto una nuova forma,  un ripetermi la mia biografia,  ed
    illudermi  ridipingendo il passato;  un forzarmi a tener gli occhi sul
    tempo felice che non era pi.  Ma,  oh Dio!  quante volte,  dopo  aver
    rappresentato  con  animatissimo  quadro un tratto della mia pi bella
    vita,  dopo avere inebbriata la fantasia fino a  parermi  ch'io  fossi
    colle persone a cui parlava, mi ricordava repentinamente del presente,
    e  mi cadea la penna ed inorridiva!  Momenti veramente spaventosi eran
    quelli!  Aveali gi provati altre volte,  ma non mai  con  convulsioni
    pari a quelle che or mi assalivano.
    Io  attribuiva  tali  convulsioni  e  tali  orribili angosce al troppo
    eccitamento degli affetti, a cagione della forma epistolare ch'io dava
    a quegli scritti, e del dirigerli a persone si care.
    Volli far altro,  e non  potea;  volli  abbandonare  almeno  la  forma
    epistolare, e non potea. Presa la penna, e messomi a scrivere, ci che
    ne risultava era sempre una lettera piena di tenerezza e di dolore.
    "Non  son  io  pi  libero  del  mio volere?" andava dicendo.  "Questa
    necessit di fare ci che non vorrei fare,   dessa uno stravolgimento
    del  mio  cervello?  Ci per l'addietro non m'accadeva.  Sarebbe stata
    cosa spiegabile ne' primi tempi della mia detenzione;  ma ora che sono
    maturato  alla  vita carceraria,  ora che la fantasia dovrebbe essersi
    calmata su tutto,  ora che  mi  son  cotanto  nutrito  di  riflessioni
    filosofiche  e  religiose,  come divento io schiavo delle cieche brame
    del cuore, e pargoleggio cos? Applichiamoci ad altro."
    Cercava allora di pregare,  o d'opprimermi collo studio  della  lingua
    tedesca.  Vano  sforzo!  Io  m'accorgeva di tornar a scrivere un'altra
    lettera.


    CAPO 45.

    Simile stato era una vera malattia;  non so se debba dire,  una specie
    di  sonnambulismo.  Era  senza dubbio effetto d'una grande stanchezza,
    operata dal pensare e dal vegliare.
    And pi oltre.  Le mie notti divennero costantemente insonni e per lo
    pi febbrili. Indarno cessai di prendere caff la sera; l'insonnia era
    la stessa.
    Ma pareva che in me fossero due uomini,  uno che voleva sempre scriver
    lettere,   e  l'altro  che  voleva  far  altro.   "Ebbene"  diceva  io
    "transigiamo,  scrivi  pur  lettere,  ma  scrivile  in  tedesco;  cos
    impareremo quella lingua. "
    Quindi in poi scriveva tutto in  un  cattivo  tedesco.  Per  tal  modo
    almeno feci qualche progresso in quello studio.
    Il mattino,  dopo lunga veglia, il cervello spossato cadeva in qualche
    sopore. Allora sognava, o pinttosto delirava,  di vedere il padre,  la
    madre,  o  altro mio caro disperarsi sul mio destino.  Udiva di loro i
    pi  miserandi  singhiozzi,   e  tosto  mi  destava  singhiozzando   e
    spaventato.
    Talvolta in que' brevissimi sogni sembravami d'udir la madre consolare
    gli altri,  entrando con essi nel mio carcere, e volgermi le pi sante
    parole sul dovere della rassegnazione;  e quand'io pi rallegrava  del
    suo   coraggio   e   del   coraggio   degli  altri,   ella  prorompeva
    improvvisamente in lagrime,  e tutti piangevano.  Niuno pu dire quali
    strazii fossero allora quelli all'anima mia.
    Per uscire di tanta miseria, provai di non andare pi affatto a letto.
    Teneva acceso il lume l'intera notte,  e stava al tavolino a leggere e
    scrivere.  Ma che?  Veniva il momento ch'io  leggeva,  destissimo,  ma
    senza  capir nulla,  e che assolutamente la testa pi non mi reggeva a
    comporre  pensieri.  Allora  io  copiava  qualche  cosa,   ma  copiava
    ruminando  tutt'altro  che  ci  ch'io  scriveva,   ruminando  le  mie
    afflizioni.
    Eppure,  s'io  andava  a  letto  era  peggio.  Niuna  posizione  m'era
    tollerabile,   giacendo:  m'agitava  convulso,  e  conveniva  alzarmi.
    Ovvero, se alquanto dormiva, que' disperanti sogni mi faceano pi male
    del vegliare.
    Le mie preci erano aride, e nondimeno io le ripeteva sovente;  non con
    lungo orare di parole, ma invocando Dio! Dio unito all'uomo ed esperto
    degli umani dolori!
    In quelle orrende notti,  l'immaginativa mi s'esaltava talora in guisa
    che pareami, sebbene svegliato,  or d'udir gemiti nel mio carcere,  or
    d'udir risa soffocate.  Dall'infanzia in poi non era mai stato credulo
    a streghe e folletti,  ed or quelle risa e que' gemiti mi atterrivano,
    e  non  sapea  come spiegar ci,  ed era costretto a dubitare s'io non
    fossi ludibrio d'incognite maligne potenze.
    Pi volte presi tremando il lume,  e gridai se v'era alcuno  sotto  il
    letto  che  mi  beffasse.  Pi volte mi venne il dubbio che m'avessero
    tolto dalla prima stanza e trasportato  in  questa  perch  ivi  fosse
    qualche  trabocchello,  ovvero  nelle pareti qualche secreta apertura,
    donde  i  miei  sgherri  spiassero  tutto  ci  ch'io  faceva   e   si
    divertissero crudelmente a spaventarmi.
    Stando al tavolino,  or pareami che alcuno mi tirasse pel vestito,  or
    che fosse data una spinta ad un libro, il quale cadeva a terra, or che
    una persona dietro a me soffiasse sul lume per ispegnerlo.  Allora  io
    balzava  in  piedi,  guardava intorno,  passeggiava con diffidenza,  e
    chiedeva a me stesso s'io fossi impazzato od in senno.  Non sapea  pi
    che cosa,  di ci ch'io vedeva e sentiva, fosse realt od illusione, e
    sclamava con angoscia:
    "Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me?"


    CAPO 46.

    Una volta,  andato a letto alquanto prima dell'alba,  mi parve d'avere
    la  pi  gran  certezza d'aver messo il fazzoletto sotto il capezzale.
    Dopo un momento di sopore,  mi destai al solito,  e mi sembrava che mi
    strangolassero.  Sento  d'avere  il  collo strettamente avvolto.  Cosa
    strana! Era avvolto col mio fazzoletto, legato forte a pi nodi. Avrei
    giurato  di  non  aver  fatto  que'  nodi,  di  non  aver  toccato  il
    fazzoletto,  dacch  l'avea  messo sotto il capezzale.  Convieni ch'io
    avessi  operato  sognando  o  delirando,  senza  pi  serbarne  alcuna
    memoria;  ma  non potea crederlo,  e d'allora in poi stava in sospetto
    ogni notte d'essere strangolato.
    Capisco quanto simili vaneggiamenti debbano essere ridicoli altrui, ma
    a me che li provai faceano tal male che ne raccapriccio ancora.
    Si dileguavano ogni mattino;  e finch durava la luce del  d,  io  mi
    sentiva l'animo cos rinfrancato contro que' terrori,  che mi sembrava
    impossibile di doverli mai pi patire.  Ma al  tramonto  del  sole  io
    cominciava  a  rabbrividire,  e  ciascuna  notte riconduceva le brutte
    stravaganze della precedente.
    Quanto maggiore era la mia debolezza  nelle  tenebre,  tanto  maggiori
    erano  i  miei  sforzi  durante  il  giorno  per mostrarmi allegro ne'
    colloquii co' compagni,  co' due ragazzi del patriarcato e  co'  rnici
    carcerieri.  Nessuno,  udendomi  scherzare  com'io faceva,  si sarebbe
    immaginato la misera infermit  ch'io  soffriva.  Sperava  con  quegli
    sforzi  di  rinvigorirmi;  ed  a  nulla  giovavano.  Quelle  apparenze
    notturne, che il giorno io chiamava sciocchezze,  la sera tornavano ad
    essere per me realt spaventevoli.
    Se  avessi  ardito,  avrei  supplicato  la  Commissione  di mutarmi di
    stanza, ma non seppi mai indurmivi, temendo di far ridere.
    Essendo vani tutti i  raziocinii,  tutti  i  proponimenti,  tutti  gli
    studii,  tutte le preghiere, l'orribile idea d'essere totalmente e per
    sempre abbandonato da Dio s'impadron di me.
    Tutti que' maligni sofismi contro la Provvidenza,  che  in  istato  di
    ragione,  poche settimane prima,  m'apparivano s stolti, or vennero a
    frullarmi nel capo bestialmente,  e mi sembrarono attendibili.  Lottai
    contro questa tentazione parecchi d, poi mi vi abbandonai.
    Sconobbi  la  bont  della religione;  dissi,  come avea udito dire da
    rabbiosi atei, e come test Giuliano scriveami: "La religione non vale
    ad altro che  ad  indebolire  le  menti".  M'arrogai  di  credere  che
    rinunciando a Dio la mente mi si rinforzerebbe.
    Forsennata  fiducia!  Io negava Dio,  e non sapea negare gl'invisibili
    malefici enti che sembravano circondarmi e pascersi de miei dolori.
    Come  qualificare  quel  martirio?  Basta  egli  il  dire  ch'era  una
    malattia?  od  era  egli,  nello  stesso tempo,  un castigo divino per
    abbattere il mio  orgoglio  e  farmi  conoscere  che,  senza  un  lume
    particolare,   io  potea  divenire  incredulo  come  Giuliano,  e  pi
    insensato di lui?
    Checch  ne  sia,   Dio  mi  liber  di  tanto  male  quando  meno  me
    l'aspettava.
    Una mattina,  preso il caff,  mi vennero vomiti violenti,  e coliche.
    Pensai che m'avessero avvelenato. Dopo la fatica de' vomiti, era tutto
    in sudore,  e stetti a letto.  Verso  mezzogiorno  mi  addormentai,  e
    dormii placidamente fino a sera.
    Mi svegliai,  sorpreso di tanta quiete;  e,  parendomi di non aver pi
    sonno,  m'alzai.  "Stando alzato" diss'io "sar  pi  forte  contro  i
    soliti terrori."
    Ma  i  terrori  non  vennero.   Giubilai,  e  nella  piena  della  mia
    riconoscenza, tornando a sentire Iddio,  mi gettai a terra ad adorarlo
    e  chiedergli perdono d'averlo per pi giorni negato.  Quell'effusione
    di gioia esaur le mie  forze,  e  fermatomi  in  ginocchio  alquanto,
    appoggiato ad una sedia,  fui ripigliato dal sonno, e m'addormentai in
    quella posizione.
    Di l non so se ad un'ora o pi ore,  mi desto a mezzo,  ma appena  ho
    tempo  di buttarmi vestito sul letto,  e ridormo sino all'aurora.  Fui
    sonnolento ancor tutto il giorno; la sera mi coricai presto,  e dormii
    l'intera notte.  Qual crisi erasi operata in me?  Lo ignoro, ma io era
    guarito.


    CAPO 47.

    Cessarono le  nausee  che  pativa  da  lungo  tempo  il  mio  stomaco,
    cessarono i dolori di capo,  e mi venne un appetito straordinario.  Io
    digeriva eccellentemente,  e cresceva in forze.  Mirabile Provvidenza!
    ella  m'avea  tolto  le forze per umiliarmi;  ella me le rendea perch
    appressavasi l'epoca delle sentenze,  e volea ch'io non soccombessi al
    loro annunzio.
    Add 24 novembre, uno de' nostri compagni, il dottor Foresti, fu tolto
    dalle  carceri de' Piombi e trasportato non sapevam dove.  Il custode,
    sue moglie ed i secondini erano atterriti;  niuno di loro volea  darmi
    luce su questo mistero
    "E  che  cosa  vuol  ella sapere," diceami Tremerello "se nulla v' di
    buono a sanare? Le ho detto gi troppo, le ho detto gi troppo."
    "Su via,  che serve il tacere?" gridai raccapricciando  "non  v'ho  io
    capito? Egli  dunque condannato a morte?"
    "Chi?... egli?... il dottor Foresti..."
    Tremerello  esitava;  ma  la  voglia di chiacchierare non era l'infima
    delle sue virt.
    "Non dica poi che son ciarlone;  io non volea proprio aprir  bocca  su
    queste cose. Si ricordi che m'ha costretto"
    "Si,  s,  v'ho costretto;  ma, animo! ditemi tutto Che n' del povero
    Foresti?"
    "Ah,  signore!  gli fecero passare il ponte de' Sospiri!  egli  nelle
    carceri  criminali!  La  sentenza di morte  state letta a lui e a due
    altri."
    "E si eseguir? quando? Oh miseri! E chi sono gli altri due?"
    "Non so altro,  non so altro.  Le sentenze non sono ancora pubblicate.
    Si dice per Venezia che vi saranno parecchie commutazioni di pena. Dio
    volesse che la morte non s'eseguisse per nessuno di loro!  Dio volesse
    che,  se non son tutti salvi da morte,  ella almeno lo  fosse!  Io  ho
    messo a lei tale affezione...  perdoni la libert...  come se fosse un
    mio fratello!"
    E se n'and commosso. Il lettore pu pensare in quale agitazione io mi
    trovassi tutto quel d, e la notte seguente, e tanti altri giorni, che
    nulla di pi potei sapere.
    Dur l'incertezza un mese: finalmente le sentenze  relative  al  primo
    processo furono pubblicate.  Colpivano molte persone, nove delle quali
    erano condannate a morte,  e poi per grazia a carcere duro,  quali per
    vent'anni,  quali per quindici (e ne' due casi doveano scontar la pena
    nella fortezza di Spielberg,  presso la citt di  Brnn  in  Moravia),
    quali  per  dieci  anni  o  meno (ed allora andavano nella fortezza di
    Lubiana).
    L'essere stata commutata la pena a tutti quelli  del  primo  processo,
    era  egli  argomento  che la morte dovesse risparmiarsi anche a quelli
    del secondo? Ovvero l'indulgenza sarebbesi usata ai soli primi, perch
    arrestati prima delle notificazioni  che  si  pubblicarono  contro  le
    societ secrete, e tutto il rigore cadrebbe sui secondi?
    "La  soluzione  del  dubbio  non  pu  esser  lontana;"  diss'io  "sia
    ringraziato  il  Cielo,   che  ho  tempo  di  prevedere  la  morte   e
    d'apparecchiarmivi."


    CAPO 48.

    Era mio unico pensiero il morire cristianamente e col debito coraggio.
    Ebbi  la  tentazione di sottrarmi al patibolo col suicidio,  ma questa
    sgombr.  "Qual merito evvi a non lasciarsi ammazzare da un carnefice,
    ma  rendersi invece carnefice di s?  Per salvar l'onore?  E non  una
    fanciullaggine il credere che siavi pi onore nel fare  una  burla  al
    carnefice,  che nel non fargliela, quando pur sia forza morire?" Anche
    se non fossi stato cristiano, il suicidio,  riflettendovi,  mi sarebbe
    sembrato un piacere sciocco, una inutilit.
    "Se il termine della mia vita  venuto," m'andava io dicendo "non sono
    io  fortunato,  che sia in guisa da lasciarmi tempo per raccogliermi e
    purificare la coscienza con desideri e  pentimenti  degni  d'un  uomo?
    Volgarmente  giudicando,  l'andare  al  patibolo    la peggiore delle
    morti: giudicando da savio, non  dessa migliore delle tante morti che
    avvengono per malattia, con grande indebolimento d'intelletto, che non
    lascia pi luogo a rialzar l'anima da pensieri bassi?"
    La giustezza di tal ragionamento mi penetr s  forte  nello  spirito,
    che  l'orror  della morte,  e di quella specie di morte,  si dileguava
    interamente  da  me.   Meditai  molto  sui  sacramenti   che   doveano
    invigorirmi  al  solenne  passo,  e  mi  parea  d'essere  in  grado di
    riceverli con tali disposizioni da provarne l'efficacia. Quell'altezza
    d'animo ch'io credea d'avere, quella pace,  quell'indulgente affezione
    verso coloro che m'odiavano,  quella gioia di poter sacrificare la mia
    vita alla volont di  Dio,  le  avrei  io  serbate  s'io  fossi  stato
    condotto al supplizio?  Ahi!  che l'uomo  pieno di contraddizioni,  e
    quando sembra essere pi gagliardo e  pi  santo  pu  cadere  fra  un
    istante in debolezza ed in colpa! Se allora io sarei morto degnamente,
    Dio solo il sa. Non mi stimo abbastanza da affermarlo.
    Intanto  la  verisimile  vicinanza  della morte fermava su questa idea
    siffattamente la mia immaginazione,  che il morire  pareami  non  solo
    possibile, ma significato da infallibile presentimento. Niuna speranza
    d'evitare questo destino penetrava pi nel mio cuore,  e ad ogni suono
    di pedate e di chiavi,  ad ogni aprirsi della mia porta,  io mi dicea:
    "Coraggio!   forse   vengono   a  prenderti  per  udire  la  sentenza.
    Ascoltiamola con dignitosa tranquillit, e benediciamo il Signore".
    Meditai ci ch'io dovea scrivere per l'ultima volta alla mia famiglia,
    e partitamente al padre,  alla madre,  a ciascun  dei  fratelli,  e  a
    ciascuna  delle  sorelle;  e  volgendo  in  mente  quelle  espressioni
    d'affetti s profondi e s sacri,  io m'inteneriva con molta dolcezza,
    e piangeva, e quel pianto non infiacchiva la mia rassegnata volont.
    Come  non  sarebbe  ritornata l'insonnia?  Ma quanto era diversa dalla
    prima! Non udiva n gemiti n risa nella stanza;  non vaneggiava n di
    spiriti n d'uomini nascosti. La notte m'era pi deliziosa del giorno,
    perch  io mi concentrava di pi nella preghiera.  Verso le quattr'ore
    io solea mettermi a letto,  e  dormiva  placidamente  circa  due  ore.
    Svegliatomi,  stava  in  letto  tardi per riposare.  M'alzava verso le
    undici.
    Una notte, io m'era coricato alquanto prima del solito ed avea dormito
    appena un quarto d'ora,  quando,  ridesto,  m'apparve un'immensa  luce
    nella  parete  in  faccia  a me.  Temetti d'esser ricaduto ne' passati
    delirii; ma ci ch'io vedeva non era un'illusione.  Quella luce veniva
    dal finestruolo a tramontana, sotto il quale io giaceva.
    Balzo a terra,  prendo il tavolino, lo metto sul letto, vi sovrappongo
    una sedia, ascendo; - e veggo uno de' pi belli e terribili spettacoli
    di fuoco, ch'io potessi immaginarmi.
    Era un grande incendio,  a un tiro di schioppo dalle  nostre  carceri.
    Prese alla casa ov'erano i forni pubblici, e la consum.
    La  notte era oscurissima,  e tanto pi spiccavano que' vasti globi di
    fiamme e  di  fumo,  agitati  com'erano  da  furioso  vento.  Volavano
    scintille da tutte le parti,  e sembrava che il cielo le piovesse.  La
    vicina laguna rifletteva l'incendio. Una moltitudine di gondole andava
    e veniva.  Io m'immaginava lo spavento ed il pericolo  di  quelli  che
    abitavano  nella  casa  incendiata  e nelle vicine,  e li compiangeva.
    Udiva lontane voci  d'uomini  e  donne  che  si  chiamavano:  Tognina!
    Momolo! Beppo! Zanze!.
    Anche  il  nome  di Zanze mi son all'orecchio!  Ve ne sono migliaia a
    Venezia; eppure io temeva che potesse essere quell'una, la cui memoria
    m'era s soave!  "Fosse mai l quella sciagurata?  e circondata  forse
    dalle fiamme? Oh potessi scagliarmi a liberarla!"
    Palpitando,  raccapricciando,  ammirando,  stetti  sino  all'aurora  a
    quella  finestra;   poi  discesi  oppresso   da   tristezza   mortale,
    figurandomi molto pi danno che non era avvenuto.  Tremerello mi disse
    non essere arsi se non i forni e gli  annessi  magazzini,  con  grande
    quantit di sacchi di farina.

    CAPO 49.

    La   mia  fantasia  era  ancora  vivamente  colpita  dall'aver  veduto
    quell'incendio,  allorch,  poche notti appresso - io non  era  ancora
    andato a letto, e stava al tavolino studiando, e tutto intirizzito dal
    freddo  -,  ecco  voci poco lontane: erano quelle del custode,  di sua
    moglie,  de' loro figli,  de' secondini: "Il fogo!  il fogo.  Oh Beata
    Vergine! oh noi perdui!".
    Il  freddo  mi  cess  in un istante: balzai tutto sudato in piedi,  e
    guardai intorno se gi si vedevano fiamme. Non se ne vedevano.
    L'incendio per altro era nel palazzo stesso,  in alcune stanze ufficio
    vicine alle carceri.
    Uno de' secondini gridava: "Ma,  sior paron, cossa faremo de sti siori
    ingabbiai, se el fogo s'avanza?".
    Il custode rispondeva: "Mi no gh'ho cor de lassarli abbrustolar. Eppur
    no se po averzeri le preson,  senza  el  permesso  de  la  Commission.
    Anemo, digo, corr dunque a dimandar sto permesso".
    "Vado de botto, sior, ma la risposta no sar miga in tempo, sala"
    E  dov'era  quella  eroica  rassegnazione ch'io teneami cos sicuro di
    possedere,  pensando alla morte?  Perch l'idea  di  bruciar  vivo  mi
    mettea  la  febbre?  Quasich  ci  fosse  maggior  piacere a lasciarsi
    stringer la gola che a bruciare!  Pensai a ci,  e mi vergognai  della
    mia paura;  stava per gridare al custode che per carit m'aprisse,  ma
    mi frenai. Nondimeno io avea paura.
    "Ecco," diss'io "qual sar il mio  coraggio,  se  scampato  dal  fuoco
    verr condotto a morte! Mi frener, nasconder altrui la mia vilt, ma
    tremer.  Se non che... non  egli pure coraggio l'operare come se non
    si sentissero tremiti, e sentirli?  Non  egli generosit lo sforzarsi
    di  dar  volentieri  ci che rincresce di dare?  Non  egli obbedienza
    l'obbedire ripugnando?"
    Il trambusto nella casa del custode era  s  forte,  che  indicava  un
    pericolo  sempre  crescente.   Ed  il  secondino  ito  a  chiedere  la
    permissione di  trarci  di  que'  luoghi,  non  ritornava!  Finalmente
    sembrommi  d'intendere  la sua voce.  Ascoltai,  e non distinsi le sue
    parole.  Aspetto,  spero;  indarno!  nessuno viene.  Possibile che non
    siasi  conceduto di traslocarci in salvo dal fuoco?  E se non ci fosse
    pi modo di scampare?  E se il custode e la sua famiglia stentassero a
    mettere  in  salvo  se  medesimi,  e  nessuno  pi  pensasse ai poveri
    ingabbiai?
    "Tant',"  ripigliava  io  "questa  non    filosofia,  questa  non  
    religione!  Non  farei  io  meglio  d'apparecchiarmi a veder le fiamme
    entrare nella mia stanza e divorarmi?"
    Intanto i romori scemavano.  A poco a poco non  udii  pi  nulla.  "E'
    questo  prova  esser  cessato  l'incendio?  Ovvero  tutti  quelli  che
    poterono sarann'essi fuggiti,  e non  rimangono  pi  qui  se  non  le
    vittime abbandonate a s crudel fine?"
    La  continuazione  del  silenzio mi calm: conobbi che il fuoco doveva
    essere spento.
    Andai a letto,  e mi rimproverai come vilt l'affanno sofferto;  ed or
    che non si trattava pi di bruciare, m'increbbe di non esser bruciato,
    piuttosto che avere fra pochi giorni ad essere ucciso dagli uomini.
    La  mattina seguente intesi da Tremerello qual fosse stato l'incendio,
    e risi della paura ch'ei mi disse aver avuta;  quasi che  la  mia  non
    fosse stata eguale o maggiore della sua.


    CAPO 50.

    Add  11  gennaio  (1822),  verso le 9 del mattino,  Tremerello coglie
    un'occasione per venire da me, e tutto agitato mi dice:
    "Sa ella che nell'isola di San Michele di Murano,  qui poco lontano da
    Venezia, v' una prigione dove sono forse pi di cento carbonari?"
    "Me l'avete gi detto altre volte.  Ebbene...  che volete dire?... Su,
    parlate. Havvene forse di condannati?"
    "Appunto."
    "Quali?"
    "Non so."
    "Vi sarebbe mai il mio infelice Maroncelli?"
    "Ah signore! non so, non so chi vi sia."
    Ed andossene turbato, e guardandomi con atti di compassione.
    Poco appresso viene il custode,  accompagnato da' secondini  e  da  un
    uomo ch'io non avea mai veduto. Il custode parea confuso. L'uomo nuovo
    prese la parola:
    "Signore, la Commissione ha ordinato ch'ella venga con me."
    "Andiamo;" dissi "e voi dunque chi siete?"
    "Sono  il  custode  delle carceri di San Michele,  dov'ella dev'essere
    tradotta."
    Il custode de' Piombi consegn a questo i denari  miei,  ch'egli  avea
    nelle  mani.  Dimandai ed ottenni la permissione di far qualche regalo
    a' secondini.  Misi in ordine la mia roba,  presi la Bibbia  sotto  il
    braccio,  e  partii.  Scendendo  quelle infinite scale,  Tremerello mi
    strinse furtivamente la mano;  parea voler dirmi: "Sciagurato!  tu sei
    perduto".
    Uscimmo da una porta che mettea sulla laguna;  e quivi era una gondola
    con due secondini del nuovo custode
    Entrai in gondola,  ed opposti sentimenti mi commoveano:  -  un  certo
    rincrescimento  d'abbandonare il soggiorno dei Piombi,  ove molto avea
    patito,  ma ove pure io m'era affezionato ad alcuno,  ed alcuno  erasi
    affezionato  a  me,  -  il  piacere  di  trovarmi,  dopo tanti mesi di
    reclusione, all'aria aperta, di vedere il cielo e la citt e le acque,
    senza l'infausta quadratura delle inferriate, - il ricordarmi la lieta
    gondola che in tempo tanto  migliore  mi  portava  per  quella  laguna
    medesima,  e le gondole del lago di Como e quelle del lago Maggiore, e
    le barchette del Po, e quelle del Rodano e della Sonna!...  Oh ridenti
    anni svaniti! E chi era stato, al mondo, felice al pari di me?
    Nato  da'  pi  amorevoli  parenti,  in  quella  condizione  che non 
    povert,  e che avvicinandoti quasi egualmente al povero ed  al  ricco
    t'agevola il vero conoscimento de' due stati - condizione ch'io reputo
    la pi vantaggiosa per coltivare gli affetti -;  io,  dopo un'infanzia
    consolata da dolcissime cure domestiche, era passato a Lione presso un
    vecchio cugino materno,  ricchissimo e degnissimo delle sue ricchezze,
    ove  tutto  ci  che  pu  esservi  d'incanto  per  un cuore bisognoso
    d'eleganza e  d'amore  avea  deliziato  il  primo  fervore  della  mia
    giovent:  di  l  tornato  in  Italia,  e  domiciliato co' genitori a
    Milano, avea proseguito a studiare ed amare la societ ed i libri, non
    trovando che amici egregi,  e lusinghevole plauso.  Monti  e  Foscolo,
    sebbene avversarli fra loro, m'erano benevoli egualmente. M'affezionai
    pi a quest'ultimo;  e siffatto iracondo uomo,  che colle sue asprezze
    provocava tanti a disamarlo,  era per me tutto dolcezza e  cordialit,
    ed  io lo riveriva teneramente.  Gli altri letterati d'onore m'amavano
    anch'essi, com'io li riamava.  Niuna invidia,  niuna calunnia m'assal
    mai,  od  almeno  erano  di gente s screditata che non potea nuocere.
    Alla caduta del regno  d'Italia,  mio  padre  avea  riportato  il  suo
    domicilio a Torino, col resto della famiglia, ed io, procrastinando di
    raggiungere s care persone,  avea finito per rimanermi a Milano,  ove
    tanta felicit mi circondava, da non sapermi indurre ad abbandonarla.
    Fra altri ottimi amici, tre,  in Milano,  predominavano sul mio cuore,
    D.  Pietro  Borsieri,  Monsign.  Lodovico di Breme,  ed il conte Luigi
    Porro Lambertenghi.  Vi  s'aggiunse  in  appresso  il  conte  Federigo
    Confalonieri.  Fattomi  educatore  di  due bambini di Porro,  io era a
    quelli come un padre,  ed al loro padre come un  fratello.  In  quella
    casa  affluiva  tutto ci non solo che avea di pi colto la citt,  ma
    copia di ragguardevoli viaggiatori.  Ivi conobbi la  Stel,  Schlegel,
    Davis, Byron, Hobhouse,
    Brougham,  e  molti altri illustri di varie parti d'Europa.  Oh quanto
    rallegra, e quanto stimola ad ingentilirsi, la conoscenza degli uomini
    di merito!  S,  io era felice!  io non avrei mutata la mia sorte  con
    quella  d'un  principe!  - E da sorte s gioconda balzare tra sgherri,
    passare di carcere in carcere, e finire per essere strozzato, o perire
    nei ceppi!


    CAPO 51.

    Volgendo tai pensieri,  giunsi a San Michele,  e  fui  chiuso  in  una
    stanza  che  avea  la  vista d'un cortile,  della laguna e della belle
    isola di Murano. Chiesi di Maroncelli al custode,  alla moglie sua,  a
    quattro secondini. Ma mi faceano visite brevi e piene di diffidenza, e
    non voleano dirmi niente
    Nondimeno,  dove  son cinque o sei persone egli  difficile che non se
    ne trovi una vogliosa  di  compatire  e  di  parlare.  Io  trovai  tal
    persona, e seppi quanto segue:
    Maroncelli,  dopo  essere  stato lungamente solo,  era stato messo col
    conte Camillo Laderchi: quest'ultimo era uscito di carcere,  da  pochi
    giorni,  come innocente, ed il primo tornava ad esser solo. De' nostri
    compagni erano  anche  usciti,  come  innocenti,  il  professor  Gian-
    Domenico Romagnosi, ed il conte Giovanni Arrivabene. Il capitano Rezia
    ed  il  signor  Canova  erano  insieme.   Il  professor  Ressi  giacea
    moribondo, in un carcere vicino a quello di questi due.
    "Di quelli che non  sono  usciti"  diss'io  "le  condanne  son  dunque
    venute.  E  che  s'aspetta  a  palesarcele?  Forse che il povero Ressi
    muoia, o sia in grado d'udire la sentenza, non  vero?"
    "Credo di s."
    Tutti i giorni io dimandava dell'infelice.
    "Ha perduto la parola; - l'ha riacquistata, ma vaneggia e non capisce;
    - d pochi segni di vita; - sputa sovente sangue, e vaneggia ancora; -
    sta peggio; - sta meglio; -  in agonia."
    Tali risposte mi si diedero per pi settimane.  Finalmente una mattina
    mi si disse: "E' morto!".
    Versai  una  lagrima  per  lui,  e  mi consolai pensando ch'egli aveva
    ignorata la sua condanna!
    Il d seguente,  21 febbraio (1822),  il custode  viene  a  prendermi:
    erano le dieci antimeridiane. Mi conduce nella sale della Commissione,
    e  si  ritira.   Stavano  seduti,   e  si  alzarono,   il  presidente,
    l'inquisitore e i due giudici assistenti.
    Il presidente,  con atto di nobile commiserazione,  mi  disse  che  la
    sentenza  era  venuta,  e che il giudizio era stato terribile,  ma gi
    l'Imperatore l'aveva mitigato.
    L'inquisitore mi lesse la sentenza: "Condannato a morte". Poi lesse il
    rescritto imperiale: "La pena  commutata in quindici anni di  carcere
    duro, da scontarsi nella fortezza di Spielberg".
    Risposi: "Sia fatta l volont di Dio!".
    E mia intenzione era veramente di ricevere da cristiano questo orrendo
    colpo, e non mostrare n nutrire risentimento contro chicchessia.
    Il  presidente  lod  la  mia tranquillit,  e mi consigli a serbarla
    sempre,  dicendomi che da questa tranquillit potea dipendere l'essere
    forse,  fra  due  o  tre  anni,  creduto meritevole di maggior grazia.
    (Invece di due o tre, furono poi molti di pi.)
    Anche gli altri giudici mi volsero parole di gentilezza e di speranza.
    Ma uno di loro che nel processo m'era ognora sembrato molto ostile, mi
    disse alcun che di cortese che pur pareami pungente; e quella cortesia
    giudicai che fosse smentita dagli sguardi,  ne'  quali  avrei  giurato
    essere un riso di gioia e d'insulto.
    Or non giurerei pi che fosse cos: posso benissimo essermi ingannato.
    Ma  il  sangue  allora mi si rimescol,  e stentai a non prorompere in
    furore.  Dissimulai,  e mentre ancora mi lodavano della mia  cristiana
    pazienza, io gi l'aveva in segreto perduta.
    "Dimani"  disse  l'inquisitore  "ci rincresce di doverle annunciare la
    sentenza in pubblico; ma  formalit impreteribile."
    "Sia pure" dissi.
    "Da quest'istante le  concediamo"  soggiunse  "la  compagnia  del  suo
    amico."
    E chiamato il custode,  mi consegnarono di nuovo a lui, dicendogli che
    fossi messo con Maroncelli.


    CAPO 52.

    Qual dolce istante fu per l'amico e per me il rivederci,  dopo un anno
    e tre mesi di separazione e di tanti dolori! Le gioie dell'amicizia ci
    fecero quasi dimenticare per alcuni istanti la condanna.
    Mi strappai nondimeno tosto dalle sue braccia, per prendere la penna e
    scrivere a mio padre. Io bramava ardentemente che l'annuncio della mia
    triste  sorte  giungesse alla famiglia da me,  piuttosto che da altri,
    affinch lo strazio di quegli amati cuori venisse  temperato  dal  mio
    linguaggio  di  pace e di religione.  I giudici mi promisero di spedir
    subito quella lettera.
    Dopo ci Maroncelli mi parl del suo  processo,  ed  io  del  mio,  ci
    confidammo  parecchie  carcerarie  peripezie,  andammo  alla finestra,
    salutammo tre altri amici  ch'erano  alle  finestre  loro:  due  erano
    Canova e Rezia, che trovavansi insieme, il primo condannato a sei anni
    di  carcere  duro  ed il secondo a tre;  il terzo era il dottor Cesare
    Armari,  che ne' mesi precedenti era  stato  mio  vicino  ne'  Piombi.
    Questi  non  aveva  avuto  alcuna  condanna,  ed  usc  poi dichiarato
    innocente.
    Il favellare cogli uni e cogli  altri  fu  piacevole  distrazione  per
    tutto  il  d e tutta la sera.  Ma andati a letto,  spento il lume,  e
    fatto silenzio, non mi fu possibile dormire, la testa ardevami,  ed il
    cuore sanguinava, pensando a casa mia. -
    Reggerebbero i miei vecchi genitori a tanta sventura? Basterebbero gli
    altri lor figli a consolarli?  Tutti erano amati quanto io,  e valeano
    pi di me;  ma un padre ed una madre trovano essi mai,  ne' figli  che
    lor restano, un compenso per quello che prdono?
    Avessi  solo  pensato a' congiunti ed a qualche altra diletta persona!
    La lor ricordanza mi affliggeva e m'inteneriva.  Ma  pensai  anche  al
    creduto  riso  di gioia e d'insulto di quel giudice,  al processo,  al
    perch delle condanne,  alle passioni politiche,  alla sorte di  tanti
    miei amici... e non seppi pi giudicare con indulgenza alcuno dei miei
    avversarii.  Iddio  mi  metteva in una gran prova!  Mio debito sarebbe
    stato di sostenerla con  virt.  Non  potei!  non  volli!  La  volutt
    dell'odio mi piacque pi del perdono: passai una notte d'inferno.
    Il  mattino,  non  pregai.  L'universo  mi  pareva opera d'una potenza
    nemica del bene.  Altre volte era gi stato cos calunniatore di  Dio;
    ma  non  avrei  creduto  di  ridivenirlo,  e ridivenirlo in poche ore!
    Giuliano ne' suoi massimi furori non poteva essere pi  empio  di  me.
    Ruminando  pensieri  di  odio,  principalmente quand'uno  percosso da
    somma  sventura,   la  quale  dovrebbe  renderlo  vieppi   religioso,
    foss'egli  anche  stato giusto,  diventa iniquo.  Si,  foss'egli anche
    stato giusto; perocch non si pu odiare senza superbia. E chi sei tu,
    o misero mortale,  per pretendere che niuno  tuo  simile  ti  giudichi
    severamente? per pretendere che niuno ti possa far male di buona fede,
    credendo d'operare con giustizia? per lagnarti, se Dio permette che tu
    patisca piuttosto in un modo che in un altro?
    Io  mi  sentiva infelice di non poter pregare;  ma ove regna superbia,
    non rinviensi altro Dio che s medesimo.
    Avrei voluto raccomandare ad un supremo soccorritore i  miei  desolati
    parenti, e pi in lui non credeva.


    CAPO 53.

    Alle 9 antimeridiane, Maroncelli ed io fummo fatti entrare in gondola,
    e  ci condussero in citt.  Approdammo al palazzo del Doge,  e salimmo
    alle carceri.  Ci misero nella stanza ove pochi giorni  prima  era  il
    signor Caporali;  ignoro ove questi fosse stato tradotto. Nove o dieci
    sbirri  sedeano  a  farci  guardia,  e  noi  passeggiando  aspettavamo
    l'istante di esser tratti in piazza L'aspettazione fu lunga.  Comparve
    soltanto a mezzod l'inquisitore, ad annunciarci che bisognava andare.
    Il medico si present,  suggerendoci di bere un bicchierino d'acqua di
    menta;  accettammo,  e fummo grati,  non tanto di questa, quanto della
    profonda compassione che il buon vecchio ci dimostrava.  Era il dottor
    Dosmo.  S'avanz quindi il capo-sbirro, e ci pose le manette. Seguimmo
    lui, accompagnati dagli altri sbirri.
    Scendemmo la magnifica scala de' giganti, ci ricordammo del doge Marin
    Faliero, ivi decapitato, entrammo nel gran portone che dal cortile del
    palazzo mette sulla piazzetta,  e qui giunti voltammo verso la laguna.
    A  mezzo della piazzetta era il palco ove dovemmo salire.  Dalla scala
    de' giganti fino a quel palco stavano due file  di  soldati  tedeschi;
    passammo in mezzo ad esse.
    Montati l sopra, guardammo intorno, e vedemmo in quell'immenso popolo
    il  terrore.  Per varie parti in lontananza schieravansi altri armati.
    Ci fu detto, esservi i cannoni colle micce accese dappertutto.
    Ed era quella piazzetta, ove nel settembre 1820, un mese prima del mio
    arresto, un mendico aveami detto: "Questo  luogo di disgrazia!".
    Sovvnnemi di quel mendico,  e pensai: "Chi sa,  che in tante migliaia
    di spettatori non siavi anch'egli, e forse mi ravvisi?".
    Il  capitano  tedesco  grid  che  ci  volgessimo  verso  il palazzo e
    guardassimo in alto. Obbedimmo,  e vedemmo sulla loggia un curiale con
    una carta in mano. Era la sentenza. La lesse con voce elevata.
    Regn  profondo  silenzio  sino  all'espressione:  condannati a morte.
    Allora s'alz un generale  mormorio  di  compassione.  Successe  nuovo
    silenzio  per  udire  il  resto  della lettura.  Nuovo mormorio s'alz
    all'espressione: condannati a carcere duro,
    Maroncelli per vent'anni, e Pellico per quindici.
    Il capitano ci fe' cenno  di  scendere.  Gettammo  un'altra  volta  lo
    sguardo  intorno,  e scendemmo.  Rientrammo nel cortile,  risalimmo lo
    scalone, tornammo nella stanza donde eravamo stati tratti,  ci tolsero
    le manette, indi fummo ricondotti a San Michele.


    CAPO 54.

    Quelli  ch'erano  stati  condannati avanti noi,  erano gi partiti per
    Lubiana e per lo Spielberg, accompagnati da un commissario di polizia.
    Ora aspettavasi il ritorno del medesimo commissario, perch conducesse
    noi al destino nostro. Questo intervallo dur un mese.
    La mia vita era allora di  molto  favellare  ed  udir  favellare,  per
    distrarmi.   Inoltre   Maroncelli   mi  leggeva  le  sue  composizioni
    letterarie,  ed io gli leggeva le mie.  Una sera lessi dalla  finestra
    l''Ester  d'Engaddi'  a  Canova,  Rezia ed Armari;  e la sera seguente
    l''Iginia d'Asti'.
    Ma la notte io fremeva e piangeva, e dormiva poco o nulla.
    Bramava,  e paventava ad un tempo,  di sapere come la notizia del  mio
    infortunio fosse stata ricevuta da' miei parenti.
    Finalmente  venne  una  lettera  di mio padre.  Qual fu il mio dolore,
    vedendo che l'ultima da  me  direttagli  non  gli  era  stata  spedita
    subito,  come  io avea tanto pregato l'inquisitore!  L'infelice padre,
    lusingatosi sempre che sarei uscito senza condanna, presa un giorno la
    "Gazzetta di Milano", vi trov la mia sentenza! Egli stesso mi narrava
    questo crudele fatto,  e mi lasciava immaginare quanto l'anima sua  ne
    rimanesse straziata.
    Oh come,  insieme all'immensa piet che sentii di lui,  della madre, e
    di tutta la famiglia, arsi di sdegno,  perch la lettera mia non fosse
    stata  sollecitamente  spedita!  Non  vi  sar stata malizia in questo
    ritardo,  ma io la supposi infernale;  io  credetti  di  scorgervi  un
    raffinamento di barbarie, un desiderio che il flagello avesse tutta la
    gravezza possibile anche per gl'innocenti miei congiunti. Avrei voluto
    poter versare un mare di sangue, per punire questa sognata inumanit.
    Or che giudico pacatamente,  non la trovo verisimile. Quel ritardo non
    nacque, senza dubbio, da altro che da noncuranza.
    Furibondo qual  io  era,  fremetti  udendo  che  i  miei  compagni  si
    proponeano di far la Pasqua prima di partire, e sentii ch'io non dovea
    farla,  stante  la niuna mia volont di perdonare.  Avessi dato questo
    scandalo!


    CAPO 55.

    Il commissario giunse alfine di Germania,  e venne a dirci che fra due
    giorni partiremmo.
    "Ho  il  piacere"  soggiunse  "di  poter  dar  loro  una consolazione.
    Tornando dallo Spielberg, vidi a Vienna S.M. l'Imperatore, il quale mi
    disse che i giorni di pena di lor signori vuol  valutarli  non  di  24
    ore,  ma di 12. Con questa espressione intende significare che la pena
     dimezzata."
    Questo dimezzamento non ci venne poi mai annunziato officialmente,  ma
    non  v'era  alcuna probabilit che il commissario mentisse;  tanto pi
    che  non  ci  diede  gi  quella  nuova  in  segreto,  ma  conscia  la
    Commissione.
    Io  non  seppi  neppur rallegrarmene.  Nella mia mente erano poco meno
    orribili sett'anni e mezzo di ferri,  che  quindici  anni.  Mi  pareva
    impossibile di vivere s lungamente.
    La mia salute era di nuovo assai misera. Pativa dolori di petto gravi,
    con  tosse,  e credea lesi i polmoni.  Mangiava poco,  e quel poco nol
    digeriva.
    La partenza fu nella notte tra il 25 ed il 26 marzo.  Ci  fu  permesso
    d'abbracciare  il  dottor  Cesare  Armari  nostro  amico.  Uno  sbirro
    c'incaten trasversalmente  la  mano  destra  ed  il  piede  sinistro,
    affinch  ci  fosse  impossibile fuggire.  Scendemmo in gondola,  e le
    guardie remigarono verso Fusina.
    Ivi giunti,  trovammo allestiti due legni.  Montarono Rezia  e  Canova
    nell'uno;  Maroncelli  ed io nell'altro.  In uno dei legni era co' due
    prigioni il commissario,  nell'altro un sottocommissario  cogli  altri
    due.  Compivano il convoglio sei o sette guardie di polizia, armate di
    schioppo e sciabola,  distribuite parte dentro i  legni,  parte  sulla
    cassetta del vetturino.
    Essere  costretto  da  sventura  ad  abbandonare  la  patria   sempre
    doloroso,  ma abbandonarla  incatenato,  condotto  in  climi  orrendi,
    destinato  a  languire per anni fra sgherri,   cosa s straziante che
    non v'ha termini per accennarla!
    Prima di varcare le Alpi, vieppi mi si facea cara d'ora in ora la mia
    nazione,  stante la piet che dappertutto ci dimostravano  quelli  che
    incontravamo.  In  ogni  citt,  in  ogni  villaggio,  per ogni sparso
    casolare,  la notizia della nostra condanna essendo  gi  pubblica  da
    qualche   settimana,   eravamo  aspettati.   In  parecchi  luoghi,   i
    commissarii e le guardie  stentavano  a  dissipare  la  folla  che  ne
    circondava.  Era mirabile il benevolo sentimento che veniva palesato a
    nostro riguardo.
    In Udine ci accadde una commovente sorpresa.  Giunti alla locanda,  il
    commissario fece chiudere la porta del cortile e respingere il popolo.
    Ci assegn una stanza,  e disse ai camerieri che ci portassero da cena
    e l'occorrente per dormire.  Ecco  un  istante  appresso  entrare  tre
    uomini,  con  materassi  sulle  spalle.  Qual   la nostra meraviglia,
    accorgendoci che solo uno di loro  al servizio della locanda,  e  che
    gli altri sono due nostri conoscenti!  Fingemmo d'aiutarli a por gi i
    materassi, e toccammo loro furtivamente la mano. Le lagrime sgorgavano
    dal cuore ad essi ed a noi.  Oh quanto ci fu  penoso  di  non  poterle
    versare tra le braccia gli uni degli altri!
    I  commissarii non s'avvidero di quella pietosa scena,  ma dubitai che
    una delle guardie penetrasse il mistero,  nell'atto che il buon  Dario
    mi  stringeva  la  mano.  Quella guardia era un veneto.  Mir in volto
    Dario e me, impallid, sembr tentennare se dovesse alzar la voce,  ma
    tacque,  e pose gli occhi altrove,  dissimulando.  Se non indovin che
    quelli erano amici nostri,  pens  almeno  che  fossero  camerieri  di
    nostra conoscenza.


    CAPO 56.

    Il  mattino partivamo d'Udine,  ed albeggiava appena: quell'affettuoso
    Dario era gi nella strada, tutto mantellato;  ci salut ancora,  e ci
    segu lungo tempo. Vedemmo anche una carrozza venirci dietro per due o
    tre miglia. In essa qualcheduno facea sventolare un fazzoletto. Alfine
    retrocesse. Chi sar stato? Lo supponemmo.
    Oh  Iddio  benedica tutte le anime generose che non s'adontano d'amare
    gli sventurati! Ah,  tanto pi le apprezzo,  dacch,  negli anni della
    mia  calamit,  ne  conobbi  pur  di  codarde,  che  mi  rinnegarono e
    credettero  vantaggiarsi  ripetendo  improperii  contro  di   me.   Ma
    quest'ultime furono poche, ed il numero delle prime non fu scarso.
    M'ingannava,  stimando  che quella compassione che trovavamo in Italia
    dovesse cessare laddove fossimo in terra  straniera.  Ah  il  buono  
    sempre  compatriota  degl'infelici!  Quando  fummo in paesi illirici e
    tedeschi avveniva lo stesso che ne' nostri.
    Questo gemito era universale: 'arme Herren!' (poveri signori!).
    Talvolta,  entrando  in  qualche  paese,   le  nostre  carrozze  erano
    obbligate a fermarsi,  avanti di decidere ove s'andasse ad alloggiare.
    Allora la popolazione si serrava intorno a noi,  ed udivamo parole  di
    compianto che veramente prorompevano dal cuore.
    La  bont  di  quella gente mi commoveva pi ancora di quella de' miei
    connazionali.  Oh come io era riconoscente a tutti!  Oh quanto  soave
    la piet de' nostri simili! Quanto  soave l'amarli!
    La  consolazione  ch'io  indi  traea,  diminuiva persino i miei sdegni
    contro coloro ch'io nomava miei nemici.
    "Chi sa" pensavo io "se vedessi da vicino i  loro  volti,  e  se  essi
    vedessero  me,  e  se potessi leggere nelle anime loro,  ed essi nella
    mia,  chi sa ch'io non fossi costretto a confessare non esservi alcuna
    scelleratezza in loro; ed essi, non esservene alcuna in me! Chi sa che
    non fossimo costretti a compatirci a vicenda e ad amarci!"
    Pur  troppo sovente gli uomini s'abborrono,  perch reciprocamente non
    si conoscono;  e se scambiassero insieme qualche parola,  uno  darebbe
    fiducialmente il braccio all'altro.
    Ci  fermammo un giorno a Lubiana,  ove Canova e Rezia furono divisi da
    noi e condotti  nel  castello;    facile  immaginarsi  quanto  questa
    separazione fosse dolorosa per tutti quattro.
    La  sera  del  nostro arrivo a Lubiana ed il giorno seguente,  venne a
    farci cortese compagnia un signore che ci dissero,  se io bene intesi,
    essere   un  segretario  municipale.   Era  molto  umano,   e  parlava
    affettuosamente e dignitosamente di religione.
    Dubitai che fosse un prete:  i  preti  in  Germania  sogliono  vestire
    affatto come secolari. Era di quelle facce sincere che ispirano stima:
    m'increbbe  di  non  poter  fare  pi  lunga  conoscenza  con  lui,  e
    m'incresce d'avere avuto la storditezza di dimenticare il suo nome.
    Quanto dolce mi sarebbe anche di sapere il tuo nome, o giovinetta, che
    in un villaggio della Stiria ci seguisti in mezzo alla turba;  e  poi,
    quando la nostra carrozza dovette fermarsi alcuni minuti, ci salutasti
    con ambe le mani,  indi partisti col fazzoletto agli occhi, appoggiata
    al braccio d'un garzone  mesto,  che  alle  chiome  biondissime  parea
    tedesco,  ma  che forse era stato in Italia,  ed avea preso amore alla
    nostra infelice nazione!
    Quanto dolce mi sarebbe di sapere  il  nome  di  ciascuno  di  voi,  o
    venerandi  padri  e  madri  di  famiglia,  che  in  diversi  luoghi vi
    accostaste a noi per dimandarci se avevamo genitori, ed intendendo che
    s, impallidivate, esclamando: "Oh,  restituiscavi presto Iddio a que'
    miseri vecchi!".


    CAPO 57.

    Arrivammo al luogo della nostra destinazione il 10 di aprile.
    La  citt  di  Brnn    capitale  della  Moravia,  ed  ivi risiede il
    governatore delle due provincie di Moravia e Slesia. E' situata in una
    valle ridente, ed ha un certo aspetto di ricchezza.  Molte manifatture
    di  panni  prosperavano  ivi  allora,  le  quali poscia decaddero;  la
    popolazione era di circa 30 mila anime.
    Accosto alle sue mura,  a ponente,  s'alza un monticello,  e sovr'esso
    siede l'infausta rocca di Spielberg, altre volte reggia de' signori di
    Moravia,  oggi il pi severo ergastolo della monarchia austriaca.  Era
    cittadella assai forte,  ma i Francesi la bombardarono  e  presero  a'
    tempi della famosa battaglia d'Austerlitz (il villaggio d'Austerlitz 
    a poca distanza).  Non fu pi ristaurata da poter servire di fortezza,
    ma si rifece una parte della cinta,  ch'era diroccata.  Circa trecento
    condannati, per lo pi ladri ed assassini, sono ivi custoditi, quali a
    carcere duro, quali a durissimo.
    Il  carcere  duro  significa  essere  obbligati al lavoro,  portare la
    catena ai piedi,  dormire su nudi tavolacci,  e mangiare il pi povero
    cibo  immaginabile.  Il  durissimo  significa  essere  incatenati  pi
    orribilmente, con una cerchia di ferro intorno a' fianchi, e la catena
    infitta nel muro in guisa che appena si  possa  camminare  rasente  il
    tavolaccio  che  serve  di  letto: il cibo  lo stesso,  quantunque la
    legge dica: pane ed acqua.
    Noi, prigionieri di Stato, eravamo condannati al carcere duro.
    Salendo per l'erta di quel monticello,  volgevamo gli  occhi  indietro
    per dire addio al mondo,  incerti se il baratro che vivi c'ingoiava si
    sarebbe pi schiuso per noi. Io era pacato esteriormente, ma dentro di
    me ruggiva. Indarno volea ricorrere alla filosofia per acquetarmi;  la
    filosofia non avea ragioni sufficienti per me.
    Partito  di  Venezia  in  cattiva  salute,  il viaggio m'avea stancato
    miseramente.  La testa e tutto  il  corpo  mi  dolevano:  ardea  dalla
    febbre. Il male fisico contribuiva a tenermi iracondo, e probabilmente
    l'ira aggravava il male fisico.
    Fummo  consegnati al soprintendente dello Spielberg,  ed i nostri nomi
    vennero da questo inscritti fra i nomi  de'  ladroni.  Il  commissario
    imperiale ripartendo ci abbracci, ed era intenerito;
    "Raccomando  a lor signori particolarmente la docilit:" diss'egli "la
    minima  infrazione  alla  disciplina  pu  venir  punita  dal   signor
    soprintendente con pene severe."
    Fatta  la  consegna,  Maroncelli  ed io fummo condotti in un corridoio
    sotterraneo,  dove ci s'apersero due tenebrose  stanze  non  contigue.
    Ciascuno di noi fu chiuso nel suo covile.


    CAPO 58.

    Acerbissima  cosa,  dopo aver gi detto addio a tanti oggetti,  quando
    non si    pi  che  in  due  amici,  egualmente  sventurati,  ah  s!
    acerbissima  cosa  il  dividersi!  Maroncelli  nel  lasciarmi  vedeami
    infermo,  e compiangeva in me un uomo ch'ei probabilmente non vedrebbe
    mai  pi:  io  compiangea in lui un fiore splendido di salute,  rapito
    forse per sempre alla luce vitale del sole.  E quel fiore  infatti  oh
    come appass! Rivide un giorno la luce, ma oh in quale stato!
    Allorch  mi  trovai  solo in quell'orrido antro,  e intesi serrarsi i
    catenacci, e distinsi,  al barlume che discendeva da alto finestruolo,
    il  nudo  pancone  datomi  per  letto,  ed  una enorme catena al muro,
    m'assisi fremente su quel letto, e, presa quella catena, ne misurai la
    lunghezza, pensando fosse destinata per me.
    Mezz'ora  dappoi,  ecco  stridere  le  chiavi;  la  porta  s'apre:  il
    capocarceriere mi portava una brocca d'acqua.
    "Questo    per  bere;" disse con voce burbera "e domattina porter la
    pagnotta."
    "Grazie, buon uomo."
    "Non sono buono" riprese.
    "Peggio per voi" gli dissi sdegnato.  "E questa catena," soggiunsi  "
    forse per me?"
    "S,  signore, se mai ella non fosse quieta, se infuriasse, se dicesse
    insolenze. Ma se sar ragionevole, non le porremo altro che una catena
    a' piedi. Il fabbro la sta apparecchiando."
    Ei passeggiava lentamente su e gi,  agitando quel  villano  mazzo  di
    grosse chiavi, ed io con occhio irato mirava la sua gigantesca, magra,
    vecchia persona;  e, ad onta de' lineamenti non volgari del suo volto,
    tutto in  lui  mi  sembrava  l'espressione  odiosissima  d'un  brutale
    rigore!
    Oh come gli uomini sono ingiusti,  giudicando dall'apparenza e secondo
    le  loro  superbe  prevenzioni!   Colui  ch'io  m'immaginava  agitasse
    allegramente le chiavi per farmi sentire la sua trista podest,  colui
    ch'io riputava impudente per lunga consuetudine d'incrudelire,  volgea
    pensieri  di  compassione,  e certamente non parlava a quel modo,  con
    accento burbero,  se non  per  nascondere  questo  sentimento  Avrebbe
    voluto  nasconderlo,  a fine di non parer debole e per timore ch'io ne
    fossi indegno; ma nello stesso tempo,  supponendo che forse io era pi
    infelice che iniquo, avrebbe desiderato di palesarmelo.
    Noiato  della  sua presenza,  e pi della sua aria da padrone,  stimai
    opportuno d'umiliarlo, dicendogli imperiosamente, quasi a servitore:
    "Datemi da bere."
    Ei mi guard, e parea significare: "Arrogante!  qui bisogna divezzarsi
    dal comandare".
    Ma tacque,  chin la sua lunga schiena, prese in terra la brocca, e me
    la porse.  M'avvidi,  pigliandola,  ch'ei tremava,  e attribuendo quel
    tremito alla sua vecchiezza,  un misto di piet e di reverenza temper
    il mio orgoglio.
    "Quanti anni avete?" gli dissi con voce amorevole.
    "Settantaquattro,  signore: ho gi veduto  molte  sventure  e  mie  ed
    altrui."
    Questo  cenno  sulle  sventure  sue ed altrui fu accompagnato da nuovo
    tremito nell'atto ch'ei ripigliava la brocca; e dubitai fosse effetto,
    non della sola et,  ma  d'un  certo  nobile  perturbamento.  Siffatto
    dubbio cancell dall'anima mia l'odio che il suo primo aspetto m'aveva
    impresso.
    "Come vi chiamate?" gli dissi.
    "La fortuna, signore, si burl di me, dandomi il nome d'un grand'uomo.
    Mi chiamo Schiller."
    Indi  in  poche  parole  mi  narr  qual  fosse  il  suo paese,  quale
    l'origine, quali le guerre vedute e le ferite riportate.
    Era svizzero,  di famiglia contadina: avea militato contro  a'  Turchi
    sotto  il  general  Laudon  a'  tempi  di  Maria  Teresa e di Giuseppe
    Secondo,  indi in tutte le guerre dell'Austria  contro  alla  Francia,
    sino alla caduta di Napoleone.


    CAPO 59.

    Quando d'un uomo che giudicammo dapprima cattivo,  concepiamo migliore
    opinione, allora, badando al suo viso, alla sua voce, a' suoi modi, ci
    pare di scoprire evidenti  segni  d'onest.  E'  questa  scoperta  una
    realt?  Io la sospetto illusione.  Questo stesso viso,  quella stessa
    voce,  quegli stessi modi ci  pareano,  poc'anzi,  evidenti  segni  di
    bricconeria.  S'  mutato  il nostro giudizio sulle qualit morali,  e
    tosto mutano le conclusioni della nostra scienza  fisionomica.  Quante
    facce  veneriamo  perch sappiamo che appartennero a valentuomini,  le
    quali non ci sembrerebbero  punto  atte  ad  ispirare  venerazione  se
    fossero  appartenute ad altri mortali!  E cos viceversa.  Ho riso una
    volta  d'una  signora  che  vedendo   un'immagine   di   Catilina,   e
    confondendolo con Collatino, sognava di scorgervi il sublime dolore di
    Collatino  per  la  morte di Lucrezia.  Eppure siffatte illusioni sono
    comuni.
    Non gi che non vi sieno facce di buoni  le  quali  portano  benissimo
    impresso  il  carattere di bont,  e non vi sieno facce di ribaldi che
    portano benissimo impresso quello di ribalderia; ma sostengo che molte
    havvene di dubbia espressione.
    Insomma, entratomi alquanto in grazia il vecchio Schiller,  lo guardai
    pi attentamente di prima,  e non mi dispiacque pi.  A dir vero,  nel
    suo favellare, in mezzo a certa rozzezza,  eranvi anche tratti d'anima
    gentile.
    "Caporale  qual sono," diceva egli "m' toccato per luogo di riposo il
    tristo ufficio di carceriere: e Dio sa,  se non  mi  costa  assai  pi
    rincrescimento che il rischiare la vita in battaglia!"
    Mi pentii di avergli dimandato con alterigia da bere.
    "Mio  caro  Schiller" gli dissi,  stringendogli la mano "voi lo negate
    indarno,  io  conosco  che  siete  buono,  e  poich  sono  caduto  in
    quest'avversit, ringrazio il Cielo di avermi dato voi per guardiano."
    Egli ascolt le mie parole,  scosse il capo,  indi rispose, fregandosi
    la fronte, come uomo che ha un pensiero molesto:
    "Io sono cattivo, o signore;  mi fecero prestare un giuramento,  a cui
    non mancher mai.  Sono obbligato a trattare tutti i prigionieri senza
    riguardo alla loro condizione,  senza  indulgenza,  senza  concessione
    d'abusi,  e  tanto pi i prigionieri di Stato.  L'Imperatore sa quello
    che fa; io debbo obbedirgli."
    "Voi siete un brav'uomo,  ed io rispetter ci che riputate debito  di
    coscienza.  Chi  opera  per  sincera  coscienza pu errare,  ma  puro
    innanzi a Dio."
    "Povero signore! abbia pazienza, e mi compatisca. Sar ferreo ne' miei
    doveri,  ma il cuore...  il cuore  pieno di rammarico  di  non  poter
    sollevare gl'infelici. Questa  la cosa ch'io volea dirle."
    Ambi eravamo commossi.  Mi supplic d'essere quieto,  di non andare in
    furore,  come  fanno  spesso  i  condannati,  di  non  costringerlo  a
    trattarmi duramente.
    Prese poscia un accento ruvido,  quasi per celarmi una parte della sua
    piet, e disse:
    "Or bisogna ch'io me ne vada."
    Poi torn indietro,  chiedendomi da  quanto  tempo  io  tossissi  cos
    miseramente com'io faceva,  e scagli una grossa maledizione contro il
    medico, perch non veniva in quella sera stessa a visitarmi.
    "Ella ha una febbre da cavallo" soggiunse "io me ne  intendo.  Avrebbe
    d'uopo  almeno  d'un  pagliericcio,  ma  finch  il  medico  non  l'ha
    ordinato, non possiamo darglielo."
    Usc,  richiuse  la  porta,  ed  io  mi  sdraiai  sulle  dure  tavole,
    febbricitante s,  e con forte dolore di petto, ma meno fremente, meno
    nemico degli uomini, meno lontano da Dio.


    CAPO 60.

    A sera venne il soprintendente, accompagnato da Schiller,  da un altro
    caporale e da due soldati, per fare una perquisizione.
    Tre  perquisizioni  quotidiane erano prescritte: una a mattina,  una a
    sera,  una a mezzanotte.  Visitavano ogni angolo della prigione,  ogni
    minuzia; indi gl'inferiori uscivano, ed il soprintendente (che mattina
    e sera non mancava mai) si fermava a conversare alquanto con me.
    La prima volta che vidi quel drappello,  uno strano pensiero mi venne.
    Ignaro ancora di quei molesti usi, e delirante dalla febbre, immaginai
    che mi movessero contro per trucidarmi, e afferrai la lunga catena che
    mi stava vicino per rompere la faccia al primo che mi s'appressasse.
    "Che fa ella?" disse il soprintendente.  "Non veniamo per farle  alcun
    male.  Questa  una visita di formalit a tutte le carceri,  a fine di
    assicurarci che nulla siavi d'irregolare."
    Io esitava;  ma quando vidi Schiller avanzarsi  verso  me  e  tendermi
    amicamente la mano,  il suo aspetto paterno mi ispir fiducia: lasciai
    andare la catena, e presi quella mano fra le mie.
    "Oh come arde!" diss'egli al soprintendente. "Si potesse almeno dargli
    un pagliericcio!"
    Pronunci  queste  parole  con  espressione  di  s  vero,  affettuoso
    cordoglio, che ne fui intenerito.
    Il soprintendente mi tast il polso, mi compianse: era uomo di gentili
    maniere, ma non osava prendersi alcun arbitrio.
    "Qui  tutto   rigore anche per me" diss'egli.  "Se non eseguisco alla
    lettera  ci  ch'  prescritto,  rischio  d'essere  sbalzato  dal  mio
    impiego."
    Schiller allungava le labbra, ed avrei scommesso ch'ei pensava tra s:
    "S'io fossi soprintendente non porterei la paura fino a quel grado; n
    il prendersi un arbitrio cos giustificato dal bisogno, e cos innocuo
    alla monarchia, potrebbe mai riputarsi gran fallo."
    Quando fui solo,  il mio cuore,  da qualche tempo incapace di profondo
    sentimento  religioso,  s'intener  e  preg.  Era  una  preghiera  di
    benedizioni  sul capo di Schiller;  ed io soggiungeva a Dio: "Fa ch'io
    discerna pure negli  altri  qualche  dote  che  loro  m'affezioni;  io
    accetto tutti i tormenti del carcere, ma deh, ch'io ami! deh, liberami
    dal tormento d'odiare i miei simili!".
    A  mezzanotte udii molti passi nel corridoio.  Le chiavi stridono,  la
    porta s'apre. E' il caporale con due guardie, per la visita.
    "Dov' il mio vecchio Schiller?" diss'io con desiderio.
    Ei s'era fermato nel corridoio.
    "Son qua, son qua" rispose.
    E venuto presso al tavolaccio,  torn a tastarmi il polso,  chinandosi
    inquieto a guardarmi, come un padre sul letto del figliuolo infermo.
    "Ed  or  che  me  ne  ricordo,  dimani    gioved!"  borbottava  egli
    "purtroppo gioved!"
    "E che volete dire con ci?"
    "Che il medico non suol venire se  non  le  mattina  del  luned,  del
    mercoled e del venerd, e che dimani purtroppo non verr."
    "Non v'inquietate per ci."
    "Ch'io non m'inquieti,  ch'io non m'inquieti! In tutta la citt non si
    parla d'altro che dell'arrivo  di  lor  signori:  il  medico  non  pu
    ignorarlo.  Perch  diavolo  non  ha  fatto lo sforzo straordinario di
    venire una volta di pi?"
    "Chi sa che non venga dimani, sebben sia gioved?"
    Il vecchio non disse altro, Ma mi serr la mano con forza bestiale,  e
    quasi da storpiarmi.  Bench mi facesse male,  ne ebbi piacere. Simile
    al piacere che prova un innamorato se  avviene  che  la  sua  diletta,
    ballando,  gli pesti un piede: griderebbe quasi dal dolore,  ma invece
    le sorride, e s'estima beato.


    CAPO 61.

    La mattina del gioved, dopo una pessima notte,  indebolito,  rotte le
    ossa dalle tavole, fui preso da abbondante sudore. Venne la visita. Il
    soprintendente  non  v'era:  siccome  quell'ora  gli era incomoda,  ei
    veniva poi alquanto pi tardi.
    Dissi a Schiller: "Sentite come sono inzuppato di sudore; ma gi mi si
    raffredda sulle carni; avrei bisogno subito di mutar camicia".
    "Non si pu!" grid con voce brutale.
    Ma fecemi secretamente cenno cogli  occhi  e  colla  mano.  Usciti  il
    caporale  e  le  guardie,  ei  torn  a  farmi  un cenno nell'atto che
    chiudeva la porta.
    Poco appresso ricomparve, portandomi una delle sue camicie,  lunga due
    volte la mia persona.
    "Per lei" diss'egli " un po' lunga, ma or qui non ne ho altre."
    "Vi  ringrazio,  amico,  ma siccome ho portato allo Spielberg un baule
    pieno di biancheria,  spero che non mi si  ricuser  l'uso  delle  mie
    camicie:  abbiate la gentilezza d'andare dal soprintendente a chiedere
    una di quelle."
    "Signore, non  permesso di lasciarle nulla della sua biancheria. Ogni
    sabbato  le  si  dar  una  camicia  della  casa,   come  agli   altri
    condannati."
    "Onesto  vecchio,"  dissi  "voi  vedete  in  che  stato  sono;   poco
    verisimile ch'io esca vivo di qui:  non  potr  mai  ricompensarvi  di
    nulla."
    "Vergogna, signore!" sclam "vergogna! Parlare di ricompensa a chi non
    pu  render  servigi!  a  chi appena pu imprestare furtivamente ad un
    infermo di che asciugarsi il corpo grondante di sudore!"
    E gettatami sgarbatamente addosso la  sua  lunga  camicia,  se  n'and
    brontolando, e chiuse la porta con uno strepito da arrabbiato.
    Circa due ore pi tardi mi port un tozzo di pan nero.
    "Questa" disse " la porzione per due giorni."
    Poi si mise a camminare fremendo.
    "Che avete?" gli dissi. "Siete in collera con me? Ho pure accettata la
    camicia che mi favoriste."
    "Sono  in  collera  col  medico,  il  quale,  bench oggi sia gioved,
    potrebbe pur degnarsi di venire!"
    "Pazienza!" dissi.
    Io diceva "pazienza!",  ma non  trovava  modo  di  giacer  cos  sulle
    tavole, senza neppure un guanciale: tutte le mie ossa doloravano.
    Alle  ore undici mi fu portato il pranzo da un condannato accompagnato
    da Schiller.  Componevano il pranzo  due  pentolini  di  ferro,  l'uno
    contenente  una  pessima  minestra,  l'altro  legumi conditi con salsa
    tale, che il solo odore metteva schifo.
    Provai d'ingoiare qualche cucchiaio di minestra: non mi fu possibile.
    Schiller mi ripeteva: "Si faccia animo;  procuri d'avvezzarsi a questi
    cibi;  altrimenti  le  accadr,  come  gi accaduto ad altri,  di non
    mangiucchiare se non un po' di pane, e di morir quindi di languore".
    Il venerd mattina venne finalmente il dottor Bayer.  Mi trov febbre,
    m'ordin  un  pagliericcio,  ed  insist perch'io fossi tratto di quel
    sotterraneo e trasportato al piano superiore. Non si poteva, non v'era
    luogo. Ma fattone relazione al conte
    Mitrowsky,   governatore  delle  due  provincie,   Moravia  e  Slesia,
    residente  in  Brnn,  questi rispose che,  stante la gravezza del mio
    male, l'intento del medico fosse eseguito.
    Nella  stanza  che  mi  diedero  penetrava  alquanto   di   luce;   ed
    arrampicandomi  alle  sbarre  dell'angusto  finestruolo  io  vedeva la
    sottoposta valle, un pezzo della citt di Brnn, un sobborgo con molti
    orticelli, il cimitero, il laghetto della Certosa,  ed i selvosi colli
    che ci divideano da' famosi campi d'Austerlitz.
    Quella  vista  m'incantava.  Oh  quanto  sarei stato lieto,  se avessi
    potuto dividerla con Maroncelli!


    CAPO 62.

    Ci si facevano intanto i  vestiti  da  prigioniero.  Di  l  a  cinque
    giorni, mi portarono il mio.
    Consisteva  in  un  paio di pantaloni di ruvido panno,  a destra color
    grigio,  e a sinistra color cappuccino;  un giustacuore di due  colori
    egualmente  collocati,  ed  un  giubbettino  di simili due colori,  ma
    collocati oppostamente,  cio il cappuccino a destra ed  il  grigio  a
    sinistra.  Le calze erano di grossa lana; la camicia di tela di stoppa
    piena di pungenti stecchi, - un vero cilicio: al collo una pezzuola di
    tela pari a quella della camicia.  Gli stivaletti erano di  cuoio  non
    tinto, allacciati.
    Il cappello era bianco.
    Compivano questa divisa i ferri a' piedi, cio una catena da una gamba
    all'altra,  i  ceppi  della  quale  furono  fermati  con chiodi che si
    ribadirono sopra un'incudine.  Il fabbro che mi fece questa operazione
    disse ad una guardia, credendo che io non capissi il tedesco:
    "Malato com'egli , si poteva risparmiargli questo giuoco; non passano
    due mesi, che l'angelo della morte viene a liberarlo."
    "Mchte  es sein!  (fosse pure!)" gli diss'io,  battendogli colla mano
    sulla spalla.
    Il pover'uomo strabalz e si confuse; poi disse:
    "Spero che non sar  profeta,  e  desidero  ch'ella  sia  liberata  da
    tutt'altro angelo."
    "Piuttosto  che  vivere  cos,  non  vi  pare"  gli  risposi  "che sia
    benvenuto anche quello della morte?"
    Fece cenno di s col capo, e se n'and compassionandomi.
    Io avrei veramente volentieri cessato di vivere, ma non era tentato di
    suicidio.  Confidava che la mia debolezza di polmoni fosse  gi  tanto
    rovinosa  da sbrigarmi presto.  Cos non piacque a Dio.  La fatica del
    viaggio  m'avea  fatto  assai  male:  il  riposo  mi   diede   qualche
    giovamento.
    Un  istante  dopoch  il fabbro era uscito,  intesi sonare il martello
    sull'incudine nel sotterraneo. Schiller era ancora nella mia stanza.
    "Udite que' colpi" gli dissi.  "Certo,  si mettono i ferri  al  povero
    Maroncelli."
    E ci dicendo,  mi si serr talmente il cuore,  che vacillai,  e se il
    buon vecchio non m'avesse sostenuto, io cadeva. Stetti pi di mezz'ora
    in uno stato che parea svenimento, eppur non era. Non potea parlare, i
    miei polsi battevano appena,  un sudor freddo  m'inondava  da  capo  a
    piedi,  e  ci  non ostante intendeva tutte le parole di Schiller,  ed
    avea vivissima la ricordanza del passato e la cognizione del presente
    Il comando del soprintendente  e  la  vigilanza  delle  guardie  avean
    tenuto fino allora tutte le vicine carceri in silenzio.  Tre o quattro
    volte io aveva inteso intonarsi qualche cantilena italiana,  ma  tosto
    era soppressa dalle grida delle sentinelle.
    Ne  avevamo  parecchie sul terrapieno sottoposto alle nostre finestre,
    ed una nel medesimo nostro corridoio,  la quale  andava  continuamente
    orecchiando  alle  porte  e  guardando  agli  sportelli per proibire i
    romori.
    Un giorno,  verso sera (ogni volta che ci  penso  mi  si  rinnovano  i
    palpiti che allora mi si destarono),  le sentinelle,  per felice caso,
    furono meno attente,  ed intesi  spiegarsi  e  proseguirsi,  con  voce
    alquanto  sommessa  ma  chiara,  una cantilena nella prigione contigua
    alla mia.
    Oh qual gioia, qual commozione m'invase!
    M'alzai dal pagliericcio, tesi l'orecchio, e quando tacque proruppi in
    irresistibile pianto.
    "Chi sei,  sventurato?" gridai "chi sei?  Dimmi il tuo nome.  Io  sono
    Silvio Pellico."
    "Oh  Silvio!" grid il vicino "io non ti conosco di persona,  ma t'amo
    da gran tempo. Accstati alla finestra,  e parliamoci a dispetto degli
    sgherri."
    M'aggrappai  alla  finestra,  egli mi disse il suo nome,  e scambiammo
    qualche parola di tenerezza.
    Era il conte Antonio Oroboni, nativo di Fratta presso Rovigo,  giovine
    di ventinove anni.
    Ahi,  fummo  tosto  interrotti  da  minacciose  urla delle sentinelle!
    Quella del corridoio picchiava forte col calcio  dello  schioppo,  ora
    all'uscio d'Oroboni,  ora al mio. Non volevamo, non potevamo obbedire;
    ma pure le maledizioni di quelle guardie  erano  tali,  che  cessammo,
    avvertendoci di ricominciare quando le sentinelle fossero mutate.


    CAPO 63.

    Speravamo  -  e  cos  infatti  accadde  -  che  parlando pi piano ci
    potremmo sentire, e che talvolta capiterebbero sentinelle pietose,  le
    quali  fingerebbero  di non accorgersi del nostro cicaleccio.  A forza
    d'esperimenti, imparammo un modo d'emettere la voce tanto dimesso, che
    bastava alle nostre orecchie, ed o sfuggiva alle altrui, o si prestava
    ad essere dissimulato.  Bens avveniva a quando a quando che  avessimo
    ascoltatori  d'udito  pi  fino,  o  che  ci  dimenticassimo  d'essere
    discreti nella voce.
    Allora tornavano a toccarci urla,  e picchiamenti agli  usci,  e,  ci
    ch'era peggio, la collera del povero Schiller e del soprintendente.
    A  poco  a  poco  perfezionammo  tutte  le  cautele,  cio  di parlare
    piuttosto in certi quarti d'ora che in altri, piuttosto quando v'erano
    le tali guardie che quando v'erano le tali altre,  e sempre  con  voce
    moderatissima.   Sia  eccellenza  della  nostr'arte,   sia  in  altrui
    un'abitudine di condiscendenza  che  s'andava  formando,  finimmo  per
    potere  ogni  giorno  conversare assai,  senza che alcun superiore pi
    avesse quasi mai a garrirci.
    Ci legammo di tenera amicizia.  Mi narr la sua vita,  gli  narrai  la
    mia;   le   angosce  e  consolazioni  dell'uno  divenivano  angosce  e
    consolazioni dell'altro.  Oh di quanto conforto ci eravamo a  vicenda!
    Quante  volte,  dopo  una  notte  insonne,  ciascuno di noi andando il
    mattino alla finestra,  e  salutando  l'amico,  ed  udendone  le  care
    parole,  sentiva  in  core  addolcirsi  la  mestizia e raddoppiarsi il
    coraggio! Uno era persuaso d'essere utile all'altro, e questa certezza
    destava una dolce gara d'amabilit ne' pensieri,  e quel contento  che
    ha l'uomo, anche nella miseria, quando pu giovare al suo simile.
    Ogni colloquio lasciava il bisogno di continuazione,  di schiarimenti;
    era uno stimolo vitale, perenne, all'intelligenza, alla memoria,  alla
    fantasia, al cuore.
    A principio,  ricordandomi di Giuliano, io diffidava della costanza di
    questo nuovo amico.  Io pensava: "Finora non ci  accaduto di trovarci
    discordi; da un giorno all'altro posso dispiacergli in alcuna cosa, ed
    ecco che mi mander alla malora".
    Questo  sospetto ben presto cess.  Le nostre opinioni concordavano su
    tutti i punti essenziali.  Se non che ad un'anima nobile,  ardente  di
    generosi sensi,  indomita dalla sventura,  egli univa la pi candida e
    piena fede nel Cristianesimo,  mentre questa in me  da  qualche  tempo
    vacillava, e talora pareami affatto estinta.
    Ei  combatteva  i  miei  dubbi con giustissime riflessioni e con molto
    amore: io sentiva ch'egli avea ragione  e  gliela  dava,  ma  i  dubbi
    tornavano.  Ci  avviene  a  tutti quelli che non hanno il Vangelo nel
    cuore,  a tutti quelli che odiano altrui ed insuperbiscono di  s.  La
    mente  vede  un  istante il vero,  ma siccome questo non le piace,  lo
    discrede l'istante appresso, sforzandosi di guardare altrove.
    Oroboni era valentissimo a volgere la mia attenzione  sui  motivi  che
    l'uomo ha,  d'essere indulgente verso i nemici.  Io non gli parlava di
    persona abborrita, ch'ei non prendesse destramente a difenderla, e non
    gi solo colle parole,  ma  anche  coll'esempio.  Parecchi  gli  avean
    nociuto.  Ei  ne  gemeva,  ma perdonava a tutti,  e se poteva narrarmi
    qualche lodevole tratto d'alcuno di loro, lo faceva volentieri.
    L'irritazione che mi  dominava  e  mi  rendea  irreligioso  dalla  mia
    condanna in poi,  dur ancora alcune settimane; indi cess affatto. La
    virt d'Oroboni m'aveva invaghito. Industriandomi di raggiungerla,  mi
    misi  almeno  sulle  sue  tracce.  Allorch  potei  di  nuovo  pregare
    sinceramente per tutti e non pi odiare nessuno,  i dubbi  sulla  fede
    sgombrarono: 'Ubi charitas et amor, Deus ibi est'.


    CAPO 64.

    Per dir vero,  se la pena era severissima ed atta ad irritare, avevamo
    nello stesso tempo la rara sorte che buoni fossero  tutti  coloro  che
    vedevamo.  Essi  non  potevano alleggerire la nostra condizione se non
    con benevole e rispettose maniere; ma queste erano usate da tutti.  Se
    v'era   qualche  ruvidezza  nel  vecchio  Schiller,   quanto  non  era
    compensata dalla nobilt del suo cuore!  Persino il  miserabile  Kunda
    (quel  condannato  che  ci  portava  il pranzo,  e tre volte al giorno
    l'acqua) voleva che ci accorgessimo che ci compativa.  Ei ci  spazzava
    la  stanza due volte la settimana.  Una mattina,  spazzando,  colse il
    momento che Schiller  s'era  allontanato  due  passi  dalla  porta,  e
    m'offerse  un  pezzo  di  pan bianco.  Non l'accettai,  ma gli strinsi
    cordialmente la mano. Quella stretta di mano lo commosse.  Ei mi disse
    in cattivo tedesco (era polacco): "Signore,  le si d ora cos poco da
    mangiare, che ella sicuramente patisce la fame".
    Assicurai di no, ma io assicurava l'incredibile.
    Il medico, vedendo che nessuno di noi potea mangiare quella qualit di
    cibi che ci aveano dato ne' primi giorni,  ci mise tutti a quello  che
    chiamano  quarto di porzione,  cio al vitto dell'ospedale.  Erano tre
    minestrine leggerissime al giorno,  un pezzettino d'arrosto  d'agnello
    da ingoiarsi in un boccone, e forse tre once di pan bianco. Siccome la
    mia  salute  s'andava  facendo migliore,  l'appetito cresceva,  e quel
    quarto era veramente troppo poco.  Provai di tornare al cibo dei sani,
    ma  non  v'era  guadagno  a  fare,  giacch disgustava tanto ch'io non
    poteva mangiarlo.  Convenne assolutamente ch'io m'attenessi al quarto.
    Per pi d'un anno conobbi quanto sia il tormento della fame.  E questo
    tormento lo patirono con  veemenza  anche  maggiore  alcuni  de'  miei
    compagni,  che  essendo pi robusti di me erano avvezzi a nutrirsi pi
    abbondantemente.  So d'alcuni  di  loro  che  accettarono  pane  e  da
    Schiller e da altre due guardie addette al nostro servizio,  e perfino
    da quel buon uomo di Kunda.
    "Per la citt si dice che a lor signori si d  poco  da  mangiare"  mi
    disse  una  volta  il  barbiere,  un  giovinotto praticante del nostro
    chirurgo.
    "E' verissimo" risposi schiettamente.
    Il seguente sabato (ei veniva ogni sabato) volle  darmi  di  soppiatto
    una grossa pagnotta bianca. Schiller finse di non veder l'offerta. Io,
    se avessi ascoltato lo stomaco,  l'avrei accettata,  ma stetti saldo a
    rifiutare,  affinch quel povero giovine non fosse tentato di ripetere
    il dono; il che alla lunga gli sarebbe stato gravoso.
    Per la stessa ragione,  io ricusava le offerte di Schiller.  Pi volte
    mi port un pezzo di carne  lessa,  pregandomi  che  la  mangiassi,  e
    protestando che non gli costava niente,  che gli era avanzata, che non
    sapea che farne,  che l'avrebbe davvero data  ad  altri  s'io  non  la
    prendeva.  Mi  sarei  gettato  a divorarla,  ma s'io la prendeva,  non
    avrebb'egli avuto tutti i giorni il desiderio di darmi qualche cosa?
    Solo due volte, ch'ei mi rec un piatto di ciriege, e una volta alcune
    pere,  la vista di quella frutta mi affascin  irresistibilmente.  Fui
    pentito d'averla presa, appunto perch d'allora in poi non cessava pi
    d'offrirmene.


    CAPO 65.

    Ne' primi giorni fu stabilito che ciascuno di noi avesse, due volte la
    settimana,  un'ora di passeggio. In seguito questo sollievo fu dato un
    giorno s, un giorno no; e pi tardi ogni giorno, tranne le feste.
    Ciascuno era condotto  a  passeggio  separatamente,  fra  due  guardie
    aventi schioppo in ispalla.  Io, che mi trovava alloggiato in capo del
    corridoio,  passava,  quando usciva,  innanzi alle carceri di tutti  i
    condannati  di  Stato  italiani,  eccetto  Maroncelli,  il quale unico
    languiva dabbasso.
    "Buon passeggio!" mi susurravano tutti dallo sportello dei loro  usci;
    ma non mi era permesso di fermarmi a salutare nessuno.
    Si  discendeva una scala,  si traversava un ampio cortile,  e s'andava
    sovra un terrapieno situato a mezzod, donde vedeasi la citt di Brnn
    e molto tratto di circostante paese.
    Nel cortile suddetto erano sempre molti  dei  condannati  comuni,  che
    andavano o venivano dai lavori, o passeggiavano in frotta conversando.
    Fra  essi  erano  parecchi ladri italiani,  che mi salutavano con gran
    rispetto e diceano tra loro: "Non  un birbone come noi, eppure la sua
    prigionia  pi dura della nostra".
    Infatti essi aveano molta pi libert di me.
    Io udiva queste ed altre espressioni,  e li risalutava con cordialit.
    Uno di loro mi disse una volta: "Il suo saluto,  signore,  mi fa bene.
    Ella  forse  vede  sulla  mia  fisionomia  qualche  cosa  che  non   
    scelleratezza.  Una  passione  infelice  mi  trasse  a  commettere  un
    delitto; ma, o signore, no, non sono scellerato!".
    E proruppe in lagrime.  Gli porsi la mano,  ma egli  non  me  la  pot
    stringere. Le mie guardie, non per malignit, ma per le istruzioni che
    aveano,   lo   respinsero.   Non   doveano   lasciarmi  avvicinare  da
    chicchesifosse. Le parole che quei condannati mi dirigevano,  fingeano
    per  lo pi di dirsele tra loro,  e se i miei due soldati s'accorgeano
    che fossero a me rivolte, intimavano silenzio.
    Passavano anche per quel cortile uomini di varie  condizioni  estranei
    al  castello,  i  quali  venivano  a visitare il soprintendente,  o il
    cappellano,  o  il  sergente,   o  alcuno  de'  caporali.   "Ecco  uno
    deg'Italiani,   ecco  uno  degl'Italiani!"  diceano  sottovoce.  E  si
    fermavano a guardarmi; e pi volte li intesi dire in tedesco, credendo
    ch'io non li capissi: "Quel povero  signore  non  invecchier;  ha  la
    morte sul volto".
    Io infatti, dopo essere dapprima migliorato di salute, languiva per la
    scarsezza  del  nutrimento,   e  nuove  febbri  sovente  m'assalivano.
    Stentava a strascinare la mia catena fino al luogo del passeggio, e l
    mi gettava sull'erba, e vi stava ordinariamente finch fosse finita la
    mia ora.
    Stavano in piedi o sedeano vicino a me le guardie,  e ciarlavamo.  Una
    d'esse,  per  nome  Kral,  era  un  boemo,  che,  sebbene  di famiglia
    contadina e povera,  avea ricevuto una certa educazione,  e  se  l'era
    perfezionata   quanto   pi   avea   potuto,   riflettendo  con  forte
    discernimento su le cose del mondo e leggendo tutti i  libri  che  gli
    capitavano  alle mani.  Avea cognizione di Klopstock,  di Wieland,  di
    Goethe,  di Schiller e di molti altri  buoni  scrittori  tedeschi.  Ne
    sapea  un'infinit  di brani a memoria,  e li dicea con intelligenza e
    con sentimento.  L'altra guardia era un polacco,  per  nome  Kubitzky,
    ignorante,  ma  rispettoso e cordiale.  La loro compagnia mi era assai
    cara.


    CAPO 66.

    Ad  un'estremit   di   quel   terrapieno,   erano   le   stanze   del
    soprintendente;  all'altra estremit alloggiava un caporale con moglie
    ed un figliuolino. Quand'io vedeva alcuno uscire di quelle abitazioni,
    io m'alzava e m'avvicinava alla  persona,  o  alle  persone,  che  ivi
    comparivano, ed era colmato di dimostrazioni di cortesia e di piet.
    La  moglie del soprintendente era ammalata da lungo tempo,  e deperiva
    lentamente. Si facea talvolta portare sopra un canap all'aria aperta.
    E' indicibile quanto si commovesse  esprimendomi  la  compassione  che
    provava  per  tutti  noi.  Il  suo sguardo era dolcissimo e timido,  e
    quantunque  timido,  s'attaccava  di  quando  in  quando  con  intensa
    interrogante fiducia allo sguardo di chi le parlava.
    Io  le  dissi  una volta,  ridendo: "Sapete,  signora,  che somigliate
    alquanto a persona che mi fu cara?".
    Arross,   e  rispose  con  seria  ed  amabile  semplicit:  "Non   vi
    dimenticate  dunque  di me,  quando sar morta;  pregate per la povera
    anima mia, e pei figliuolini che lascio sulla terra".
    Da quel giorno in poi, non pot pi uscire dal letto; non la vidi pi.
    Langu ancora alcuni mesi, poi mor.
    Ella avea tre figli,  belli come amorini,  ed uno ancor  lattante.  La
    sventurata  abbracciavali  spesso  in mia presenza,  e diceva: "Chi sa
    qual donna diventer lor madre dopo di  me!  Chiunque  sia  dessa,  il
    Signore le dia viscere di madre,  anche pe' figli non nati da lei!". E
    piangeva.
    Mille volte mi son ricordato di quel suo prego e di quelle lagrime.
    Quand'ella non era pi,  io abbracciava  talvolta  que'  fanciulli,  e
    m'inteneriva, e ripeteva quel prego materno. E pensava alla madre mia,
    ed  agli ardenti voti che il suo amantissimo cuore alzava senza dubbio
    per me, e con singhiozzi io sclamava: "Oh pi felice quella madre che,
    morendo,  abbandona figliuoli inadulti,  di  quella  che  dopo  averli
    allevati con infinite cure se li vede rapire!".
    Due buone vecchie solevano essere con quei fanciulli: una era la madre
    del  soprintendente,  l'altra  la  zia.  Vollero  sapere  tutta la mia
    storia, ed io loro la raccontai in compendio.
    "Quanto siamo infelici" diceano coll'espressione del pi  vero  dolore
    "di  non  potervi giovare in nulla!  Ma siate certo che pregheremo per
    voi,  e che se un giorno viene la vostra grazia,  sar una  festa  per
    tutta la nostra famiglia."
    La prima di esse, ch'era quella ch'io vedea pi sovente, possedeva una
    dolce,  straordinaria eloquenza nel dar consolazioni.  Io le ascoltava
    con filiale gratitudine, e mi si fermavano nel cuore.
    Dicea cose ch'io sapea gi,  e mi colpivano come cose nuove: - che  la
    sventura non degrada l'uomo, s'ei non  dappoco, ma anzi lo sublima; -
    che,  se potessimo entrare ne' giudizi di Dio,  vedremmo essere, molte
    volte, pi da compiangersi i vincitori che i vinti,  gli esultanti che
    i  mesti,  i  doviziosi  che gli spogliati di tutto;  - che l'amicizia
    particolare mostrata dall'uomo-Dio per gli sventurati  un gran fatto;
    - che dobbiamo gloriarci della croce,  dopo che fu  portata  da  meri
    divini.
    Ebbene,  quelle  due  buone  vecchie,  ch'io  vedea  tanto volentieri,
    dovettero in breve, per ragioni di famiglia,  partire dallo Spielberg;
    i figliuolini cessarono anche di venire sul terrapieno.  Quanto queste
    perdite m'afflissero!


    CAPO 67.

    L'incomodo della catena a' piedi, togliendomi di dormire,  contribuiva
    a rovinarmi la salute.  Schiller voleva ch'io reclamassi, e pretendeva
    che il medico fosse in dovere di farmela levare.
    Per un poco non l'ascoltai,  poi cedetti  al  consiglio,  e  dissi  al
    medico  che  per  riacquistare il beneficio del sonno io lo pregava di
    farmi scatenare, almeno per alcuni giorni.
    Il medico disse non giungere ancora a tal grado le mie  febbri,  ch'ei
    potesse appagarmi; ed essere necessario ch'io m'avvezzassi ai ferri.
    La  risposta  mi  sdegn,  ed  ebbi  rabbia d'aver fatto quell'inutile
    dimanda.
    "Ecco ci che guadagnai a  seguire  il  vostro  insistente  consiglio"
    dissi a Schiller.
    Conviene  che  gli  dicessi  queste  parole  assai sgarbatamente: quel
    ruvido buon uomo se ne offese.
    "A lei spiace" grid "d'essersi esposta ad un rifiuto,  e a me  spiace
    ch'ella sia meco superba!"
    Poi  continu  una  lunga predica: "I superbi fanno consistere la loro
    grandezza in non esporsi a  rifiuti,  in  non  accettare  offerte,  in
    vergognarci  di  mille  inezie.  Alle  Eseleien!  tutte asinate!  vana
    grandezza!  ignoranza della vera dignit!  E la vera dignit  sta,  in
    gran parte, in vergognare soltanto delle male azioni!".
    Disse, usc, e fece un fracasso infernale colle chiavi.
    Rimasi sbalordito.  "Eppure quella rozza schiettezza" dissi "mi piace.
    Sgorga dal cuore come le sue offerte,  come i suoi consigli,  come  il
    suo compianto.  E non mi predic egli il vero?  A quante debolezze non
    do io il nome di dignit, mentre non sono altro che superbia?"
    All'ora di pranzo,  Schiller lasci che il condannato  Kunda  portasse
    dentro i pentolini e l'acqua, e si ferm sulla porta. Lo chiamai.
    "Non ho tempo" rispose asciutto asciutto.
    Discesi  dal  tavolaccio,  venni  a lui e gli dissi: "Se volete che il
    mangiare mi faccia buon pro, non mi fate quel brutto ceffo".
    "E qual ceffo ho da fare?" dimand rasserenandosi.
    "D'uomo allegro, d'amico" risposi.
    "Viva l'allegria!" sclam.  "E se,  perch il mangiare le faccia  buon
    pro, vuole anche vedermi ballare, eccola servita."
    E   misesi  a  sgambettare  colle  sue  magre  e  lunghe  pertiche  s
    piacevolmente che scoppiai dalle risa.  Io ridea,  ed  avea  il  cuore
    commosso.


    CAPO 68.

    Una sera, Oroboni ed io stavamo alla finestra, e ci dolevamo a vicenda
    d'essere  affamati.   Alzammo  alquanto  la  voce,   e  le  sentinelle
    gridarono.  Il soprintendente,  che per mala ventura passava da quella
    parte, si credette in dovere di far chiamare
    Schiller  e  di  rampognarlo  fieramente,  che  non vigilasse meglio a
    tenerci in silenzio.
    Schiller venne con grand'ira a lagnarsene da me,  e  m'intim  di  non
    parlar pi mai dalla finestra. Voleva ch'io glielo promettessi.
    "No", risposi "non ve lo voglio promettere."
    "Oh der Teufel! der Teufel!" grid "a me s'ha a dire: non voglio! a me
    che ricevo una maledetta strapazzata per causa di lei!"
    "M'incresce,  caro Schiller,  della strapazzata che avete ricevuta, me
    n'incresce davvero;  ma non voglio promettere ci che  sento  che  non
    manterrei."
    "E perch non lo manterrebbe?"
    "Perch  non  potrei;  perch  la  solitudine  continua   tormento s
    crudele per me,  che non resister mai al bisogno di  mettere  qualche
    voce  da'  polmoni,  d'invitare  il mio vicino a rispondermi.  E se il
    vicino tacesse,  volgerei la parola alle sbarre  della  mia  finestra,
    alle colline che mi stanno in faccia, agli uccelli che volano."
    "Der Teufel! e non mi vuol promettere?"
    "No, no, no!" sclamai.
    Gett  a terra il romoroso mazzo delle chiavi,  e ripet: "Der Teufel!
    der Teufel!". Indi proruppe abbracciandomi:
    "Ebbene,  ho io a cessare d'essere uomo per quella canaglia di chiavi?
    Ella    un signore come va,  ed ho gusto che non mi voglia promettere
    ci che non manterrebbe.  Farei lo stesso anch'io." Raccolsi le chiavi
    e gliele diedi.
    "Queste  chiavi"  gli  dissi "non sono poi tanto canaglia,  poich non
    possono, d'un onesto caporale qual siete, fare un malvagio sgherro."
    "E se credessi che potessero far tanto" rispose "le porterei  a'  miei
    superiori,  e direi: se non mi vogliono dare altro pane che quello del
    carnefice, andr a dimandare l'elemosina."
    Trasse di tasca il fazzoletto,  s'asciug  gli  occhi,  poi  li  tenne
    alzati,  giungendo le mani in atto di preghiera.  Io giunsi le mie,  e
    pregai al pari di lui in silenzio.  Ei capiva ch'io  faceva  voti  per
    esso, com'io capiva ch'ei ne faceva per me.
    Andando  via,  mi  disse  sotto  voce: "Quando ella conversa col conte
    Oroboni,  parli sommesso pi che pu.  Far  cos  due  beni:  uno  di
    risparmiarmi  le  grida del signor soprintendente,  l'altro di non far
    forse capire qualche discorso... debbo dirlo?... qualche discorso che,
    riferito, irritasse sempre pi chi pu punire".
    L'assicurai che  dalle  nostre  labbra  non  usciva  mai  parola  che,
    riferita a chicchessia, potesse offendere.
    Non  avevamo  infatti  d'uopo  d'avvertimenti,  per  esser cauti.  Due
    prigionieri che vengono  a  comunicazione  tra  loro  sanno  benissimo
    crearsi un gergo,  col quale dir tutto senza esser capiti da qualsiasi
    ascoltatore.


    CAPO 69.

    Io tornava un mattino dal passeggio: era il 7 d'agosto.  La porta  del
    carcere d'Oroboni stava aperta,  e dentro eravi Schiller, il quale non
    mi aveva inteso venire.  Le mie guardie vogliono avanzare il passo per
    chiudere quella porta.  Io le prevengo, mi vi slancio, ed eccomi nelle
    braccia d'Oroboni.
    Schiller fu sbalordito;  disse: "Der Teufel!  der Teufel!" e  alz  il
    dito per minacciarmi.  Ma gli occhi gli s'empirono di lagrime, e grid
    singhiozzando: "O mio Dio,  fate misericordia a questi poveri  giovani
    ed  a me,  ed a tutti gl'infelici,  voi che foste tanto infelice sulla
    terra!".
    Le due guardie piangevano  pure.  La  sentinella  del  corridoio,  ivi
    accorsa,  piangeva  anch'essa.  Oroboni  mi  diceva: "Silvio,  Silvio,
    quest' uno dei pi cari giorni della mia vita!".  Io non so  che  gli
    dicessi: era fuori di me dalla gioia e dalla tenerezza.
    Quando  Schiller  ci  scongiur  di separarci,  e fu forza obbedirgli,
    Oroboni proruppe in pianto dirottissimo, e disse:
    "Ci rivedremo noi mai pi sulla terra?"
    E non lo rividi mai pi! Alcuni mesi dopo, la sua stanza era vota,  ed
    Oroboni  giaceva  in  quel  cimitero  ch'io  aveva  dinanzi  alla  mia
    finestra!
    Dacch ci eravamo veduti quell'istante,  pareva che ci amassimo  anche
    pi  dolcemente,  pi  fortemente  di  prima;  pareva che ci fossimo a
    vicenda pi necessarii.
    Egli era un bel giovane,  di nobile aspetto,  ma pallido e  di  misera
    salute.  I  soli  occhi  erano  pieni di vita.  Il mio affetto per lui
    veniva aumentato dalla piet che la sua magrezza  ed  il  suo  pallore
    m'ispiravano. La stessa cosa provava egli per me.
    Ambi  sentivamo  quanto fosse verisimile che ad uno di noi toccasse di
    essere presto superstite all'altro.
    Fra pochi giorni egli ammal. Io non faceva altro che gemere e pregare
    per lui. Dopo alcune febbri racquist un poco di forza, e pot tornare
    ai colloqui amicali.  Oh come l'udire di nuovo il suono della sua voce
    mi consolava!
    "Non  ingannarti,"  diceami  egli "sar per poco tempo.  Abbi la virt
    d'apparecchiarti  alla  mia  perdita;   ispirami  coraggio   col   tuo
    coraggio."
    In  que'  giorni  si  volle  dare  il  bianco alle pareti delle nostre
    carceri,    e   ci   trasportarono    frattanto    ne'    sotterranei.
    Disgraziatamente in quell'intervallo non fummo posti in luoghi vicini.
    Schiller  mi  diceva  che  Oroboni  stava  bene ma io dubitava che non
    volesse dirmi il vero,  e temeva che la salute gi s debole di questo
    deteriorasse in que' sotterranei.
    Avessi  almeno  avuto  la fortuna d'esser vicino in quell'occasione al
    mio caro Maroncelli!  Udii per altro la voce di  questo.  Cantando  ci
    salutammo, a dispetto dei garriti delle guardie.
    Venne  in quel tempo a vederci il protomedico di Brnn,  mandato forse
    in conseguenza delle relazioni che il soprintendente faceva  a  Vienna
    sull'estrema  debolezza  a  cui  tanta scarsit di cibo ci aveva tutti
    ridotti, ovvero perch allora regnava nelle carceri uno scorbuto molto
    epidemico.
    Non sapendo io il perch di questa visita,  m'immaginai che fosse  per
    nuova   malattia   d'Oroboni.   Il   timore   di   perderlo   mi  dava
    un'inquietudine indicibile.  Fui allora preso da forte melanconia e da
    desiderio di morire. Il pensiero del suicidio tornava a presentarmisi.
    Io lo combatteva; ma era come un viaggiatore spossato, che mentre dice
    a  se  stesso:  "E'  mio  dovere  d'andar  sino alla meta" si sente un
    bisogno prepotente di gettarsi a terra e riposare.
    M'era stato detto che, non avea guari, in uno di quei tenebrosi covili
    un vecchio boemo s'era ucciso spaccandosi la testa alle pareti. Io non
    potea cacciare dalla fantasia la tentazione d'imitarlo.  Non so se  il
    mio delirio non sarebbe giunto a quel segno,  ove uno sbocco di sangue
    dal petto non m'avesse fatto credere vicina la mia  morte.  Ringraziai
    Dio di volermi esso uccidere in questo modo, risparmiandomi un atto di
    disperazione che il mio intelletto condannava.
    Ma  Dio invece volle conservarmi.  Quello sbocco di sangue allegger i
    miei mali.  Intanto fui riportato  nel  carcere  superiore,  e  quella
    maggior  luce  e la racquistata vicinanza d'Oroboni mi riaffezionarono
    alla vita.


    CAPO 70.

    Gli confidai la tremenda melanconia ch'io avea provato, diviso da lui;
    ed egli mi disse aver dovuto egualmente  combattere  il  pensiero  del
    suicidio.
    "Profittiamo"  diceva egli "del poco tempo che di nuovo c' dato,  per
    confortarci a vicenda colla religione. Parliamo di Dio; eccitiamoci ad
    amarlo; ci sovvenga ch'egli  la giustizia, la sapienza, la bont,  la
    bellezza,  ch'egli  tutto ci che d'ottimo vagheggiamo sempre.  Io ti
    dico davvero che  la  morte  non    lontana  da  me.  Ti  sar  grato
    eternamente,  se contribuirai a rendermi in questi ultimi giorni tanto
    religioso quanto avrei dovuto essere tutta la vita."
    Ed i nostri discorsi non volgeano pi sovr'altro che  sulla  filosofia
    cristiana,   e   su   paragoni   di   questa  colle  meschinit  della
    sensualistica.  Ambi esultavamo di scorgere tanta  consonanza  tra  il
    Cristianesimo  e  la  ragione;   ambi,  nel  confronto  delle  diverse
    comunioni evangeliche,  vedevamo essere la sola cattolica  quella  che
    pu  veramente  resistere alla critica,  e la dottrina della comunione
    cattolica consistere in dogmi purissimi ed in purissima morale,  e non
    in miseri sovrappi prodotti dall'umana ignoranza.
    "E  se,  per  accidente  poco  sperabile,  ritornassimo nella societ"
    diceva Oroboni "saremmo noi cos  pusillanimi  da  non  confessare  il
    Vangelo? da prenderci soggezione, se alcuno immaginer che la prigione
    abbia indebolito i nostri animi,  e che per imbecillit siamo divenuti
    pi fermi nella credenza?"
    "Oroboni mio" gli dissi "la tua dimanda mi svela la  tua  risposta,  e
    questa    anche  la  mia.  La somma delle vilt  d'esser schiavo de'
    giudizi altrui, quando hassi la persuasione che sono falsi.  Non credo
    che tal vilt n tu n io l'avremmo mai."
    In  quelle  effusioni  di cuore commisi una colpa.  Io aveva giurato a
    Giuliano di non confidar mai ad alcuno, palesando il suo vero nome, le
    relazioni ch'erano state fra noi.  Le narrai ad  Oroboni,  dicendogli:
    "Nel mondo non mi sfuggirebbe mai dal labbro cosa simile, ma qui siamo
    nel sepolcro, e se anche tu ne uscissi, so che posso fidarmi di te".
    Quell'onestissim'anima taceva.
    "Perch non mi rispondi?" gli dissi.
    Alfine prese a biasimarmi seriamente della violazione del secreto.  Il
    suo rimprovero era giusto. Niuna amicizia, per quanto intima ella sia,
    per quanto fortificata da virt, non pu autorizzare a tal violazione.
    Ma poich questa mia colpa era avvenuta, Oroboni me ne deriv un bene.
    Egli avea conosciuto Giuliano, e sapea parecchi tratti onorevoli della
    sua vita. Me li raccont, e dicea: "Quell'uomo ha operato s spesso da
    cristiano,  che non pu portare il suo furore anti-religioso fino alla
    tomba.  Speriamo,  speriamo cos!  E tu bada, Silvio, a perdonargli di
    cuore i suoi mali umori, e prega per lui!".
    Le sue parole m'erano sacre.


    CAPO 71.

    Le conversazioni di cui parlo, quali con Oroboni, quali con Schiller o
    altri, occupavano tuttavia poca parte delle mie lunghe ventiquattr'ore
    della giornata,  e non rade erano le  volte  che  niuna  conversazione
    riusciva possibile col primo.
    Che faceva io in tanta solitudine?
    Ecco  tutta  quanta  la  mia  vita in que' giorni.  Io m'alzava sempre
    all'alba, e,  salito in capo del tavolaccio,  m'aggrappava alle sbarre
    della  finestra,  e  diceva  le  orazioni.  Oroboni  gi  era alla sua
    finestra o non tardava di venirvi.  Ci salutavamo;  e l'uno e  l'altro
    continuava tacitamente i suoi pensieri a Dio.  Quanto erano orribili i
    nostri covili,  altrettanto era bello lo spettacolo esterno  per  noi.
    Quel cielo,  quella campagna,  quel lontano muoversi di creature nella
    valle,  quelle voci delle  villanelle,  quelle  risa,  que'  canti  ci
    esilaravano,  ci  facevano  pi caramente sentire la presenza di Colui
    ch' s magnifico nella sua  bont,  e  del  quale  avevamo  tanto  di
    bisogno.
    Veniva  la  visita mattutina delle guardie.  Queste davano un'occhiata
    alla stanza per vedere se tutto era in ordine,  ed osservavano la  mia
    catena,  anello per anello, a fine d'assicurarsi che qualche accidente
    o qualche malizia non l'avesse spezzata o piuttosto (dacch spezzar la
    catena  era  impossibile)  faceasi  questa  ispezione   per   obbedire
    fedelmente  alle prescrizioni di disciplina.  S'era giorno che venisse
    il medico, Schiller dimandava se si voleva parlargli, e prendea nota.
    Finito il giro delle nostre carceri,  tornava Schiller ed accompagnava
    Kunda, il quale aveva l'ufficio di pulire ciascuna stanza.
    Un breve intervallo,  e ci portavano la colezione. Questa era un mezzo
    pentolino di broda rossiccia, con tre sottilissime fettine di pane; io
    mangiava quel pane e non beveva la broda.
    Dopo ci mi poneva a studiare.  Maroncelli avea portato d'Italia molti
    libri,  e tutti i nostri compagni ne aveano pure portati,  chi pi chi
    meno. Tutto insieme formava una buona bibliotechina. Speravamo inoltre
    di poterla aumentare coll'uso de' nostri denari.  Non era ancor venuta
    alcuna  risposta  dall'Imperatore  sul  permesso  che  dimandavamo  di
    leggere i nostri libri ed acquistarne altri; ma intanto il governatore
    di Brnn ci concedeva provvisoriamente di tener  ciascun  di  noi  due
    libri  presso di s,  da cangiarsi ogni volta che volessimo.  Verso le
    nove veniva il soprintendente,  e se il medico era  stato  chiesto  ei
    l'accompagnava.
    Un  altro  tratto  di tempo restavami quindi per lo studio,  fino alle
    undici, ch'era l'ora del pranzo.
    Fino al tramonto non avea pi visite,  e tornava  a  studiare.  Allora
    Schiller e Kunda venivano per mutarmi l'acqua,  ed un istante appresso
    veniva il soprintendente con alcune guardie per l'ispezione vespertina
    a tutta la stanza ed ai miei ferri.
    In una delle ore della giornata,  or  avanti  or  dopo  il  pranzo,  a
    beneplacito delle guardie, eravi il passeggio.
    Terminata la suddetta visita vespertina,  Oroboni ed io ci mettevamo a
    conversare,  e quelli solevano essere  i  colloquii  pi  lunghi.  Gli
    straordinari avvenivano la mattina,  od appena pranzato, ma per lo pi
    brevissimi.
    Qualche volta le sentinelle erano cos pietose che ci diceano:
    "Un po' pi piano, signori, altrimenti il castigo cadr su noi"
    Altre volte fingeano di non accorgersi che  parlassimo,  poi,  vedendo
    spuntare  il  sergente,  ci  pregavano  di  tacere finch questi fosse
    partito;  ed appena partito esso,  diceano: "Signori  patroni,  adesso
    potere, ma piano pi che star possibile".
    Talora  alcuni  di  que' soldati si fecero arditi sino a dialogare con
    noi, soddisfare alle nostre dimande, e darci qualche notizia d'Italia.
    A certi discorsi non rispondevamo se non  pregandoli  di  tacere.  Era
    naturale   che  dubitassimo  se  fossero  tutte  espansioni  di  cuori
    schietti,  ovvero  artifizii  a  fine  di  scrutare  i  nostri  animi.
    Nondimeno  inclino  molto  pi a credere che quella gente parlasse con
    sincerit.


    CAPO 72.

    Una sera avevamo sentinelle benignissime,  e quindi Oroboni ed io  non
    ci  davamo  la  pena  di  comprimere  la  voce.   Maroncelli  nel  suo
    sotterraneo,  arrampicatosi alla finestra,  ci ud e distinse la  voce
    mia. Non pot frenarsi; mi salut cantando. Mi chiedea com'io stava, e
    m'esprimea  colle pi tenere parole il suo rincrescimento di non avere
    ancora ottenuto che fossimo messi insieme.  Questa grazia  l'aveva  io
    pure  dimandata,   ma  n  il  soprintendente  di  Spielberg,   n  il
    governatore di Brnn, non avevano l'arbitrio di concederla.  La nostra
    vicendevole  brama  era  stata  significata  all'Imperatore,  e  niuna
    risposta erane fin'allora venuta.
    Oltre quella volta che ci salutammo cantando ne' sotterranei, io aveva
    inteso parecchie volte dal piano superiore le sue cantilene,  ma senza
    capire  le  parole,  ed  appena  pochi istanti,  perch nol lasciavano
    proseguire.
    Ora alz molto pi la voce,  non fu cos presto  interrotto,  e  capii
    tutto. Non v'ha termini per dire l'emozione che provai.
    Gli  risposi,   e  continuammo  il  dialogo  circa  un  quarto  d'ora.
    Finalmente si mutarono le sentinelle  sul  terrapieno,  e  quelle  che
    vennero  non  furono  compiacenti.  Ben ci disponevamo a ripigliare il
    canto,   ma  furiose  grida  s'alzarono  a   maledirci,   e   convenne
    rispettarle.
    Io  mi  rappresentava  Maroncelli  giacente  da s lungo tempo in quel
    carcere tanto peggiore del mio;  m'immaginava  la  tristezza  che  ivi
    dovea sovente opprimerlo ed il danno che la sua salute ne patirebbe, e
    profonda angoscia m'opprimeva.
    Potei alfine piangere,  ma il pianto non mi sollev. Mi prese un grave
    dolore di capo con febbre violenta. Non mi reggeva in piedi, mi buttai
    sul pagliericcio. La convulsione crebbe; il petto doleami con orribile
    spasimo. Credetti quella notte morire.
    Il d seguente la febbre era cessata,  e del petto  stava  meglio,  ma
    pareami  d'aver  fuoco  nel  cervello,  e appena potea muovere il capo
    senza che vi si destassero atroci dolori.
    Dissi ad Oroboni il mio stato.  Egli pure  si  sentiva  pi  male  del
    solito.
    "Amico"  diss'egli  "non    lontano  il giorno che uno di noi due non
    potr pi venire alla finestra. Ogni volta che ci salutiamo pu essere
    l'ultima.  Teniamoci dunque pronti l'uno e l'altro s a morire,  s  a
    sopravvivere all'amico."
    La  sua  voce  era  intenerita;  io non potea rispondergli.  Stemmo un
    istante in silenzio, indi ei riprese:
    "Te beato,  che sai il  tedesco!  Potrai  almeno  confessarti!  lo  ho
    domandato un prete che sappia l'italiano: mi dissero,  che non v'. Ma
    Dio vede il mio desiderio,  e dacch mi sono confessato a Venezia,  in
    verit mi pare di non aver pi nulla che m'aggravi la coscienza."
    "Io  invece,  a  Venezia,  mi confessai" gli dissi "con animo pieno di
    rancore, e feci peggio che se avessi ricusato i sacramenti.  Ma se ora
    mi  si  concede  un  prete,  t'assicuro  che  mi confesser di cuore e
    perdonando a tutti."
    "Il cielo ti benedica!" sclam "tu mi  di  una  grande  consolazione.
    Facciamo,  si,  facciamo  il possibile entrambi per essere eternamente
    uniti nella felicit, come lo fummo in questi giorni di sventura!"
    Il giorno appresso l'aspettai alla finestra  e  non  venne.  Seppi  da
    Schiller ch'egli era ammalato gravemente.
    Otto o dieci giorni dopo,  egli stava meglio,  e torn a salutarmi. Io
    dolorava, ma mi sostenea. Parecchi mesi passarono,  s per lui che per
    me, in queste alternative di meglio e di peggio.


    CAPO 73.

    Potei  reggere  sino al giorno 11 di gennaio 1823.  La mattina m'alzai
    con mal di capo  non  forte,  ma  con  disposizione  al  deliquio.  Mi
    tremavano le gambe, e stentava a trarre il fiato.
    Anche Oroboni, da due o tre giorni, stava male, e non s'alzava.
    Mi portano la minestra,  ne gusto appena un cucchiaio,  poi cado privo
    di sensi.  Qualche tempo dopo,  la sentinella del corridoio guard per
    accidente dallo sportello, e vedendomi giacente a terra, col pentolino
    rovesciato accanto a me, mi credette morto, e chiam Schiller.
    Venne anche il soprintendente, fu chiamato subito il medico, mi misero
    a letto. Rinvenni a stento.
    Il  medico disse ch'io era in pericolo,  e mi fece levare i ferri.  Mi
    ordin non so qual cordiale,  ma lo stomaco non poteva ritener  nulla.
    Il dolor di capo cresceva terribilmente.
    Fu  fatta  immediata  relazione  al  governatore,  il  quale  sped un
    corriere a Vienna,  per sapere come io  dovessi  essere  trattato.  Si
    rispose che non mi ponessero nell'infermeria, ma che mi servissero nel
    carcere  colla  stessa diligenza che se fossi nell'infermeria.  Di pi
    autorizzavasi il soprintendente a fornirmi brodi e minestre della  sua
    cucina, finch durava la gravezza del male.
    Quest'ultimo provvedimento mi fu a principio inutile: niun cibo, niuna
    bevanda  mi  passava.  Peggiorai  per tutta una settimana,  e delirava
    giorno e notte.
    Kral e Kubitzky mi furono dati per infermieri;  ambi mi servivano  con
    amore.
    Ogni volta ch'io era alquanto in senno, Kral mi ripeteva:
    "Abbia fiducia in Dio; Dio solo  buono."
    "Pregate  per  me" dicevagli io "non che mi risani,  ma che accetti le
    mie sventure e la mia morte in espiazione de' miei peccati."
    Mi sugger di chiedere i sacramenti.
    "Se non li chiesi"  risposi  "attributelo  alla  debolezza  della  mia
    testa; ma sar per me un gran conforto il riceverli."
    Kral  rifer  le  mie  parole al soprintendente,  e fu fatto venire il
    cappellano delle carceri.
    Mi confessai,  comunicai,  e presi l'olio santo.  Fui contento di quel
    sacerdote.  Si  chiamava  Sturm.  Le  riflessioni  che  mi  fece sulla
    giustizia di  Dio,  sull'ingiustizia  degli  uomini,  sul  dovere  del
    perdono,   sulla  vanit  di  tutte  le  cose  del  mondo,  non  erano
    trivialit: aveano l'impronta d'un intelletto elevato e clto,  e d'un
    sentimento caldo di vero amore di Dio e del prossimo.


    CAPO 74.

    Lo  sforzo  d'attenzione  che  feci  per  ricevere i sacramenti sembr
    esaurire la mia vitalit, ma invece giovommi, gettandomi in un letargo
    di parecchie ore che mi ripos.
    Mi destai alquanto sollevato,  e vedendo Schiller e Kral vicini a  me,
    presi le lor mani e li ringraziai delle loro cure.
    Schiller  mi  disse:  "L'occhio  mio    esercitato  a  veder  malati:
    scommetterei ch'ella non muore".
    "Non parvi di farmi un cattivo pronostico?" diss'io.
    "No," rispose "le miserie della vita sono grandi,   vero;  ma chi  le
    sopporta  con  nobilt  d'animo  e  con  umilt,  ci  guadagna  sempre
    vivendo."
    Poi soggiunse: "S'ella vive,  spero che avr fra  qualche  giorno  una
    gran consolazione. Ella ha dimandato di vedere il signor Maroncelli?".
    "Tante volte ho ci dimandato, ed invano; non ardisco pi sperarlo."
    "Speri, speri, signore! e ripeta la dimanda."
    La  ripetei  infatti  quel  giorno.  Il soprintendente disse parimente
    ch'io dovea sperare,  e  soggiunse  essere  verisimile  che  non  solo
    Maroncelli potesse vedermi, ma che mi fosse dato per infermiere, ed in
    appresso per indivisibile compagno.
    Siccome, quanti eravamo prigionieri di Stato, avevamo pi o meno tutti
    la salute rovinata, il governatore avea chiesto a Vienna che potessimo
    esser  messi  tutti  a  due  a  due,  affinch  uno  servisse  d'aiuto
    all'altro.
    Io aveva anche dimandato la grazia di scrivere un  ultimo  addio  alla
    mia famiglia.
    Verso  la fine della seconda settimana la mia malattia ebbe una crisi,
    ed il pericolo si dilegu.
    Cominciava ad alzarmi,  quando un mattino  s'apre  la  porta,  e  vedo
    entrar  festosi  il  soprintendente,  Schiller ed il medico.  Il primo
    corre a me,  e mi dice: "Abbiamo il permesso  di  darle  per  compagno
    Maroncelli, e di lasciarle scrivere una lettera ai parenti".
    La  gioia  mi tolse il respiro,  ed il povero soprintendente,  che per
    impeto di buon cuore aveva mancato di prudenza, mi credette perduto.
    Quando riacquistai i sensi, e mi sovvenne dell'annuncio udito,  pregai
    che  non  mi  si  ritardasse  un  tanto  bene.  Il medico consent,  e
    Maroncelli fu condotto nelle mie braccia.
    Oh qual momento fu quello! "Tu vivi?" sclamavamo a vicenda. "Oh amico!
    oh fratello! che giorno felice c' ancor toccato di vedere! Dio ne sia
    benedetto!"
    Ma la nostra  gioia,  ch'era  immensa,  congiungeasi  ad  una  immensa
    compassione.  Maroncelli  doveva esser meno colpito di me,  trovandomi
    cosl deperito com'io era: ei sapea qual grave malattia  avessi  fatto.
    Ma  io,  anche  pensando che avesse patito,  non me lo immaginava cos
    diverso da quel  di  prima.  Egli  era  appena  riconoscibile.  Quelle
    sembianze, gi s belle, s floride, erano consumate dal dolore, dalla
    fame, dall'aria cattiva del tenebroso suo carcere!
    Tuttavia  il  vederci,   I'udirci,  l'essere  finalmente  indivisi  ci
    confortava.  Oh quante cose  avemmo  a  comunicarci,  a  ricordare,  a
    ripeterci!  Quanta  soavit nel compianto!  Quanta armonia in tutte le
    idee!  Qual contentezza di trovarci d'accordo in fat to di  religione,
    d'odiare  bens  l'uno e l'altro l'ignoranza e la barbarie,  ma di non
    odiare alcun uomo,  e di commiserare  gl'ignoranti  ed  i  barbari,  e
    pregare per loro!


    CAPO 75.

    Mi fu portato un foglio di carta ed il calamaio,  affinch'io scrivessi
    a' parenti.
    Siccome propriamente la permissione erasi data  ad  un  moribondo  che
    intendea di volgere alla famiglia l'ultimo addio, io temeva che la mia
    lettera,  essendo  ora  d'altro  tenore,  pi non venisse spedita.  Mi
    limitai a pregare colla pi  grande  tenerezza  genitori,  fratelli  e
    sorelle,  che  si  rassegnassero  alla  mia  sorte,  protestando  loro
    d'essere rassegnato.
    Quella lettera fu nondimeno spedita,  come  poi  seppi  allorch  dopo
    tanti  anni rividi il tetto paterno.  L'unica fu dessa che in s lungo
    tempo della mia captivit i cari parenti potessero avere da me.  Io da
    loro  non  n'ebbi  mai  alcuna: quelle che mi scrivevano furono sempre
    tenute a Vienna.  Egualmente privati d'ogni relazione  colle  famiglie
    erano gli altri compagni di sventura.
    Dimandammo  infinite  volte  la grazia d'avere almeno carta e calamaio
    per istudiare,  e quella di far uso  de'  nostri  denari  per  comprar
    libri. Non fummo esauditi mai.
    Il  governatore  continuava  frattanto  a  permettere che leggessimo i
    libri nostri.
    Avemmo anche, per bont di lui, qualche miglioramento di cibo, ma ahi!
    non fu durevole.  Egli avea consentito che invece  d'esser  provveduti
    dalla  cucina  del  trattore  delle carceri,  il fossimo da quella del
    soprintendente.  Qualche fondo di pi era da lui stato assegnato a tal
    uso. La conferma di queste disposizioni non venne; ma intanto che dur
    il  beneficio,   io  ne  provai  molto  giovamento.  Anche  Maroncelli
    racquist un po' di vigore. Per l'infelice Oroboni era troppo tardi!
    Quest'ultimo era stato accompagnato, prima coll'avvocato Solera,  indi
    col sacerdote D. Fortini.
    Quando fummo appaiati in tutte le carceri,  il divieto di parlare alle
    finestre ci fu rinnovato, con minaccia, a chi contravvenisse, d'essere
    riposto in solitudine.  Violammo a dir vero qualche volta  il  divieto
    per salutarci, ma lunghe conversazioni pi non si fecero.
    L'indole  di  Maroncelli  e  la  mia  armonizzavano perfettamente.  Il
    coraggio dell'uno sosteneva il coraggio dell'altro.  Se un di noi  era
    preso  da  mestizia  o  da  fremiti d'ira contro i rigori della nostra
    condizione,  l'altro l'esilarava con qualche scherzo o  con  opportuni
    raziocinii. Un dolce sorriso temperava quasi sempre i nostri affanni.
    Finch  avemmo libri,  bench omai tanto riletti da saperli a memoria,
    eran dolce pascolo alla mente, perch occasione di sempre nuovi esami,
    confronti, giudizi, rettificazioni, ecc. Leggevamo,  ovvero meditavamo
    gran parte della giornata in silenzio, e davamo al cicaleccio il tempo
    del pranzo, quello del passeggio e tutta la sera.
    Maroncelli  nel  suo  sotterraneo avea composti molti versi d'una gran
    bellezza.  Me li andava recitando,  e ne componeva altri.  Io pure  ne
    componeva  e li recitava.  E la nostra memoria esercitavasi a ritenere
    tutto ci.  Mirabile fu la capacit che acquistammo di poetare  lunghe
    produzioni  a memoria,  limarle e tornarle a limare infinite volte,  e
    ridurle a quel segno  medesimo  di  possibile  finitezza  che  avremmo
    ottenuto  scrivendole.  Maroncelli  compose  cos,  a  poco a poco,  e
    ritenne in mente parecchie migliaia di versi lirici ed epici.  Io feci
    la tragedia di Leoniero da Dertona e varie altre cose.


    CAPO 76.

    Oroboni,  dopo aver molto dolorato nell'inverno e nella primavera,  si
    trov assai peggio la state. Sput sangue, e and in idropisia.
    Lascio pensare qual fosse la  nostra  afflizione,  quand'ei  si  stava
    estinguendo  s  presso  di  noi,  senza  che potessimo rompere quella
    crudele parete che c'impediva di vederlo  e  di  prestargli  i  nostri
    amichevoli servigi!
    Schiller ci portava le sue nuove. L'infelice giovane pat atrocemente,
    ma  l'animo  suo  non  s'avvil  mai.  Ebbe  i soccorsi spirituali dal
    cappellano (il quale, per buona sorte, sapeva il francese).
    Mor nel suo d onomastico,  il 13 giugno 1823.  Qualche ora prima  di
    spirare, parl dell'ottogenario suo padre, s'intener e pianse. Poi si
    riprese, dicendo:
    "Ma  perch  piango il pi fortunato de' miei cari,  poich'egli  alla
    vigilia di raggiungermi all'eterna pace?"
    Le sue ultime parole furono: "Io perdono di cuore ai miei nemici".
    Gli chiuse gli occhi D. Fortini,  suo amico dall'infanzia,  uomo tutto
    religione e carit.
    Povero  Oroboni!  qual  gelo ci corse per le vene,  quando ci fu detto
    ch'ei non era pi!  Ed udimmo le voci  ed  i  passi  di  chi  venne  a
    prendere il cadavere!  E vedemmo dalla finestra il carro in cui veniva
    portato al cimitero!  Traevano quel carro due  condannati  comuni;  lo
    seguivano  quattro  guardie.   Accompagnammo  cogli  occhi  il  triste
    convoglio fino al cimitero. Entr nella cinta.  Si ferm in un angolo:
    l era la fossa.
    Pochi  istanti  dopo,  il  carro,  i condannati e le guardie tornarono
    indietro.  Una di queste era Kubitzky.  Mi  disse  (gentile  pensiero,
    sorprendente  in  un  uomo rozzo): "Ho segnato con precisione il luogo
    della sepoltura,  affinch,  se qualche parente od  amico  potesse  un
    giorno  ottenere  di prendere quelle ossa e portarle al suo paese,  si
    sappia dove giacciono".
    Quante volte  Oroboni  m'aveva  detto,  guardando  dalla  finestra  il
    cimitero:  "Bisogna  ch'io  m'avvezzi  all'idea  d'andare a marcire l
    entro: eppur confesso che quest'idea mi fa ribrezzo.  Mi pare che  non
    si debba star cos bene sepolto in questi paesi come nella nostra cara
    penisola".
    Poi  ridea  e sclamava: "Fanciullaggini!  Quando un vestito  logoro e
    bisogna deporlo, che importa dovunque sia gettato?".
    Altre volte diceva: "Mi  vado  preparando  alla  morte,  ma  mi  sarei
    rassegnato  pi  volentieri  ad  una  condizione: rientrare appena nel
    tetto paterno,  abbracciare le ginocchia di mio padre,  intendere  una
    parola di benedizione, e morire!".
    Sospirava e soggiungeva: "Se questo calice non pu allontanarsi, o mio
    Dio, sia fatta la tua volont!".
    E  l'ultima  mattina  della  sua  vita  disse  ancora,  baciando  u  n
    crocefisso che Kral gli porgea:
    "Tu ch'eri divino,  avevi  pure  orrore  della  morte,  e  dicevi:  Si
    possibile est.  transeat a me calix iste!  Perdona se lo dico anch'io.
    Ma ripeto anche le altre tue parole: Verumtamen non  sicut  ego  volo,
    sed sicut tu!"


    CAPO 77.

    Dopo  la  morte  d'Oroboni,  ammalai di nuovo.  Credeva di raggiungere
    presto l'estinto amico;  e ci  bramava.  Se  non  che,  mi  sarei  io
    separato senza rincrescimento da Maroncelli?
    Pi volte,  mentr'ei,  sedendo sul pagliericcio,  leggeva o poetava, o
    forse fingeva al pari di me di distrarsi con  tali  studi  e  meditava
    sulle  nostre sventure,  io lo guardava con affanno e pensava: "Quanto
    pi trista non sar la tua vita quando il soffio  della  morte  m'avr
    tocco,  quando mi vedrai portar via di questa stanza,  quando, mirando
    il cimitero,  dirai: 'Anche Silvio  l!"'.  E  m'inteneriva  su  quel
    povero  superstite,  e  faceva voti che gli dessero un altro compagno,
    capace d'apprezzarlo come lo apprezzava io,  - ovvero che  il  Signore
    prolungasse  i  miei  martirii,  e  mi  lasciasse  il dolce uffizio di
    temperare quelli di quest'infelice, dividendoli.
    Io non noto quante volte le mie malattie sgombrarono  e  ricomparvero.
    L'assistenza  che in esse faceami Maroncelli era quella del pi tenero
    fratello. Ei s'accorgea quando il parlare non mi convenisse, ed allora
    stava in  silenzio;  ei  s'accorgea  quando  i  suoi  detti  potessero
    sollevarmi,  ed  allora  trovava  sempre  soggetti  confacentisi  alla
    disposizione del mio animo, talora secondandola,  talora mirando grado
    grado  a  mutarla.  Spiriti  pi  nobili  del suo,  io non ne avea mai
    conosciuti; pari al suo, pochi. Un grande amore per la giustizia,  una
    grande  tolleranza,  una  gran fiducia nella virt umana e negli aiuti
    della Provvidenza, un sentimento vivissimo del bello in tutte le arti,
    una fantasia ricca di poesia,  tutte le pi amabili doti di mente e di
    cuore si univano per rendermelo caro.
    Io  non  dimenticava  Oroboni,  ed  ogni d gemea della sua morte,  ma
    gioivami spesso il cuore immaginando che quel diletto, libero di tutti
    i mali ed in seno alla Divinit,  dovesse pure annoverare fra  le  sue
    contentezze quella di vedermi con un amico non meno affettuoso di lui.
    Una  voce  pareva  assicurarmi nell'anima che Oroboni non fosse pi in
    luogo di espiazione; nondimeno io pregava sempre per lui.  Molte volte
    sognai  di  vederlo  che  pregasse  per  me;  e que' sogni io amava di
    persuadermi che non fossero accidentali,  ma bens vere manifestazioni
    sue,  permesse  da  Dio  per  consolarmi.  Sarebbe  cosa ridicola s'io
    riferissi la vivezza di tali sogni,  e la soavit che realmente in  me
    lasciavano per intere giornate.
    Ma   i   sentimenti   religiosi   e   l'amicizia  mia  per  Maroncelli
    alleggerivano sempre pi  le  mie  afflizioni.  L'unica  idea  che  mi
    spaventasse  era  la  possibilit  che questo infelice,  di salute gi
    assai rovinata, sebbene meno minacciante della mia,  mi precedesse nel
    sepolcro.  Ogni  volta  ch'egli  ammalava  io tremava;  ogni volta che
    vedealo star meglio, era una festa per me.
    Queste paure di perderlo davano al  mio  affetto  per  lui  una  forza
    sempre  maggiore;  ed  in  lui la paura di perder me operava lo stesso
    effetto.
    Ah!  v' pur molta dolcezza in  quelle  alternazioni  d'affanni  e  di
    speranze per una persona che  l'unica che ti rimanga! La nostra sorte
    era sicuramente una delle pi misere che si dieno sulla terra;  eppure
    lo stimarci e l'amarci cos pienamente  formava  in  mezzo  a'  nostri
    dolori una specie di felicit; e davvero la sentivamo.


    CAPO 78.

    Avrei  bramato che il cappellano (del quale io era stato cos contento
    al tempo della mia  prima  malattia)  ci  fosse  stato  conceduto  per
    confessore,  e  che  potessimo vederlo a quando a quando,  anche senza
    trovarci gravemente infermi. Invece di dare questo incarico a lui,  il
    governatore  ci  destin  un  agostiniano,   per  nome  P.   Battista,
    intantoch venisse da Vienna o la conferma di questo, o la nomina d'un
    altro.
    Io temea di perderci nel cambio;  m'ingannava.  Il P.  Battista era un
    angiolo  di  carit;  i suoi modi erano educatissimi ed anzi eleganti;
    ragionava profondamente de' doveri dell'uomo.
    Lo  pregammo  di  visitarci  spesso.   Veniva   ogni   mese,   e   pi
    frequentemente  se  poteva.   Ci  portava  anche,   col  permesso  del
    governatore,  qualche libro,  e ci diceva,  a nome del suo abate,  che
    tutta la biblioteca del convento stava a nostra disposizione.
    Sarebbe  stato  un  gran  guadagno  questo  per noi,  se fosse durato.
    Tuttavia ne profittammo per parecchi mesi.
    Dopo la confessione, ei si fermava lungamente a conversare, e da tutti
    i suoi discorsi appariva un'anima retta,  dignitosa,  innamorata della
    grandezza e della santit dell'uomo. Avemmo la fortuna di godere circa
    un anno de' suoi lumi e della sua affezione,  e non si sment mai. Non
    mai una sillaba che potesse far sospettare intenzioni di servire,  non
    al suo ministero,  ma alla politica. Non mai una mancanza di qualsiasi
    delicato riguardo.
    A principio,  per dir vero,  io diffidava di lui,  io  m'aspettava  di
    vederlo  volgere  la finezza del suo ingegno ad indagini sconvenienti.
    In un prigioniero di Stato,  simile diffidenza  pur troppo  naturale;
    ma oh quanto si resta sollevato allorch svanisce,  allorch si scopre
    nell'interprete di Dio niun altro zelo che quello della causa di Dio e
    dell'umanit!
    Egli aveva  un  modo  a  lui  particolare  ed  efficacissimo  di  dare
    consolazioni.  Io m'accusava, per esempio, di fremiti d'ira pei rigori
    della nostra carceraria  disciplina.  Ei  moralizzava  alquanto  sulla
    virt  di soffrire con serenit e perdonando;  poi passava a dipingere
    con vivissima rappresentazione le miserie di condizione diverse  della
    mia.  Avea molto vissuto in citt ed in campagna,  conosciuto grandi e
    piccoli, e meditato sulle umane ingiustizie;  sapea descrivere bene le
    passioni  ed  i costumi delle varie classi sociali.  Dappertutto ei mi
    mostrava forti e deboli,  calpestanti  e  calpestati;  dappertutto  la
    necessit  o  d'odiare  i  nostri  simili,  o  d'amarli  per  generosa
    indulgenza e per compassione. I casi ch'ei raccontava per rammemorarmi
    l'universalit della sventura,  ed i  buoni  effetti  che  si  possono
    trarre da questa, nulla aveano di singolare; erano anzi affatto ovvii;
    ma  diceali  con  parole  cos  giuste,  cos potenti,  che mi faceano
    fortemente sentire le deduzioni da ricavarne.
    Ah s! ogni volta ch'io aveva udito quegli amorevoli rimproveri e que'
    nobili consigli,  io ardeva d'amore della virt,  io non abborriva pi
    alcuno,  io  avrei  data  la  vita  pel  minimo  de'  miei simili,  io
    benediceva Dio d'avermi fatto uomo.
    Ah! infelice chi ignora la sublimit della confessione!  infelice chi,
    per  non parer volgare,  si crede obbligato di guardarla con ischerno!
    Non  vero che,  ognuno sapendo  gi  che  bisogna  esser  buono,  sia
    inutile  di  sentirselo a dire;  che bastino le proprie riflessioni ed
    opportune letture;  no!  la favella viva d'un uomo ha una possanza che
    n  le letture,  n le proprie riflessioni non hanno!  L'anima n' pi
    scossa;  le impressioni che  vi  si  fanno,  sono  pi  profonde.  Nel
    fratello che parla, v' una vita ed un'opportunit che sovente indarno
    si cercherebbero ne' libri e ne' nostri proprii pensieri.


    CAPO 79.

    Nel  principio  del  1824,  il  soprintendente,  il quale aveva la sua
    cancelleria  ad  uno  de'  capi  del  nostro  corridoio,  trasportossi
    altrove, e le stanze di cancelleria con altre annesse furono ridotte a
    carceri.   Ahi!   capimmo  che  nuovi  prigionieri  di  Stato  doveano
    aspettarsi d'Italia.
    Giunsero infatti in breve quelli d'un terzo processo:  tutti  amici  e
    conoscenti  miei!  Oh,  quando  seppi  i  loro  nomi  qual  fu  la mia
    tristezza! Borsieri era uno de' pi antichi miei amici! A Confalonieri
    io era affezionato da men lungo tempo,  ma pur con tutto il cuore!  Se
    avessi   potuto,   passando   al  carcere  durissimo  od  a  qualunque
    immaginabile tormento,  scontare la loro pena e liberarli,  Dio sa  se
    non l'avrei fatto! Non dico solo dar la vita per essi: ah che cos' il
    dar la vita? soffrire  ben pi!
    Avrei  avuto  allora tanto d'uopo delle consolazioni del P.  Battista;
    non gli permisero pi di venire.
    Nuovi ordini vennero pel mantenimento  della  pi  severa  disciplina.
    Quel  terrapieno  che  ci  serviva  di  passeggio fu dapprima cinto di
    steccato,  sicch  nessuno,  nemmeno  in  lontananza  con  telescopii,
    potesse  pi  vederci;  e  cos  noi perdemmo lo spettacolo bellissimo
    delle circostanti colline e della sottoposta citt. Ci non bast. Per
    andare a quel  terrapieno,  conveniva  attraversare,  come  dissi,  il
    cortile,  ed  in  questo  molti  aveano campo di scorgerci.  A fine di
    occultarci a tutti gli sguardi,  ci fu tolto quel luogo di passeggio e
    ce  ne  venne  assegnato  uno  piccolissimo,  situato contiguamente al
    nostro corridoio, ed a pretta tramontana, come le nostre stanze.
    Non  posso  esprimere  quanto  questo  cambiamento  di  passeggio   ci
    affliggesse.  Non ho notato tutti i conforti che avevamo nel luogo che
    ci veniva tolto.  La vista de' figliuoli del  soprintendente,  i  loro
    cari  amplessi,  dove avevamo veduta inferma ne' suoi ultimi giorni la
    loro madre;  qualche chiacchiera col fabbro,  che aveva pur ivi il suo
    alloggio; le liete canzoncine e le armonie d'un caporale che sonava la
    chitarra;  e per ultimo un innocente amore - un amore non mio,  n del
    mio compagno,  ma d'una  buona  caporalina  ungherese,  venditrice  di
    frutta. Ella erasi invaghita di Maroncelli.
    Gi prima che fosse posto con me, esso e la donna, vedendosi ivi quasi
    ogni  giorno,  aveano  fatto  un  poco  d'amicizia.  Egli era anima s
    onesta,  s dignitosa,  s semplice  nelle  sue  viste,  che  ignorava
    affatto d'avere innamorato la pietosa creatura. Ne lo feci accorto io.
    Esit di prestarmi fede,  e nel dubbio solo che avessi ragione, impose
    a se stesso di mostrarsi pi freddo con essa.  La maggior  riserva  di
    lui, invece di spegnere l'amore della donna, pareva aumentarlo.
    Siccome la finestra della stanza di lei era alta appena un braccio dal
    suolo  del  terrapieno,  ella  balzava dal nostro lato per l'apparente
    motivo di stendere  al  sole  qualche  pannolino  o  fare  alcun'altra
    faccenduola, e stava l a guardarci; e se poteva, attaccava discorso.
    Le povere nostre guardie, sempre stanche di aver poco o niente dormito
    la notte,  coglievano volentieri l'occasione d'essere in quell'angolo,
    dove,  senz'essere vedute da' superiori,  poteano sedere  sull'erba  e
    sonnecchiare.  Maroncelli  era  allora  in un grande imbarazzo,  tanto
    appariva l'amore di quella sciagurata.  Maggiore era l'imbarazzo  mio.
    Nondimeno simili scene, che sarebbero state assai risibili se la donna
    ci avesse ispirato poco rispetto,  erano per noi serie,  e potrei dire
    patetiche.
    L'infelice  ungherese  aveva  una  di  quelle  fisionomie,   le  quali
    annunciano  indubitabilmente  l'abitudine della virt ed il bisogno di
    stima. Non era bella, ma dotata di tale espressione di gentilezza, che
    i contorni alquanto irregolari del suo volto sembravano abbellirsi  ad
    ogni sorriso, ad ogni moto de' muscoli.
    Se fosse mio proposito di scrivere d'amore,  mi resterebbero non brevi
    cose a dire di quella misera e virtuosa donna,  - or  morta  Ma  basti
    l'avere accennato uno de' pochi avvenimenti del nostro carcere.


    CAPO 80.

    I cresciuti rigori rendevano sempre pi monotona la nostra vita. Tutto
    il 1824,  tutto il 25,  tutto il 26,  tutto il 27, in che ii passarono
    per noi? Ci fu tolto quell'uso de' nostri libri che per interim ci era
    stato conceduto dal governatore.  Il carcere divenneci una vera tomba,
    nella  quale neppure la tranquillit della tomba c'era lasciata.  Ogni
    mese  veniva,   in  giorno  indeterminato,   a  farvi  una   diligente
    perquisizione il direttore di polizia,  accompagnato d'un luogotenente
    e di guardie.  Ci spogliavano nudi,  esaminavano tutte le cuciture de'
    vestiti, nel dubbio che vi si tenesse celata qualche carta o altro, si
    scucivano   i  pagliericci  per  frugarvi  dentro.   Bench  nulla  di
    clandestino potessero trovarci,  questa visita ostile e  di  sorpresa,
    ripetuta  senza  fine,  aveva non so che,  che m'irritava,  e che ogni
    volta metteami la febbre.
    Gli anni precedenti m'erano sembrati s infelici, ed ora io pensava ad
    essi con desiderio,  come ad un tempo di care dolcezze.  Dov'erano  le
    ore ch'io m'ingolfava nello studio della Bibbia, o d'Omero? A forza di
    leggere  Omero nel testo,  quella poca cognizione di greco ch'io aveva
    si era aumentata,  ed erami appassionato  per  quella  lingua.  Quanto
    incresceami  di  non  poterne continuare lo studio!  Dante,  Petrarca,
    Shakespeare, Byron, Walter Scott, Schiller, Goethe, ecc., quanti amici
    m'erano involati!  Fra siffatti io annoverava  pure  alcuni  libri  di
    cristiana  sapienza,  come il Bourdaloue,  il Pascal,  l'Imitazione di
    Ges Cristo,  la Filotea,  ecc.,  libri che se si leggono con  critica
    ristretta  ed  illiberale,  esultando  ad  ogni  reperibile difetto di
    gusto, ad ogni pensiero non valido, si gettano l e non si ripigliano;
    ma che,  letti senza malignare e senza scandalezzarsi dei lati deboli,
    scoprono  una filosofia alta e vigorosamente nutritiva pel cuore e per
    l'intelletto.
    Alcuni di siffatti libri di religione ci furono poscia mandati in dono
    dall'Imperatore,  ma con esclusione assoluta di libri  d'altra  specie
    servienti a studio letterario.
    Questo  dono  d'opere  ascetiche  venneci  impetrato  nel  1825  da un
    confessore dalmata inviatoci  da  Vienna,  il  P.  Stefano  Paulowich,
    fatto, due anni appresso, vescovo di Cattaro. A lui fummo pur debitori
    d'aver  finalmente  la  messa,  che  prima  ci  si  era  sempre negata
    dicendoci che non poteano condurci in chiesa e tenerci separati a  due
    a due siccome era prescritto.
    Tanta  separazione non potendo mantenersi,  andavamo alla messa divisi
    in tre gruppi; un gruppo sulla tribuna dell'organo,  un altro sotto la
    tribuna,  in guisa da non esser veduto,  ed il terzo in un oratorietto
    guardante in chiesa per mezzo d'una grata.
    Maroncelli ed io avevamo allora per compagni,  ma con divieto che  una
    coppia parlasse coll'altra, sei condannati, di sentenza anteriore alla
    nostra.  Due  di  essi  erano stati miei vicini nei Piombi di Venezia.
    Eravamo condotti da guardie al posto assegnato, e ricondotti,  dopo la
    messa,  ciascuna  coppia  nel suo carcere.  Veniva a dirci la messa un
    cappuccino.  Questo buon uomo finiva sempre il suo rito con un  Oremus
    implorante  la  nostra  liberazione  dai  vincoli,  e  la  sua voce si
    commovea.  Quando veniva via dall'altare,  dava una pietosa occhiata a
    ciascuno de' tre gruppi, ed inchinava mestamente il capo pregando.


    CAPO 81.

    Nel  1825  Schiller fu riputato omai troppo indebolito dagli acciacchi
    della vecchiaia,  e gli diedero la  custodia  d'altri  condannati  pei
    quali sembrasse non richiedersi tanta vigilanza.  Oh quanto c'increbbe
    ch'ei si allontanasse da noi, ed a lui pure increbbe di lasciarci!
    Per successore ebb'egli dapprima Kral,  uomo non inferiore  a  lui  in
    bont.  Ma anche a questo venne data in breve un'altra destinazione, e
    ce ne capit  uno,  non  cattivo,  ma  burbero  ed  estraneo  ad  ogni
    dimostrazione d'affetto.
    Questi  mutamenti  m'affliggevano  profondamente.   Schiller,  Kral  e
    Kubitzky,  ma in particolar modo i due  primi,  ci  avevano  assistiti
    nelle  nostre  malattie  come un padre ed un fratello avrebbero potuto
    fare.  Incapaci di mancare al loro  dovere,  sapeano  eseguirlo  senza
    durezza  di cuore.  Se v'era un po' di durezza nelle forme,  era quasi
    sempre involontaria, e riscattavanla pienamente i tratti amorevoli che
    ci usavano.  M'adirai talvolta contr'essi,  ma oh come mi  perdonavano
    cordialmente!  come  anelavano  di  persuaderci  che  non  erano senza
    affezione per noi, e come gioivano vedendo che n'eravamo persuasi e li
    stimavamo uomini dabbene!
    Dacch fu lontano da noi,  pi volte Schiller s'ammal,  e si  riebbe.
    Domandavamo  contezza  di  lui  con  ansiet  filiale.  Quand'egli era
    convalescente, veniva talvolta a passeggiare sotto le nostre finestre.
    Noi tossivamo per salutarlo,  ed egli guardava in su  con  un  sorriso
    melanconico, e diceva alla sentinella, in guisa che udissimo: "Da sind
    meine Shne! (l sono i miei figli!)".
    Povero vecchio! che pena mi mettea il vederti trascinare stentatamente
    l'egro fianco, e non poterti sostenere col mio braccio!
    Talvolta  ei sedeva l sull'erba,  e leggea.  Erano libri ch'ei m'avea
    prestati. Ed affinch io li riconoscessi,  ei ne diceva il titolo alla
    sentinella, o ne ripeteva qualche squarcio. Per lo pi tai libri erano
    novelle da calendari,  od altri romanzi di poco valore letterario,  ma
    morali.
    Dopo varie ricadute d'apoplessia,  si fece  portare  all'ospedale  de'
    militari.  Era gi in pessimo stato,  e col in breve mor.  Possedeva
    alcune centinaia di fiorini,  frutto de' suoi lunghi risparmii: queste
    erano  da  lui  state  date  in  prestito  ad alcuni suoi commilitoni.
    Allorch si vide presso il suo fine,  appell a  s  quegli  amici,  e
    disse:  "Non  ho  pi  congiunti;  ciascuno di voi si tenga ci che ha
    nelle mani. Vi domando solo di pregare per me".
    Uno di tali amici aveva una figlia di  diciotto  anni,  la  quale  era
    figlioccia di Schiller.  Poche ore prima di morire, il buon vecchio la
    mand a chiamare. Ei non potea pi proferire parole distinte;  si cav
    di dito un anello d'argento, ultima sua ricchezza, e lo mise in dito a
    lei.  Poi  la baci,  e pianse baciandola.  La fanciulla urlava,  e lo
    inondava di lagrime. Ei gliele asciugava col fazzoletto. Prese le mani
    di lei e se le pose sugli occhi.  -  Quegli  occhi  erano  chiusi  per
    sempre.


    CAPO 82.

    Le  consolazioni  umane  ci  andavano  mancando una dopo l'altra;  gli
    affanni erano sempre maggiori. Io mi rassegnava al voler di Dio, ma mi
    rassegnava  gemendo;  e  l'anima  mia,  invece  d'indurirsi  al  male,
    sembrava sentirlo sempre pi dolorosamente.
    Una  volta  mi  fu  clandestinamente  recato  un foglio della Gazzetta
    d'Augsburgo, nel quale spacciavasi stranissima cosa di me, a proposito
    della monacazione d'una delle mie sorelle.
    Diceva: "La signora Maria Angiola Pellico,  figlia  ecc.  ecc.,  prese
    add  ecc.  il velo nel monastero della Visitazione in Torino ecc.  E'
    dessa sorella dell'autore della Francesca da Rimini,  Silvio  Pellico,
    il quale usci recentemente dalla fortezza di
    Spielberg,   graziato  da  S.M.   l'Imperatore;   tratto  di  clemenza
    degnissimo di s magnanimo  Sovrano,  e  che  rallegr  tutta  Italia,
    stantech, ecc. ecc.".
    E qui seguivano le mie lodi.
    La  frottola  della  grazia  non sapeva immaginarmi perch fosse stata
    inventata.  Un puro divertimento del giornalista non parea verisimile;
    era forse qualche astuzia delle polizie tedesche? Chi lo sa? Ma i nomi
    di  Maria  Angiola  erano  precisamente  quelli di mia sorella minore.
    Doveano, senza dubbio, esser passati dalla gazzetta di Torino ad altre
    gazzette.  Dunque quell'ottima fanciulla s'era veramente fatta monaca?
    Ah, forse ella prese quello stato perch ha perduto i genitori! Povera
    fanciulla!  non  ha voluto ch'io solo patissi le angustie del carcere:
    anch'ella ha voluto recludersi! Il Signore le dia pi che non d a me,
    le virt della pazienza e della abnegazione!  Quante volte,  nella sua
    cella,  quell'angiolo penser a me!  quanto spesso far dure penitenze
    per ottener da Dio che alleggerisca i mali del fratello!
    Questi pensieri m'intenerivano, mi straziavano il cuore. Pur troppo le
    mie sventure potevano aver influito ad abbreviare i giorni del padre o
    della madre, o d'entrambi! Pi ci pensava, e pi mi pareva impossibile
    che senza siffatta perdita la mia
    Marietta avesse abbandonato il tetto paterno. Questa idea mi opprimeva
    quasi certezza, ed io caddi quindi nel pi angoscioso lutto.
    Maroncelli n'era commosso non meno di me.  Qualche giorno appresso  ei
    diedesi  a  comporre un lamento poetico sulla sorella del prigioniero.
    Riusc un bellissimo poemetto spirante melanconia e compianto.  Quando
    l'ebbe  terminato,  me  lo  recit.  Oh  come  gli fui grato della sua
    gentilezza!  Fra tanti milioni di versi che fino allora s'erano  fatti
    per monache,  probabilmente quelli erano i soli che si componessero in
    carcere,  pel fratello della monaca,  da un compagno  di  ferri.  Qual
    concorso d'idee patetiche e religiose!
    Cos l'amicizia addolciva i miei dolori.  Ah,  da quel tempo non volse
    pi giorno  ch'io  non  m'aggirassi  lungamente  col  pensiero  in  un
    convento di vergini; che fra quelle vergini io non ne considerassi con
    pi  tenera  piet  una:  ch'io  non  pregassi  ardentemente  il Cielo
    d'abbellirle la solitudine,  e di non  lasciare  che  la  fantasia  le
    dipingesse troppo orrendamente la mia prigione!


    CAPO 83.

    L'essermi   venuta   clandestinamente   quella   gazzetta  non  faccia
    immaginare al lettore che frequenti fossero le notizie del mondo ch'io
    riuscissi a procurarmi.  No: tutti erano buoni intorno a me,  ma tutti
    legati da somma paura.  Se avvenne qualche lieve clandestinit, non fu
    se non quando il pericolo potea veramente parer nullo. Ed era difficil
    cosa che potesse parer nullo in mezzo a tante perquisizioni  ordinarie
    e straordinarie.
    Non  mi  fu  mai  dato  d'avere  nascostamente  notizie  dei miei cari
    lontani, tranne il surriferito cenno relativo a mia sorella.
    Il timore ch'io aveva,  che i miei genitori non fossero pi  in  vita,
    venne di l a qualche tempo piuttosto aumentato che diminuito dal modo
    con  cui  una volta il direttore di polizia venne ad annunciarmi che a
    casa mia stavano bene.
    "S.M. l'Imperatore comanda" diss'egli "che io le partecipi buone nuove
    di que' congiunti ch'ella ha a Torino."
    Trabalzai dal piacere e dalla sorpresa a questa non mai prima avvenuta
    partecipazione, e chiesi maggiori particolarit.
    "Lasciai" gli diss'io "genitori,  fratelli e sorelle a Torino.  Vivono
    tutti?  Deh,  s'ella  ha  una lettera d'alcun di loro,  la supplico di
    mostrarmela!"
    "Non posso mostrar niente. Ella deve contentarsi di ci. E' sempre una
    prova di benignit dell'Imperatore il  farle  dire  queste  consolanti
    parole. Ci non s' ancor fatto a nessuno."
    "Concedo esser prova di benignit dell'Imperatore; ma ella sentir che
    m'  impossibile  trarre  consolazione  da  parole cos indeterminate.
    Quali sono que' miei congiunti che stanno bene?  Non ne ho io  perduto
    alcuno?"
    "Signore,  mi  rincresce  di  non  poterle dire di pi di quel che m'
    stato imposto."
    E cos se n'and.
    L'intenzione era certamente stata di recarmi un  sollievo  con  quella
    notizia.  Ma  io mi persuasi che,  nello stesso tempo che l'Imperatore
    aveva  voluto  cedere  alle  istanze  di  qualche  mio  congiunto,   e
    consentire  che  mi  fosse portato quel cenno,  ei non volea che mi si
    mostrasse alcuna lettera,  affinch'io non vedessi quali de' miei  cari
    mi fossero mancati.
    Indi  a  parecchi  mesi,  un annuncio simile al suddetto mi fu recato.
    Niuna lettera, niuna spiegazione di pi.
    Videro ch'io non mi  contentava  di  tanto  e  che  rimaneane  vieppi
    afflitto, e nulla mai pi mi dissero della mia famiglia.
    L'immaginarmi che i genitori fossero morti, che il fossero forse anche
    i  fratelli,  e  Giuseppina  altra  mia amatissima sorella;  che forse
    Marietta unica superstite s'estinguerebbe presto  nell'angoscia  della
    solitudine  e  negli stenti della penitenza,  mi distaccava sempre pi
    dalla vita.
    Alcune  volte,   assalito  fortemente  dalle  solite  infermit  o  da
    infermit  nuove,  come  coliche  orrende  con sintomi dolorosissimi e
    simili  a  quelli  del  morbo-colera,   io  sperai  di   morire.   Si;
    l'espressione  esatta: sperai.
    E  nondimeno,   oh  contraddizioni  dell'uomo!  dando  un'occhiata  al
    languente mio compagno  mi  si  straziava  il  cuore  al  pensiero  di
    lasciarlo solo, e desiderava di nuovo la vita!


    CAPO 84.

    Tre  volte  vennero  di  Vienna  personaggi d'alto grado a visitare le
    nostre  carceri,   per  assicurarsi  che  non  ci  fossero  abusi   di
    disciplina.  La prima fu del barone von Mnch,  e questi,  impietosito
    della poca luce che avevamo,  disse che  avrebbe  implorato  di  poter
    prolungare  la nostra giornata facendoci mettere per qualche ora della
    sera una lanterna alla parte esteriore dello sportello.  La sua visita
    fu  nel  1825.  Un anno dopo fu eseguito il suo pio intento.  E cos a
    quel lume sepolcrale potevamo indi in poi  vedere  le  pareti,  e  non
    romperci il capo passeggiando.
    La  seconda  visita fu del barone von Vogel.  Egli mi trov in pessimo
    stato di salute,  ed udendo che,  sebbene il  medico  riputasse  a  me
    giovevole  il  caff,  non s'attentava d'ordinarmelo perch oggetto di
    lusso, disse una parola di consenso a mio favore; ed il caff mi venne
    ordinato.
    La terza visita fu di non so qual altro signore della Corte,  uomo tra
    i cinquanta ed i sessanta,  che ci dimostr co' modi e colle parole la
    pi nobile compassione. Non potea far nulla per noi,  ma l'espressione
    soave della sua bont era un beneficio, e gli fummo grati.
    Oh qual brama ha il prigioniero di veder creature della sua specie! La
    religione cristiana,  che  s ricca d'umanit,  non ha dimenticato di
    annoverare fra le opere  di  misericordia  il  visitare  i  carcerati.
    L'aspetto  degli uomini cui duole della tua sventura,  quand'anche non
    abbiano modo di sollevartene pi efficacemente, te l'addolcisce.
    La somma solitudine pu tornar vantaggiosa  all'ammendamento  d'alcune
    anime;  ma  credo  che  in  generale  lo  sia assai pi se non ispinta
    all'estremo, se mescolata di qualche contatto colla societ. Io almeno
    son cos fatto.  Se non vedo i miei simili,  concentro il mio amore su
    troppo picciolo numero di essi,  e disamo gli altri; se posso vederne,
    non dir molti,  ma un numero discreto,  amo con  tenerezza  tutto  il
    genere umano.
    Mille  volte  mi  son  trovato  col  cuore  s  unicamente  amante  di
    pochissimi,  e pieno d'odio per gli altri,  ch'io  me  ne  spaventava.
    Allora andava alla finestra sospirando di vedere qualche faccia nuova,
    e m'estimava felice se la sentinella non passeggiava troppo rasente il
    muro;  se  si  scostava  s  che  potessi  vederla;  se alzava il capo
    udendomi tossire,  se la sua fisionomia era  buona.  Quando  mi  parea
    scorgervi  sensi  di piet,  un dolce palpito prendeami come se quello
    sconosciuto soldato fosse un  intimo  amico.  S'ei  s'allontanava,  io
    aspettava  con  innamorata  inquietudine  ch'ei  ritornasse,   e  s'ei
    ritornava guardandomi,  io ne gioiva come d'una grande carit.  Se non
    passava  pi  in  guisa ch'io lo vedessi,  io restava mortificato come
    uomo che ama, e conosce che altri nol cura.


    CAPO 85.

    Nel carcere contiguo, gi d'Oroboni, stavano ora D. Marco Fortini e il
    signor Antonio  Villa.  Quest'ultimo,  altre  volte  robusto  come  un
    Ercole,  pat  molto la fame il primo anno,  e quando ebbe pi cibo si
    trov senza forze per digerire.  Langu  lungamente,  e  poi,  ridotto
    quasi  all'estremit,  ottenne  che gli dessero un carcere pi arioso.
    L'atmosfera mefitica d'un angusto  sepolcro  gli  era,  senza  dubbio,
    nocivissima,  siccome  lo era a tutti gli altri.  Ma il rimedio da lui
    invocato non fu sufficiente.  In quella stanza  grande  camp  qualche
    mese ancora, poi dopo varii sbocchi di sangue mor.
    Fu assistito dal concaptivo D.  Fortini e dall'abate Paulowich, venuto
    in fretta di Vienna quando si seppe ch'era moribondo.
    Bench'io non mi fossi vincolato con lui  cos  strettamente  come  con
    Oroboni,  pur  la  sua morte mi afflisse molto.  Io sapeva ch'egli era
    amato colla pi viva tenerezza da' genitori e da una sposa!  Per  lui,
    era pi da invidiarsi che da compiangersi; ma que' superstiti!...
    Egli  era  anche  stato  mio vicino sotto i Piombi;  Tremerello m'avea
    portato parecchi versi di lui,  e gli avea portati de' miei.  Talvolta
    regnava in que' suoi versi un profondo sentimento.
    Dopo  la  sua  morte  mi parve d'essergli pi affezionato che in vita,
    udendo dalle guardie quanto miseramente avesse patito.  L'infelice non
    poteva rassegnarsi a morire, sebbene religiosissimo. Prov al pi alto
    grado  l'orrore  di  quel terribile passo,  benedicendo per sempre il
    Signore, e gridandogli con lagrime:
    "Non so conformare la mia volont alla tua,  eppur voglio conformarla;
    opera tu in me questo miracolo!"
    Ei  non  aveva  il  coraggio  d'Oroboni,  ma lo imit,  protestando di
    perdonare a' nemici.
    Alla fine di quell'anno (era il 1826) udimmo una sera nel corridoio il
    romore mal compresso di parecchi camminanti.  I nostri  orecchi  erano
    divenuti sapientissimi a discernere mille generi di romori.  Una porta
    viene aperta;  conosciamo essere quella ov'era l'avvocato  Solera.  Se
    n'apre  un'altra:    quella  di  Fortini.  Fra  alcune  voci dimesse,
    distinguiamo  quella  del  direttore  di  polizia.   "Che  sar?   Una
    perquisizione ad ora s tarda? e perch?"
    Ma in breve escono di nuovo nel corridoio. Quand'ecco la cara voce del
    buon Fortini: "Oh povereto mi!  la scusi,  sala; ho desmenteg un tomo
    del breviario".
    E  lesto  lesto  ei  correva  indietro  a  prendersi  quel  tomo,  poi
    raggiungeva il drappello.  La porta della scala s'aperse, intendemmo i
    loro passi fino al fondo: capimmo che i due felici aveano ricevuto  la
    grazia; e, sebbene c'increscesse di non seguirli, ne esultammo.


    CAPO 86.

    Era  la  liberazione di que' due compagni senza alcuna conseguenza per
    noi?  Come uscivano essi,  i quali erano stati condannati al  pari  di
    noi, uno a vent'anni, l'altro a quindici, e su noi e su molt'altri non
    risplendeva grazia?
    Contro i non liberati esistevano dunque prevenzioni pi ostili? Ovvero
    sarebbevi la disposizione di graziarci tutti, ma a brevi intervalli di
    distanza, due alla volta? forse ogni mese? forse ogni due o tre mesi?
    Cos  per  alcun  tempo dubbiammo.  E pi di tre mesi volsero n altra
    liberazione faceasi. Verso la fine del 1827,  pensammo che il dicembre
    potesse  essere  determinato  per  anniversario  delle  grazie.  Ma il
    dicembre pass e nulla accadde.
    Protraemmo l'aspettativa sino alla state del 1828,  terminando  allora
    per  me  i  sett'anni e mezzo di pena,  equivalenti,  secondo il detto
    dell'Imperatore,  ai quindici,  ove pure la pena  si  volesse  contare
    dall'arresto.  Ch se non voleasi comprendere il tempo del processo (e
    questa supposizione era la pi verisimile),  ma bens cominciare dalla
    pubblicazione della condanna, i sett'anni e mezzo non sarebbero finiti
    che nel 1829.
    Tutti i termini calcolabili passarono,  e grazia non rifulse. Intanto,
    gi prima dell'uscita di Solera e Fortini,  era venuto al  mio  povero
    Maroncelli un tumore al ginocchio sinistro. In principio il dolore era
    mite,  e lo costringea soltanto a zoppicare. Poi stentava a trascinare
    i ferri,  e di rado usciva  a  passeggio.  Un  mattino  d'autunno  gli
    piacque d'uscir meco per respirare un poco d'aria: v'era gi neve;  ed
    in un fatale  momento  ch'io  nol  sosteneva,  inciamp  e  cadde.  La
    percossa fece immantinente divenire acuto il dolore del ginocchio.  Lo
    portammo sul suo letto; ei non era pi in grado di reggersi. Quando il
    medico lo vide,  si decise finalmente a  fargli  levare  i  ferri.  Il
    tumore  peggior  di  giorno in giorno,  e divenne enorme e sempre pi
    doloroso. Tali erano i martirii del povero infermo, che non potea aver
    requie n in letto n fuor di letto.
    Quando gli era necessit muoversi, alzarsi, porsi a giacere,  io dovea
    prendere  colla  maggior  delicatezza  possibile  la  gamba malata,  e
    trasportarla lentissimamente nella guisa che occorreva. Talvolta,  per
    fare  il  pi piccolo passaggio da una posizione all'altra ci volevano
    quarti d'ora di spasimo.
    Sanguisughe, fontanelle,  pietre caustiche,  fomenti ora asciutti,  or
    umidi,  tutto fu tentato dal medico. Erano accrescimenti di strazio, e
    niente  pi.   Dopo  i  bruciamenti  colle  pietre   si   formava   la
    suppurazione.  Quel tumore era tutto piaghe; ma non mai diminuiva, non
    mai lo sfogo delle piaghe recava alcun lenimento al dolore.
    Maroncelli era mille volte pi infelice di me; nondimeno, oh quanto io
    pativa con lui! Le cure d'infermiere mi erano dolci, perch usate a s
    degno amico. Ma vederlo cos deperire,  fra s lunghi atroci tormenti,
    e  non  potergli  recar  salute!  E  presagire  che quel ginocchio non
    sarebbe  mai  pi  risanato!   E  scorgere  che  l'infermo  tenea  pi
    verisimile  la  morte  che  la  guarigione!  E  doverlo  continuamente
    ammirare pel suo coraggio e per la sue serenit! ah,  ci m'angosciava
    in modo indicibile!


    CAPO 87.

    In  quel  deplorabile  stato,   ei  poetava  ancora,  ei  cantava,  ei
    discorreva;  ei tutto facea per illudermi,  per nascondermi una  parte
    de'  suoi  mali.   Non  potea  pi  digerire,  n  dormire;  dimagrava
    spaventosamente;  andava frequentemente in deliquio;  e  tuttavia,  in
    alcuni istanti raccoglieva la sua vitalit e faceva animo a me.
    Ci  ch'egli pat per nove lunghi mesi non  descrivibile.  Finalmente
    fu conceduto che si tenesse un consulto. Venne il protomedico, approv
    tutto quello che il medico avea tentato,  e senza pronunciare  la  sue
    opinione sull'infermit, e su ci che restasse a fare, se n'and.
    Un momento appresso, viene il sottintendente, e dice a Maroncelli: "Il
    protomedico  non  s'  avventurato  di  spiegarsi qui in sua presenza;
    temeva ch'ella non  avesse  la  forza  d'udirsi  annunziare  una  dura
    necessit. Io l'ho assicurato che a lei non manca il coraggio".
    "Spero"  disse  Maroncelli  "d'averne dato qualche prova,  in soffrire
    senza urli questi strazi. Mi si proporrebbe mai?.."
    "Si,  signore,  l'amputazione.  Se non che il protomedico,  vedendo un
    corpo  cos  emunto,  sita  a  consigliarla.  In tanta debolezza,  si
    sentir ella capace di sostenere l'amputazione?  Vuol ella esporsi  al
    pericolo?..."
    "Di morire? E non morrei in breve egualmente se non si mette termine a
    questo male?"
    "Dunque faremo subito relazione a Vienna d'ogni cosa, ed appena venuto
    il permesso di amputarla..."
    "Che? ci vuole un permesso?"
    "S, signore."
    Di l a otto giorni, l'aspettato consentimento giunse.
    Il  malato  fu  portato in una stanza pi grande;  ei dimand ch'io lo
    seguissi.
    "Potrei spirare sotto l'operazione;" diss'egli "ch'io mi trovi  almeno
    fra le braccia dell'amico."
    La mia compagnia gli fu conceduta.
    L'abate  Wrba,  nostro  confessore  (succeduto a Paulowich),  venne ad
    amministrare i  sacramenti  all'infelice.  Adempiuto  questo  atto  di
    religione,  aspettavamo i chirurgi,  e non comparivano.  Maroncelli si
    mise ancora a cantare un inno.
    I chirurgi vennero alfine: erano  due.  Uno,  quello  ordinario  della
    casa, cio il nostro barbiere, ed egli, quando occorrevano operazioni,
    aveva  il  diritto di farle di sua mano e non volea cederne l'onore ad
    altri.  L'altro era un  giovane  chirurgo,  allievo  della  scuola  di
    Vienna,  e  gi  godente  fama di molta abilit.  Questi,  mandato dal
    governatore per assistere all'operazione e dirigerla,  avrebbe  voluto
    farla   egli   stesso,   ma   gli  convenne  contentarsi  di  vegliare
    all'esecuzione.
    Il malato fu seduto sulla sponda del letto  colle  gambe  gi:  io  lo
    tenea  fra le mie braccia.  Al di sopra del ginocchio,  dove la coscia
    cominciava ad esser sana,  fu stretto un legaccio,  segno del giro che
    dovea fare il coltello.  Il vecchio chirurgo tagli tutto intorno,  la
    profondit d'un dito; poi tir in su la pelle tagliata,  e continu il
    taglio  sui  muscoli  scorticati.  Il  sangue  fluiva a torrenti dalle
    arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta.  Per ultimo,
    si seg l'osso.
    Maroncelli  non  mise  un grido.  Quando vide che gli portavano via la
    gamba tagliata, le diede un'occhiata di compassione,  poi,  voltosi al
    chirurgo operatore, gli disse:
    "Ella m'ha liberato d'un nemico, e non ho modo di rimunerarnela."
    V'era in un bicchiere sopra la finestra una rosa.
    "Ti prego di portarmi quella rosa" mi disse.
    Gliela portai. Ed ei l'offerse al vecchio chirurgo, dicendogli:
    "Non ho altro a presentarle in testimonianza della mia gratitudine."
    Quegli prese la rosa, e pianse.


    CAPO 88.

    I  chirurgi  aveano  creduto che l'infermeria di Spielberg provvedesse
    tutto l'occorrente,  eccetto  i  ferri  ch'essi  portarono.  Ma  fatta
    l'amputazione, s'accorsero che mancavano diverse cose necessarie: tela
    incerata, ghiaccio, bende, ecc.
    Il  misero mutilato dovette aspettare due ore,  che tutto questo fosse
    portato dalla citt.  Finalmente  pot  stendersi  sul  letto;  ed  il
    ghiaccio gli fu posto sul tronco.
    Il d seguente,  liberarono il tronco dai grumi di sangue formativisi,
    lo lavarono, tirarono in gi la pelle, e fasciarono.
    Per parecchi giorni non si  diede  al  malato  se  non  qualche  mezza
    chicchera  di brodo con torlo d'uovo sbattuto.  E quando fu passato il
    pericolo  della  febbre  vulneraria,   cominciarono   gradatamente   a
    ristorarlo  con  cibo  pi nutritivo.  L'Imperatore avea ordinato che,
    finch le forze fossero ristabilite,  gli si desse  buon  cibo,  della
    cucina del soprintendente.
    La  guarigione  si  oper  in  quaranta  giorni.  Dopo  i  quali fummo
    ricondotti nel nostro carcere;  questo per altro  ci  venne  ampliato,
    facendo  cio  un'apertura  al muro ed unendo la nostra antica tanai a
    quella gi abitata da Oroboni e poi da Villa.
    Io trasportai il mio letto  al  luogo  medesimo  ov'era  stato  quello
    d'Oroboni,  ov'egli  era  morto.  Quest'identit  di luogo m'era cara;
    pareami di essermi avvicinato a lui. Sognava spesso di lui,  e pareami
    che  il  suo  spirito  veramente  mi  visitasse  e mi rasserenasse con
    celesti consolazioni.
    Lo spettacolo orribile di tanti tormenti  sofferti  da  Maroncelli,  e
    prima del taglio della gamba, e durante quell'operazione, e dappoi, mi
    fortific l'animo. Iddio, che m'avea dato sufficiente salute nel tempo
    della malattia di quello,  perch le mie cure gli erano necessarie, me
    la tolse allorch'egli pot reggersi sulle grucce.
    Ebbi parecchi tumori glandulari dolorosissimi. Ne risanai, ed a questi
    successero affanni di petto,  gi  provati  altre  volte  ma  ora  pi
    soffocanti che mai, vertigini e dissenterie spasmodiche.
    "E' venuta la mia volta" diceva tra me. "Sar io meno paziente del mio
    compagno?"
    M'applicai quindi ad imitare, quant'io sapea, la sua virt.
    Non v' dubbio che ogni condizione umana ha i suoi doveri. Quelli d'un
    infermo  sono  la  pazienza,  il  coraggio  e tutti gli sforzi per non
    essere inamabile a coloro che gli sono vicini.
    Maroncelli,  sulle sue povere grucce,  non avea pi l'agilit  d'altre
    volte,  e  rincresceagli,  temendo  di  servirmi meno bene.  Ei temeva
    inoltre che,  per risparmiargli i movimenti e la  fatica,  io  non  mi
    prevalessi de' suoi servigi quanto mi abbisognava.
    E  questo  veramente  talora  accadeva,  ma  io procacciava che non se
    n'accorgesse.
    Quantunque egli avesse ripigliato forza,  non era per senza incomodi.
    Ei  pativa,  come  tutti gli amputati,  sensazioni dolorose ne' nervi,
    quasich la parte tagliata vivesse ancora.  Gli doleano il  piede,  la
    gamba ed il ginocchio ch'ei pi non avea.
    Aggiugneasi  che  l'osso era stato mal segato,  e sporgeva nelle nuove
    carni, e facea frequenti piaghe. Soltanto dopo circa un anno il tronco
    fu abbastanza indurito e pi non s'aperse.


    CAPO 89.

    Ma  nuovi  mali  assalirono  l'infelice,  e  quasi  senza  intervallo.
    Dapprima una artritide,  che cominci per le giunture delle mani e poi
    gli martir pi mesi tutta la persona;  indi lo scorbuto.  Questo  gli
    coperse in breve il corpo di macchie livide, e mettea spavento.
    Io  cercava di consolarmi,  pensando tra me: "Poich convien morir qua
    dentro,   meglio che sia venuto ad uno dei due lo  scorbuto;    male
    attaccaticcio,  e  ne condurr nella tomba,  se non insieme,  almeno a
    poca distanza di tempo"
    Ci preparavamo entrambi alla morte,  ed eravamo tranquilli.  Nove anni
    di  prigione  e  di gravi patimenti ci aveano finalmente addimesticati
    coll'idea del  totale  disfacimento  di  due  corpi  cos  rovinati  e
    bisognosi di pace.  E le anime fidavano nella bont di Dio, e credeano
    di riunirsi entrambe in luogo ove tutte le ire degli  uomini  cessano,
    ed  ove pregavamo che a noi si riunissero anche,  un giorno,  placati,
    coloro che non ci amavano.
    Lo scorbuto, negli anni precedenti, aveva fatto molta strage in quelle
    prigioni. Il governo,  quando seppe che Maroncelli era affetto da quel
    terribile   male,   pavent   nuova  epidemia  scorbutica  e  consent
    all'inchiesta del medico, il quale diceva non esservi rimedio efficace
    per Maroncelli se non l'aria aperta,  e consigliava di tenerlo il meno
    possibile entro la stanza.
    Io,  come  contubernale  di  questo,  ed  anche  infermo di discrasia,
    godetti lo stesso vantaggio.
    In tutte quelle ore che il passeggio non era occupato da  altri,  cio
    da mezz'ora avanti l'alba per un paio d'ore, poi durante il pranzo, se
    cos  ci  piaceva,  indi  per tre ore della sera sin dopo il tramonto,
    stavamo fuori. Ci pei giorni feriali.  Ne' festivi,  non essendovi il
    passeggio  consueto  degli  altri,  stavamo  fuori  da mattina a sera,
    eccettuato il pranzo.
    Un  altro  infelice,   di  salute   danneggiatissima,   e   di   circa
    settant'anni,   fu   aggregato  a  noi,   reputandosi  che  l'ossigeno
    potessegli pur giovare.  Era  il  signor  Costantino  Munari,  amabile
    vecchio,  dilettante di studi letterari e filosofici, e la cui societ
    ci fu assai piacevole.
    Volendo computare la mia pena non dall'epoca dell'arresto ma da quella
    della condanna,  i sette anni e mezzo finivano nel 1829  ai  primi  di
    luglio,  secondo  la  firma  imperiale  della  sentenza,  ovvero ai 22
    d'agosto, secondo la pubblicazione.
    Ma anche questo termine pass, e mor ogni speranza.
    Fino allora Maroncelli, Munari ed io facevamo talvolta la supposizione
    di rivedere ancora il mondo, la nostra Italia,  i nostri congiunti;  e
    ci  era  materia  di  ragionamenti  pieni  di  desiderio,  di piet e
    d'amore.
    Passato l'agosto e poi  il  settembre,  e  poi  tutto  quell'anno,  ci
    avvezzammo   a   non  isperare  pi  nulla  sopra  la  terra,   tranne
    l'inalterabile  continuazione  della  reciproca  nostra  amicizia,   e
    l'assistenza  di  Dio,  per  consumare  degnamente il resto del nostro
    lungo sacrifizio.
    Ah l'amicizia e la religione sono due beni inestimabili!  Abbelliscono
    anche le ore de' prigionieri,  a cui pi non risplende verisimiglianza
    di grazia!  Dio  veramente cogli sventurati;  - cogli sventurati  che
    amano!


    CAPO 90.

    Dopo  la  morte di Villa,  all'abate Paulowich,  che fu fatto vescovo,
    segui per  nostro  confessore  l'abate  Wrba,  moravo,  professore  di
    Testamento  Nuovo  a  Brnn,  valente allievo dell'Istituto Sublime di
    Vienna.
    Quest'istituto  una congregazione fondata dal celebre  Frint,  allora
    parroco di corte.  I membri di tal congregazione sono tutti sacerdoti,
    i quali,  gi  laureati  in  teologia,  proseguono  ivi  sotto  severa
    disciplina  i loro studi,  per giungere al possesso del massimo sapere
    conseguibile.  L'intento del fondatore  stato egregio: quello cio di
    produrre  un  perenne disseminamento di vera e forte scienza nel clero
    cattolico di Germania. E simile intento viene, in generale, adempiuto.
    Wrba,  stando a Brnn,  potea darci molta pi parte del suo tempo  che
    Paulowich.  Ei divenne per noi ci ch'era il P.  Battista,  tranne che
    non gli era lecito di prestarci alcun libro.  Facevamo spesso  insieme
    lunghe conferenze;  e la mia religiosit ne traeva grande profitto; o,
    se questo  dir troppo,  a me pareva  di  trarnelo,  e  sommo  era  il
    conforto che indi sentiva.
    Nell'anno 1829 ammal;  poi,  dovendo assumere altri impegni, non pot
    pi venire da noi. Ce ne spiacque altamente;  ma avemmo la buona sorte
    che  a  lui  seguisse  altro  dotto  ed  egregio  uomo,  l'abate Ziak,
    vicecurato.
    Di que' parecchi sacerdoti  tedeschi  che  ci  furono  destinati,  non
    capitarne uno cattivo!  non uno che scoprissimo volersi fare stromento
    della politica (e questo  si facile a scoprirsi!), non uno, anzi, che
    non avesse i riuniti meriti di molta dottrina, di dichiaratissima fede
    cattolica e di filosofia profonda!  Oh quanto  ministri  della  Chiesa
    siffatti sono rispettabili!
    Que'  pochi  ch'io  conobbi  mi  fecero  concepire  un'opinione  assai
    vantaggiosa del clero cattolico tedesco.
    Anche l'abate Ziak teneva lunghe conferenze  con  noi.  Egli  pure  mi
    serviva   d'esempio   per  sopportare  con  serenit  i  miei  dolori.
    Incessanti  flussioni  ai  denti,   alla   gola,   agli   orecchi   lo
    tormentavano, ed era nondimeno sempre sorridente.
    Intanto  la  molt'aria aperta fece scomparire a poco a poco le macchie
    scorbutiche di Maroncelli; e parimenti Munari ed io stavamo meglio.


    CAPO 91.

    Spunt il 1 d'agosto del 1830. Volgeano dieci anni ch'io avea perduta
    la libert; ott'anni e mezzo ch'io scontava il carcere duro.
    Era giorno di domenica.  Andammo,  come le  altre  feste,  nel  solito
    recinto.  Guardammo ancora dal muricciuolo la sottoposta valle,  ed il
    cimitero ove giaceano Oroboni e Villa;  parlammo ancora del riposo che
    un  d  v'avrebbero  le nostre ossa.  Ci assidemmo ancora sulla solita
    panca ad aspettare che le povere condannate venissero alla messa,  che
    si  diceva  prima  della  nostra.  Queste  erano condotte nel medesimo
    oratorietto dove per la messa seguente andavamo noi. Esso era contiguo
    al passeggio.
    E' uso in tutta la Germania che durante la messa il popolo canti  inni
    in lingua viva. Siccome l'impero d'Austria  paese misto di tedeschi e
    di  slavi,  e  nelle  prigioni  di  Spielberg  il  maggior  numero de'
    condannati comuni appartiene  all'uno  o  all'altro  di  que'  popoli,
    gl'inni  vi si cantano una festa in tedesco e l'altra in islavo.  Cos
    ogni festa si  fanno  due  prediche,  e  s'alternano  le  due  lingue.
    Dolcissimo  piacere  era  per  noi  l'udire  quei canti e l'organo che
    l'accompagnava.
    Fra le donne ve n'avea, la cui voce andava al cuore. Infelici!  Alcune
    erano  giovanissime.  Un  amore,  una gelosia,  un mal esempio le avea
    trascinate  al  delitto!   -  Mi  suona  ancora  nell'anima  il   loro
    religiosissimo canto del Sanctus: "Heilig!  Heilig!  Heilig!".  Versai
    ancora una lagrima udendolo.
    Alle ore dieci le donne si ritirarono, e andammo alla messa noi.  Vidi
    ancora quelli de' miei compagni di sventura che udivano la messa sulla
    tribuna  dell'organo,  da'  quali  una  sola grata ci separava,  tutti
    pallidi, smunti, traenti con fatica i loro ferri!
    Dopo la messa tornammo ne' nostri covili.  Un quarto di  ora  dopo  ci
    portarono  il  pranzo.   Apparecchiavamo  la  nostra  tavola,  il  che
    consisteva nel mettere un'assicella sul tavolaccio e prendere i nostri
    cucchiai di legno, quando il signor Wegrath, sottintendente, entr nel
    carcere.
    "M'incresce di disturbare il loro pranzo" disse "ma si compiacciano di
    seguirmi; v' di l il signor direttore di polizia."
    Siccome questi solea venire per cose moleste,  come  perquisizioni  od
    inquisizioni,  seguimmo assai di mal umore il buon sottintendente fino
    alla camera d'udienza.
    L trovammo il direttore di polizia ed il soprintendente;  ed il primo
    ci fece un inchino, gentile pi del consueto.
    Prese  una carta in mano,  e disse con voci tronche,  forse temendo di
    produrci troppo forte sorpresa se si esprimeva pi nettamente:
    "Signori... ho il piacere... ho l'onore...  di significar loro...  che
    S.M. l'Imperatore ha fatto ancora... una grazia..."
    Ed esitava a dirci qual grazia fosse.  Noi pensavamo che fosse qualche
    minoramento di pena,  come d'essere  esenti  dalla  noia  del  lavoro,
    d'aver qualche libro di pi, d'avere alimenti men disgustosi.
    "Ma non capiscono?" disse.
    "No,  signore.  Abbia la bont di spiegarci quale specie di grazia sia
    questa."
    "E'  la  libert  per  loro  due,   e  per  un  terzo  che  fra   poco
    abbracceranno."
    Parrebbe che quest'annuncio avesse dovuto farci prorompere in giubilo.
    Il  nostro pensiero corse subito ai parenti,  de' quali da tanto tempo
    non avevamo notizia, ed il dubbio che forse non li avremmo pi trovati
    sulla terra ci  accor  tanto,  che  annull  il  piacere  suscitabile
    dall'annuncio della libert.
    "Ammutoliscono?..." disse il direttore di polizia.  "Io m'aspettava di
    vederli esultanti."
    "La prego" risposi "di far nota all'Imperatore la nostra  gratitudine;
    ma,  se non abbiamo notizia delle nostre famiglie,  non ci  possibile
    di non paventare che a noi sieno  mancate  persone  carissime.  Questa
    incertezza  ci opprime,  anche in un istante che dovrebbe esser quello
    della massima gioia."
    Diede allora a Maroncelli una lettera di suo fratello, che lo consol.
    A me disse che nulla c'era della mia famiglia;  e ci mi fece  vieppi
    temere che qualche disgrazia fosse in essa avvenuta.
    "Vadano"  prosegu  "nella  loro stanza;  e fra poco mander loro quel
    terzo che pure  stato graziato."
    Andammo ed apettavamo con  ansiet  quel  terzo.  Avremmo  voluto  che
    fossero  tutti,  eppure  non  poteva essere che uno.  "Fosse il povero
    vecchio Munari!  fosse quello!  fosse quell'altro!" Niuno era per  cui
    non facessimo voti.
    Finalmente  la porta s'apre,  e vediamo quel compagno essere il signor
    Andrea Tonelli da Brescia.
    Ci abbracciammo. Non potevamo pi pranzare.
    Favellammo sino a sera, compiangendo gli amici che restavano.
    Al tramonto ritorn il direttore  di  polizia  per  trarci  di  quello
    sciagurato soggiorno.  I nostri cuori gemevano,  passando innanzi alle
    carceri de' tanti amati, e non potendo condurli con noi! Chi sa quanto
    tempo vi languirebbero ancora?  chi sa quanti di  essi  doveano  quivi
    esser preda lenta della morte?
    Fu  messo  a  ciascuno di noi un tabarro da soldato sulle spalle ed un
    berretto in capo,  e  cos,  coi  medesimi  vestiti  da  galeotto,  ma
    scatenati,  scendemmo  il  funesto  monte,  e fummo condotti in citt,
    nelle carceri della polizia.
    Era un bellissimo lume di luna.  Le strade,  le  case,  la  gente  che
    incontravamo,  tutto  mi  pareva s gradevole e s strano,  dopo tanti
    anni che non avea pi veduto simile spettacolo!


    CAPO 92.

    Aspettammo nelle carceri di polizia un commissario imperiale che dovea
    venire da Vienna per accompagnarci sino ai confini. Intanto, siccome i
    nostri bauli erano stati  venduti,  ci  provvedemmo  di  biancheria  e
    vestiti, e deponemmo la divisa carceraria.
    Dopo  cinque giorni il commissario arriv,  ed il direttore di polizia
    ci consegn a lui,  rimettendogli nello stesso  tempo  il  denaro  che
    avevamo  portato  sullo  Spielberg  e quello che si era ricavato dalla
    vendita dei bauli e de' libri;  danaro che poi  ci  venne  a'  confini
    restituito.
    La  spesa  del  nostro  viaggio  fu  fatta  dall'Imperatore,  e  senza
    risparmio.
    Il commissario era il  signor  von  Noe,  gentiluomo  impiegato  nella
    segreteria  del  ministro della polizia.  Non poteva esserci destinata
    persona di pi compita  educazione.  Ci  tratt  sempre  con  tutti  i
    riguardi.
    Ma io partii da Brnn con una difficolt di respiro penosissima, ed il
    moto  della carrozza tanto crebbe il male,  che a sera ansava in guisa
    spaventosa,   e  temeasi  da  un  istante  all'altro  ch'io   restassi
    soffocato.  Ebbi inoltre ardente febbre tutta notte, ed il commissario
    era incerto il mattino seguente s'io  potessi  continuare  il  viaggio
    sino  a  Vienna.  Dissi di s,  partimmo: la violenza dell'affanno era
    estrema; non potea n mangiare, n bere, n parlare.
    Giunsi a Vienna semivivo.  Ci diedero un buon alloggio nella direzione
    generale di polizia. Mi posero a letto; si chiam un medico; questi mi
    ordin una cavata di sangue,  e ne sentii giovamento. Perfetta dieta e
    molta digitale fu per otto giorni la mia cura,  e risanai.  Il  medico
    era il signor Singer; m'us attenzioni veramente amichevoli.
    Io  aveva  la  pi  grande ansiet di partire,  tanto pi ch'era a noi
    penetrata la notizia delle tre giornate di Parigi.
    Nello stesso giorno che scoppiava la  rivoluzione,  l'Imperatore  avea
    firmato  il  decreto  della  nostra libert!  Certo non lo avrebbe ora
    rivocato.  Ma era pur cosa non inverisimile,  che i tempi tornando  ad
    essere  critici per tutta Europa si temessero movimenti popolari anche
    in Italia, e non si volesse dall'Austria,  in quel momento,  lasciarci
    ripatriare.  Eravamo ben persuasi di non ritornare sullo Spielberg; ma
    paventavamo che alcuno  suggerisse  all'Imperatore  di  deportarci  in
    qualche citt dell'impero lungi dalla penisola.
    Mi  mostrai  anche  pi  risanato  che  non  era,   e  pregai  che  si
    sollecitasse la partenza.  Intanto era mio desiderio  ardentissimo  di
    presentarmi a S.E. il signor conte di Pralormo, Inviato della Corte di
    Torino alla Corte austriaca,  alla bont del quale io sapeva di quanto
    andassi debitore.  Egli erasi adoperato colla pi generosa e  costante
    premura  ad  ottenere  la  mia  liberazione.  Ma  il divieto ch'io non
    vedessi chi che si fosse non ammise eccezione.
    Appena fui convalescente,  ci si fece la gentilezza  di  mandarci  per
    qualche  giorno  la  carrozza perch girassimo un poco per Vienna.  Il
    commissario avea l'obbligo d'accompagnarci e di non lasciarci  parlare
    con  nessuno.  Vedemmo  la bella chiesa di Santo Stefano,  i deliziosi
    passeggi della citt,  la vicina villa Liechtenstein,  e per ultimo la
    villa imperiale di Schonbrnn.
    Mentre  eravamo  ne' magnifici viali di Schonbrnn pass l'Imperatore,
    ed il commissario ci fece  ritirare,  perch  la  vista  delle  nostre
    sparute persone non l'attristasse.


    CAPO 93.

    Partimmo  finalmente  da  Vienna,  e  potei reggere fino a Bruck.  Ivi
    l'asma tornava ad essere violenta.  Chiamammo il medico: era un  certo
    signor  Jdmann,  uomo  di molto garbo.  Mi fece cavar sangue,  star a
    letto,  e continuare la digitale.  Dopo due giorni feci istanza perch
    il viaggio fosse proseguito.
    Traversammo  l'Austria  e  la  Stiria,  ed  entrammo in Carintia senza
    novit; ma,  giunti ad un villaggio per nome Feldkirchen poco distante
    da  Klagenfurt,  ecco giungere un contr'ordine.  Dovevamo ivi fermarci
    sino a nuovo avviso.
    Lascio immaginare quanto spiacevole ci fosse quest'evento.  Io inoltre
    aveva il rammarico di esser quello che portava tanto danno a' miei due
    compagni:  s'essi non poteano ripatriare,  la mia fatal malattia n'era
    cagione.
    Stemmo cinque giorni a Feldkirchen, ed ivi pure il commissario fece il
    possibile per ricrearci.  V'era un teatrino di commedianti,  e  vi  ci
    condusse.  Ci diede un giorno il divertimento d'una caccia.  Il nostro
    oste e parecchi  giovani  del  paese,  col  proprietario  d'una  bella
    foresta,  erano  i cacciatori;  e noi collocati in posizione opportuna
    godevamo lo spettacolo.
    Finalmente venne un corriere da Vienna,  con ordine al commissario che
    ci  conducesse  pure  al nostro destino.  Esultai co' miei compagni di
    questa felice notizia, ma nello stesso tempo tremava che s'avvicinasse
    per me il giorno d'una scoperta fatale: ch'io non avessi pi n padre,
    n madre, n chi sa quali altri de' miei cari!
    E la mia mestizia cresceva a misura che c'inoltravamo verso Italia.
    Da quella parte l'entrata in Italia non  dilettosa all'occhio ed anzi
    si scende da bellissime montagne del paese tedesco a pianura itala per
    lungo tratto sterile  ed  inamena;  cosicch  i  viaggiatori  che  non
    conoscono  ancora  la  nostra penisola,  ed ivi passano,  ridono della
    magnifica idea che se  n'erano  fatta,  e  sospettano  d'essere  stati
    burlati da coloro onde l'intesero tanto vantare.
    La  bruttezza  di  quel  suolo  contribuiva a rendermi pi tristo.  Il
    rivedere il nostro  cielo,  l'incontrare  facce  umane  di  forma  non
    settentrionale,  l'udire  da  ogni  labbro  voci  del  nostro  idioma,
    m'inteneriva; ma era un'emozione che m'invitava pi al pianto che alla
    gioia.  Quante volte in  carrozza  mi  copriva  colle  mani  il  viso,
    fingendo  di dormire,  e piangeva!  Quante volte la notte non chiudeva
    occhio,  e ardea di febbre,  or dando con tutta l'anima le  pi  calde
    benedizioni alla mia dolce Italia,  e ringraziando il Cielo d'essere a
    lei  renduto;  or  tormentandomi  di  non  aver  notizie  di  casa,  e
    fantasticando  sciagure;  or pensando che fra poco sarebbe stato forza
    separarmi, e forse per sempre, da un amico che tanto avea meco patito,
    e tante prove di affetto fraterno aveami dato!
    Ah!  s lunghi anni di sepoltura non avevano spenta l'energia del  mio
    sentire!  ma  questa  energia  era  s poca per la gioia,  e tanta pel
    dolore!
    Come avrei voluto rivedere Udine e quella locanda  ove  quei  generosi
    aveano finto di essere camerieri,  e ci aveano stretto furtivamente la
    mano!
    Lasciammo quella citt a nostra sinistra, e oltrepassammo.


    CAPO 94.

    Pordenone,  Conegliano,  Ospedaletto,  Vicenza,  Verona,   Mantova  mi
    ricordavano tante cose! Del primo luogo era nativo un valente giovane,
    sttomi  amico,  e  perito  nelle stragi di Russia;  Conegliano era il
    paese ove i secondini de' Piombi m'aveano detto essere stata  condotta
    la  Zanze;  in Ospedaletto era stata maritata,  ma or non viveavi pi,
    una creatura angelica ed infelice,  ch'io aveva gi tempo venerato,  e
    ch'io  venerava  ancora.  In  tutti  que'  luoghi  insomma mi sorgeano
    rimembranze pi o meno care;  ed in  Mantova  pi  che  in  niun'altra
    citt.  Mi  parea  ieri che io v'era venuto con Lodovico nel 1815!  Mi
    parea ieri che io v'era venuto con Porro nel 1820! - Le stesse strade,
    le stesse piazze, gli stessi palazzi, e tante differenze sociali!
    Tanti miei conoscenti involati da morte! tanti esuli!  una generazione
    d'adulti i quali io aveva veduti nell'infanzia!  E non poter correre a
    questa o quella casa!  non poter parlare del tale o del tal altro  con
    alcuno!
    E  per  colmo  d'affanno,  Mantova  era  il  punto  di separazione per
    Maroncelli e per me.  Vi  pernottammo  tristissimi  entrambi.  Io  era
    agitato come un uomo alla vigilia d'udire la sua condanna.
    La  mattina  mi  lavai  la  faccia,  e  guardai  nello  specchio se si
    conoscesse ancora ch'io avessi pianto.  Presi,  quanto  meglio  potei,
    l'aria tranquilla e sorridente; dissi a Dio una picciola preghiera, ma
    per verit molto distratto, ed udendo che gi
    Maroncelli  movea  le  sue  grucce  e parlava col cameriere,  andai ad
    abbracciarlo.  Tutti e due sembravamo pieni  di  coraggio  per  questa
    separazione;  ci  parlavano  un  po'  commossi,  ma  con  voce  forte.
    L'uffiziale di gendarmeria che dee condurlo a' confini di  Romagna,  
    giunto; bisogna partire; non sappiamo quasi che dirci; un amplesso, un
    bacio,  un amplesso ancora.  - Mont in carrozza,  disparve; io restai
    come annichilato.
    Tornai nella mia stanza,  mi gettai in ginocchio,  e pregai  per  quel
    misero  mutilato,  diviso  dal suo amico,  e proruppi in lagrime ed in
    singhiozzi.
    Conobbi molti uomini egregi,  ma nessuno pi affettuosamente socievole
    di   Maroncelli,   nessuno  pi  educato  a  tutti  i  riguardi  della
    gentilezza,  pi esente da accessi di selvaticume,  pi  costantemente
    memore che la virt si compone di continui esercizi di tolleranza,  di
    generosit e di senno. Oh mio socio di tanti anni di dolore,  il Cielo
    ti  benedica  ovunque  tu respiri,  e ti dia amici che m'agguaglino in
    amore e mi superino in bont!


    CAPO 95.

    Partimmo la stessa mattina da Mantova per  Brescia.  Qui  fu  lasciato
    libero  l'altro concaptivo,  Andrea Tonelli.  Quest'infelice seppe ivi
    d'aver perduta la madre,  e le desolate sue lagrime mi straziarono  il
    cuore.
    Bench  angosciatissimo  qual io m'era per tante cagioni,  il seguente
    caso mi fece alquanto ridere.
    Sopra una tavola della locanda v'era un annuncio teatrale.  Prendo,  e
    leggo: "Francesca da Rimini, opera per musica, ecc.".
    "Di chi  quest'opera?" dico al cameriere.
    "Chi  l'abbia messa in versi e chi in musica,  nol so," risponde.  "Ma
    insomma  sempre quella Francesca da Rimini, che tutti conoscono."
    "Tutti? V'ingannate.  Io che vengo di Germania,  che cosa ho da sapere
    delle vostre Francesche?"
    Il  cameriere  (era  un  giovinotto  di faccia sdegnosetta,  veramente
    bresciana) mi guard con disprezzante piet.
    "Che cosa ha da sapere?  Signore,  non si  tratta  di  Francesche.  Si
    tratta  d'una  Francesca da Rimini unica.  Voglio dire la tragedia del
    signor Silvio Pellico.  Qui l'hanno messa  in  opera,  guastandola  un
    pochino, ma tutt'uno  sempre quella."
    "Ah!  Silvio  Pellico?  Mi pare d'aver inteso a nominarlo.  Non  quel
    cattivo mobile che fu condannato a morte e poi a carcere duro,  otto o
    nove anni sono?"
    Non avessi mai detto questo scherzo! Si guard intorno, poi guard me,
    digrign  trentadue  bellissimi  denti,  e se non avesse udito rumore,
    credo m'accoppava.
    Se n'and borbottando: "Cattivo mobile?".  Ma  prima  ch'io  partissi,
    scoperse  chi  mi  fossi.   Ei  non  sapeva  pi  n  interrogare,  n
    rispondere,  n servire,  n camminare.  Non sapea pi altro che pormi
    gli occhi addosso,  fregarsi le mani,  e dire a tutti senza proposito:
    "Sior s, sior s!" che parea che sternutasse.
    Due giorni dopo,  add 9 settembre,  giunsi col commissario a  Milano.
    All'avvicinarmi  a questa citt,  al rivedere la cupola del Duomo,  al
    ripassare in quel viale di Loreto gi mia passeggiata s  frequente  e
    si cara,  al rientrare per Porta Orientale,  e ritrovarmi al Corso,  e
    rivedere quelle case, quei templi, quelle vie, provai i pi dolci ed i
    pi tormentosi sentimenti: uno smanioso desiderio  di  fermarmi  alcun
    tempo  in Milano e riabbracciarvi quegli amici ch'io v'avrei rinvenuti
    ancora: un infinito  rincrescimento  pensando  a  quelli  ch'io  aveva
    lasciato sullo Spielberg, a quelli che ramingavano in terre straniere,
    a  quelli ch'erano morti: una viva gratitudine rammentando l'amore che
    m'avevano dimostrato in generale i Milanesi: qualche fremito di sdegno
    contro alcuni che mi avevano calunniato,  mentre  erano  sempre  stati
    l'oggetto della mia benevolenza e della mia stima.
    Andammo ad alloggiare alla Bella Venezia.
    Qui  io  era  stato  tante  volte  a  lieti  amicali conviti: qui avea
    visitato  tanti  degni  forestieri:  qui  una  rispettabile  attempata
    signora mi sollecitava, ed indarno, a seguirla in Toscana, prevedendo,
    s'io restava a Milano, le sventure che m'accaddero.
    Oh commoventi memorie!  Oh passato s cosparso di piaceri e di dolori,
    e s rapidamente fuggito!
    I camerieri dell'albergo scopersero subito chi  foss'io.  La  voce  si
    diffuse, e verso sera vidi molti fermarsi sulla piazza e guardare alle
    finestre.  Uno (ignoro chi foss'egli) parve riconoscermi,  e mi salut
    alzando ambe la braccia.
    Ah, dov'erano i figli di Porro, i miei figli? Perch non li vid'io?


    CAPO 96.

    Il commissario mi condusse alla polizia, per presentarmi al direttore.
    Qual sensazione nel rivedere quella casa,  mio primo  carcere!  Quanti
    affanni mi ricorsero alla mente!  Ah! mi sovvenne con tenerezza di te,
    o Melchiorre Gioia,  e dei passi precipitati ch'io ti vedea muovere su
    e  gi  fra  quelle strette pareti,  e delle ore che stavi immobile al
    tavolino scrivendo i tuoi nobili pensieri,  e dei cenni che mi  facevi
    col fazzoletto,  e della mestizia con cui mi guardavi, quando il farmi
    cenni ti fu vietato!  Ed immaginai la tua tomba,  forse  ignorata  dal
    maggior numero di coloro che ti amarono,  siccom'era ignorata da me! -
    ed implorai pace al tuo spirito!
    Mi sovvenne anche del mutolino, della patetica voce di Maddalena,  de'
    miei  palpiti  di  compassione  per essa,  de' ladri miei vicini,  del
    preteso Luigi Diciassettesimo,  del povero condannato  che  si  lasci
    cogliere il viglietto e sembrommi avere urlato sotto il bastone.
    Tutte  queste  ed altre memorie m'opprimeano come un sogno angoscioso,
    ma pi m'opprimea quella delle due visite fattemi ivi dal  mio  povero
    padre,  dieci anni addietro. Come il buon vecchio s'illudeva, sperando
    ch'io presto potessi  raggiungerlo  a  Torino!  Avrebb'egli  sostenuto
    l'idea di dieci anni di prigionia ad un figlio, e di tal prigionia? Ma
    quando  le  sue  illusioni svanirono,  avr egli,  avr la madre avuto
    forza di reggere a  s  lacerante  cordoglio?  Erami  dato  ancora  di
    rivederli entrambi? o forse uno solo dei due? e quale?
    Oh dubbio tormentosissimo e sempre rinascente!  Io era, per cos dire,
    alle porte di casa, e non sapeva ancora se i genitori fossero in vita;
    se fosse in vita pur uno della mia famiglia.
    Il direttore della polizia m'accolse gentilmente,  e permise ch'io  mi
    fermassi alla Bella Venezia col commissario imperiale, invece di farmi
    custodire  altrove.  Non  mi  si  concesse  per  altro di mostrarmi ad
    alcuno,  ed io quindi mi determinai a  partire  il  mattino  seguente.
    Ottenni  soltanto  di  vedere  il  Console piemontese,  per chiedergli
    contezza de' miei congiunti. Sarei andato da lui,  ma essendo preso da
    febbre e dovendo pormi in letto, lo feci pregare di venire da me.
    Ebbe  la  compiacenza di non farsi aspettare,  ed oh quanto gliene fui
    grato!
    Ei mi diede buone nuove di mio padre e di  mio  fratello  primogenito.
    Circa la madre,  l'altro fratello e le due sorelle,  rimasi in crudele
    incertezza.
    In parte confortato,  ma non abbastanza,  avrei voluto,  per sollevare
    l'anima mia,  prolungare molto la conversazione col signor Console. Ei
    non fu scarso della sua gentilezza, ma dovette pure lasciarmi.
    Restato solo,  avrei avuto bisogno di lagrime,  e non ne avea.  Perch
    talvolta mi fa il dolore prorompere in pianto, ed altre volte, anzi il
    pi spesso,  quando parmi che il piangere mi sarebbe si dolce ristoro,
    lo  invoco  inutilmente?   Questa  impossibilit  di  sfogare  la  mia
    afflizione accresceami la febbre: il capo doleami forte.
    Chiesi  da bere a Stundberger.  Questo buon uomo era un sergente della
    polizia di Vienna, faciente funzione di cameriere del commissario. Non
    era vecchio,  ma diedesi il  caso  che  mi  porse  da  bere  con  mano
    tremante.  Quel  tremito  mi ricord Schiller,  il mio amato Schiller,
    quando,  il primo giorno del mio arrivo a Spielberg,  gli dimandai con
    imperioso orgoglio la brocca dell'acqua, e me la porse.
    Cosa strana!  Tal rimembranza, aggiunta alle altre, ruppe la selce del
    mio cuore, e le lagrime scaturirono.


    CAPO 97.

    La mattina del 10 settembre abbracciai il mio eccellente  commissario,
    e partii. Ci conoscevamo solamente da un mese, e mi pareva un amico di
    molti anni.  L'anima sua, piena di sentimento del bello e dell'onesto,
    non era investigatrice,  non era artifiziosa;  non perch non  potesse
    avere  l'ingegno  di esserlo,  ma per quell'amore di nobile semplicit
    ch' negli uomini retti.
    Taluno,  durante il viaggio,  in un luogo dove c'eravamo  fermati,  mi
    disse  ascosamente: "Guardatevi di quell'angelo custode;  se non fosse
    di quei neri non ve l'avrebbero dato".
    "Eppur v'ingannate" gli  dissi  "ho  la  pi  intima  persuasione  che
    v'ingannate."
    "I pi astuti" riprese quegli "sono coloro che appaiono pi semplici."
    "Se cos fosse, non bisognerebbe mai credere alla virt d'alcuno."
    "Vi  son  certi posti sociali ove pu esservi molta elevata educazione
    per le maniere, ma non virt! non virt! non virt!"
    Non potei rispondergli altro, se non che:
    "Esagerazione, signor mio! esagerazione!"
    "Io sono conseguente" insist colui.
    Ma fummo interrotti.  E mi sovvenne il 'cave  a  consequentiariis'  di
    Leibnizio.
    Pur  troppo  la  pi  parte  degli  uomini  ragiona con questa falsa e
    terribile logica: "Io seguo lo  stendardo  A,  che  son  certo  essere
    quello  della  giustizia;  colui  segue lo stendardo B,  che son certo
    essere quello dell'ingiustizia: dunque egli  un malvagio".
    Ah no,  o logici furibondi!  di qualunque  stendardo  voi  siate,  non
    ragionate  cos  disumanamente!   Pensate  che  partendo  da  un  lato
    svantaggioso qualunque (e dov' una societ od un  individuo  che  non
    abbiane  di  tali?) e procedendo con rabbioso rigore di conseguenza in
    conseguenza,   facile a chicchessia il giungere a questa conclusione:
    "Fuori di noi quattro, tutti i mortali meritano d'essere arsi vivi". E
    se  si  fa  pi  sagace scrutinio,  ciascun de' quattro dir: "Tutti i
    mortali meritano d'essere arsi vivi, fuori di me".
    Questo volgare rigorismo  sommamente antifilosofico.  Una  diffidenza
    moderata pu esser savia: una diffidenza oltrespinta, non mai.
    Dopo  il cenno che m'era stato fatto su quell'angelo custode,  io posi
    pi mente di prima a studiarlo,  ed ogni giorno pi mi convinsi  della
    innocua e generosa sua natura.
    Quando  v'  un ordine di societ stabilito,  molto o poco buono ch'ei
    sia,  tutti i posti sociali che non vengono per  universale  coscienza
    riconosciuti infami, tutti i posti sociali che promettono di cooperare
    nobilmente  al  ben  pubblico  e  le cui promesse sono credute da gran
    numero di gente,  tutti i posti sociali in cui  assurdo negare che vi
    sieno  stati  uomini  onesti,  possono  sempre da uomini onesti essere
    occupati.
    Lessi d'un quacchero che aveva orrore dei soldati.  Vide una volta  un
    soldato  gettarsi nel Tamigi e salvare un infelice che s'annegava;  ei
    disse: "Sar sempre quacchero, ma anche i soldati son buone creature".


    CAPO 98.

    Stundberger m'accompagn sino alla vettura,  ove montai col brigadiere
    di gendarmeria al quale io era stato affidato. Pioveva, e spirava aria
    fredda.
    "S'avvolga  bene nel mantello" diceami Stundberger "si copra meglio il
    capo,  procuri di non arrivare a casa ammalato;  ci vuol cos poco per
    lei  a raffreddarsi!  Quanto m'incresce di non poterle prestare i miei
    servigi fino a Torino!"
    E tutto ci diceami egli s cordialmente e con voce commossa!
    "D'or innanzi,  ella non avr forse pi mai alcun Tedesco vicino a s"
    soggiuns'egli  "non  udr  forse  pi  mai  parlare  questa lingua che
    gl'Italiani trovano s dura. E poco le importer probabilmente.  Fra i
    Tedeschi  ebbe tante sventure a patire,  che non avr troppa voglia di
    ricordarsi di noi. E nondimeno io,  di cui ella dimenticher presto il
    nome, io, signore, pregher sempre per lei."
    "Ed io per te" gli dissi, toccandogli l'ultima volta la mano.
    Il pover'uomo grid ancora: "Guten Morgen! gute Reise! leben Sie wohl!
    (buon  giorno!  buon  viaggio!  stia bene!)".  Furono le ultime parole
    tedesche che udii pronunciare,  e mi sonarono  care  come  se  fossero
    state della mia lingua.
    Io  amo  appassionatamente  la  mia  patria,  ma  non odio alcun'altra
    nazione. La civilt, la ricchezza, la potenza,  la gloria sono diverse
    nelle  diverse  nazioni;  ma in tutte havvi anime obbedienti alla gran
    vocazione dell'uomo, di amare e compiangere e giovare.
    Il brigadiere che m'accompagnava  mi  raccont  essere  stato  uno  di
    quelli  che  arrestarono  il mio infelicissimo Confalonieri.  Mi disse
    come questi avea tentato di fuggire,  come il colpo gli  era  fallito,
    come,  strappato  dalle  braccia  di  sua sposa,  Confalonieri ed essa
    fossero inteneriti e sostenessero con dignit quella sventura.
    Io ardeva di febbre udendo questa misera storia,  ed una mano di ferro
    parea stringermi il cuore.
    Il   narratore,   uomo   alla  buona,   e  conversante  per  fiduciale
    socievolezza, non s'accorgeva che,  sebbene io non avessi nulla contro
    di lui,  pur non poteva a meno di raccapricciare guardando quelle mani
    che s'erano scagliate sul mio amico.
    A Buffalora ei fece colazione: io era  troppo  angosciato,  non  presi
    niente.
    Una volta, in anni gi lontani, quando villeggiava in Arluno co' figli
    del  conte  Porro,  veniva  talora  a passeggiare a Buffalora lungo il
    Ticino.
    Esultai di vedere terminato il bel ponte,  i cui  materiali  io  aveva
    veduti sparsi sulla riva lombarda,  con opinione allora comune che tal
    lavoro non si facesse pi.  Esultai di ritraversare quel fiume,  e  di
    ritoccare la terra piemontese. Ah, bench io ami tutte le nazioni, Dio
    sa  quanto  io  prediliga  l'Italia,  e  bench'io  sia  cos invaghito
    dell'Italia, Dio sa quanto pi dolce d'ogni altro nome d'italico paese
    mi sia il nome del Piemonte, del paese de' miei padri!


    CAPO 99.

    Dirimpetto a Buffalora  San Martino. Qui il brigadiere lombardo parl
    a' carabinieri piemontesi, indi mi salut e ripass il ponte.
    "Andiamo a Novara" dissi al vetturino.
    "Abbia la bont d'aspettare un momento" disse un carabiniere.
    Vidi ch'io non era ancor libero,  e me n'afflissi,  temendo che avesse
    ad esser ritardato il mio arrivo alla casa paterna.
    Dopo  pi  d'un  quarto  d'ora  comparve  un  signore che mi chiese il
    permesso di venire  a  Novara  con  me.  Un'altra  occasione  gli  era
    mancata;  or  non  v'era  altro legno che il mio,  egli era ben felice
    ch'io gli concedessi di profittarne, ecc. ecc.
    Questo carabiniere travestito era d'amabile umore,  e mi  tenne  buona
    compagnia sino a Novara. Giunti in questa citt, fingendo di voler che
    smontassimo  ad  un  albergo  fece  andare  il legno nella caserma dei
    carabinieri, e qui mi fu detto esservi un letto per me nella camera di
    un brigadiere, e dover aspettare gli ordini superiori.
    Io pensava di poter partire il d seguente;  mi posi a letto,  e  dopo
    aver   chiacchierato  alquanto  coll'ospite  brigadiere  m'addormentai
    profondamente. Da lungo tempo non avea pi dormito cos bene.
    Mi svegliai verso il mattino,  m'alzai  presto,  e  le  prime  ore  mi
    sembrarono lunghe. Feci colezione, chiacchierai, passeggiai in istanza
    e sulla loggia,  diedi un'occhiata ai libri dell'ospite; finalmente mi
    s'annuncia una visita.
    Un gentile uffiziale mi viene a dar nuove di  mio  padre,  e  a  dirmi
    esservi  di  esso  in  Novara  una  lettera  la quale mi sar in breve
    portata. Gli fui sommamente tenuto di quest'amabile cortesia.
    Volsero alcune ore che pur mi sembrarono eterne,  e la  lettera  alfin
    comparve.
    Oh  qual  gioia  nel  rivedere  quegli  amati  caratteri!  qual  gioia
    nell'intendere che mia madre, l'ottima mia madre viveva!  e vivevano i
    miei  due  fratelli,  e la sorella maggiore!  Ahi!  la minore,  quella
    Marietta  fattasi  monaca  della  Visitazione,  e  della  quale  erami
    clandestinamente  giunto  notizia nel carcere,  avea cessato di vivere
    nove mesi prima!
    M' dolce credere essere debitore della mia libert a tutti coloro che
    m'amavano e che intercedevano incessantemente presso Dio per me, ed in
    particolar guisa ad una sorella che mor con indizii di  somma  piet.
    Dio  la  compensi  di  tutte  le  angosce  che il suo cuore sofferse a
    cagione delle mie sventure!
    I giorni passavano,  e la permissione di partire di Novara non veniva.
    Alla  mattina  del  16  settembre  questa permissione finalmente mi fu
    data, e ogni tutela di carabinieri cess.  Oh da quanti anni non m'era
    pi avvenuto d'andare ove mi piaceva senza accompagnamento di guardie!
    Riscossi qualche danaro, ricevetti le gentilezze di persona conoscente
    di mio padre,  e partii verso le tre pomeridiane. Avea per compagni di
    viaggio una  signora,  un  negoziante,  un  incisore,  e  due  giovani
    pittori, uno de' quali era sordo e muto.
    Questi  pittori  venivano  da Roma;  e mi fece piacere l'intendere che
    conoscessero la famiglia di Maroncelli.  E' s  soave  cosa  il  poter
    parlare di coloro che amiamo con alcuno che non siavi indifferente!
    Pernottammo  a  Vercelli.  Il  felice  giorno 17 settembre spunt.  Si
    prosegu il viaggio.  Oh come le vetture sono lente!  non si giunse  a
    Torino che a sera.
    Chi  mai,  chi mai potrebbe descrivere la consolazione del mio cuore e
    de' cuori a me diletti,  quando rividi e  riabbracciai  padre,  madre,
    fratelli?...  Non  v'era la mia cara sorella Giuseppina,  che il dover
    suo teneva a Chieri; ma udita la mia felicit, s'affrett a venire per
    alcuni giorni in famiglia.  Renduto a que'  cinque  carissimi  oggetti
    della mia tenerezza, io era, io sono il pi invidiabile de' mortali!
    Ah! delle passate sciagure e della contentezza presente, come di tutto
    il bene ed il male che mi sar serbato,  sia benedetta la Provvidenza,
    della quale gli uomini e le cose,  si voglia o  non  si  voglia,  sono
    mirabili stromenti ch'ella sa adoprare a fini degni di s.
